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Attualità

L’economia del riuso hi-tech: perché il futuro dell’elettronica passa (anche) dall’usato

Mentre i prezzi di smartphone e PC schizzano per la corsa all’intelligenza artificiale, il mercato dei dispositivi ricondizionati smette i panni della nicchia e diventa una scelta razionale. Tra risparmio, normative in ritardo e nuove filiere industriali, il riuso hi-tech si consolida come pilastro dell’economia circolare.

Per anni l’elettronica di seconda mano è stata percepita come un ripiego, una scelta al ribasso dettata dalla necessità. Il 2026 sta riscrivendo questa narrativa. L’impennata dei costi delle materie prime e la scarsità di chip e memorie—la cui produzione è stata in larga parte dirottata sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale—hanno spinto i listini del nuovo a livelli record . In questo scenario, il dispositivo ricondizionato non è più solo un’alternativa ecologica: è diventato uno scudo economico.

Numeri che raccontano una svolta

I dati confermano che il fenomeno ha superato la soglia della massa critica. Nel 2025, il 46% degli europei aveva già acquistato uno smartphone di seconda mano, segno che convenienza e familiarità hanno trasformato il commercio di prodotti ricondizionati in una scelta di massa . In Italia, il mercato del recommerce tecnologico si sta strutturando: non solo piattaforme internazionali, ma anche retailer tradizionali e programmi di permuta legati ai brand stanno entrando nel settore, con partnership come quella tra Recommerce ed Euronics che integrano il trade-in direttamente nel percorso d’acquisto .

Il risparmio resta il motore principale. Secondo i dati della società di analisi Omdia, i telefoni ricondizionati costano in media il 37% in meno rispetto ai modelli nuovi . Sul fronte dei PC, nei cinque principali mercati europei (inclusa l’Italia) il quarto trimestre del 2025 ha registrato una crescita del 7% su base annua per i computer usati certificati, con una concentrazione di vendite nella fascia tra 200 e 300 euro per i notebook . Non si tratta più di un mercato residuale: è un’industria con catene di fornitura, standard di qualità e logistica inversa sempre più sofisticati.

La spinta (mancata) delle regole

Se il mercato corre, la normativa italiana rischia però di frenare. La direttiva europea sul diritto alla riparazione (UE) 2024/1799 avrebbe dovuto essere recepita entro il 31 luglio 2026, ma l’Italia non ha rispettato la scadenza . Le nuove regole—che obbligano i produttori a riparare beni come smartphone, tablet e lavatrici anche oltre la garanzia, a prezzi ragionevoli e con un’estensione della garanzia di 12 mesi in caso di riparazione—restano per ora sulla carta nel nostro Paese .

Il paradosso è evidente: mentre Bruxelles spinge verso cicli di vita più lunghi e una maggiore riparabilità, il ritardo italiano lascia i consumatori senza tutele già previste altrove. Eppure, la direttiva non è solo una questione di diritti: è un volano economico. Prodotti più riparabili significano dispositivi che restano sul mercato più a lungo, alimentando quel circuito di ricondizionamento e rivendita che già oggi vale miliardi.

Oltre il consumer: il riuso industriale e i data center

L’economia del riuso hi-tech non si esaurisce negli smartphone. A livello industriale, la circolarità dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali sta diventando un tema strategico. Nei data center, l’adozione di principi di modularità e standardizzazione consente di riutilizzare componenti (come i rack) e di ridurre il materiale impiegato, allungando la vita utile di ciò che non necessita di aggiornamenti . Modelli di leasing e “cooling as a service” stanno emergendo come alternative all’acquisto, incentivando i produttori a mantenere sistemi durevoli e a recuperare le apparecchiature a fine ciclo .

Anche la progettazione cambia. Progetti europei come CIRC-UITS puntano a sviluppare gemelli digitali dei prodotti per simulare l’impatto ambientale già in fase di design, calcolare parametri di riparabilità e identificare i materiali critici, in modo da massimizzare durabilità e facilità di smontaggio . L’obiettivo è ambizioso: non limitarsi a produrre nuovo hardware, ma ripensare l’intero ciclo di vita dei dispositivi, riducendo la dipendenza europea da forniture extra-UE di materie prime critiche.

Le ombre del settore

Non tutto funziona alla perfezione. Il mercato del ricondizionato convive con una zona grigia: piattaforme di scambio tra privati offrono prezzi ancora più bassi, ma senza le garanzie e i controlli dei operatori certificati . La differenza tra un dispositivo “usato” e uno “ricondizionato” è sostanziale—il secondo passa attraverso test, sostituzione di componenti usurati e una graduatoria delle condizioni—ma non sempre il consumatore è in grado di distinguere.

C’è poi la questione dei rifiuti elettronici. Nel 2024, più della metà degli europei conservava ancora in casa il vecchio smartphone, mentre solo l’11% lo riciclava correttamente . Il potenziale di recupero è enorme, ma la filiera della raccolta resta frammentata. In questo senso, i programmi di permuta e le partnership tra retailer e operatori del ricondizionato rappresentano un canale privilegiato per intercettare i dispositivi prima che finiscano in un cassetto o, peggio, nell’indifferenziata.

Un cambio di paradigma

La vera trasformazione, però, è culturale. Per anni l’innovazione tecnologica è stata misurata sulla frequenza del rinnovo: un nuovo modello ogni anno, un upgrade continuo. L’economia del riuso hi-tech propone una logica diversa: il valore non sta nel possesso dell’ultimo dispositivo, ma nell’accesso a prestazioni adeguate al costo più basso e con il minor impatto ambientale possibile.

Non è una rivoluzione radicale—il nuovo continuerà a esistere e a innovare—ma è un riequilibrio. E per l’Italia, che sconta un ritardo normativo ma vanta un tessuto di PMI e artigiani potenzialmente centrali nella filiera della riparazione, potrebbe rappresentare un’opportunità industriale concreta. A patto, però, che il diritto alla riparazione diventi realtà anche nel nostro ordinamento. Altrimenti, il paradosso è servito: un mercato che cresce nonostante le regole, e consumatori che pagano il prezzo di una tutela mancata.

Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale. Questo contenuto è stato prodotto, in tutto o in parte, con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale ed è stato sottoposto a verifica e revisione editoriale umana prima della pubblicazione. Informativa resa ai sensi del Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) e degli obblighi di trasparenza previsti dall’art. 50.