Una mostra divisa su due sedi che marca l’attenzione per l’arte islamica – Firenze possiede una delle più grandi collezioni d’Europa – alla corte dei Medici e il loro rapporto contraddittorio e l’attenzione dei collezionisti che confermano il ruolo di crocevia culturale di Firenze nella storia.

 

Una grande mostra dal 22 giugno 2018 al 23 settembre 2018 allestita tra gli Uffizi e il Bargello e curata dal professor Giovanni Curatola, docente di Archeologia e Storia dell’Arte Musulmana all’università di Udine, risultato di oltre due anni di ricerca di un comitato scientifico internazionale che ha lavorato intensamente alla selezione delle opere e al catalogo della mostra, con saggi ricchi di indagini scientifiche e storiche, utili a mettere in chiaro il ruolo importantissimo di Firenze negli scambi interreligiosi e interculturali tra il Quattrocento e il primo Novecento. La presenza dei musulmani o meglio dei pirati di Barberia come venivano chiamati era inquietante in tutto il Mediterraneo e non ha risparmiato la Toscana dove l’ultimo rapimento è avvenuto nel 1810 presso Lido di Camaiore, poco prima dell’ingresso francese in Algeria, con la presa di Algeri nel 1813, quindi “l’invasione” nel 1830 fino alla conquista nel 1848. “I Turchi alla Marina” era il segnale di allarme che nei secoli annunciava l’arrivo dei Pirati. Gli stessi Medici ebbero una relazione intensa con il mondo dell’islam, per altro complessa e contraddittoria. La dinastia infatti aveva da sempre delle mire su Gerusalemme, vantando tra i propri antenati, per discendenza femminile, Goffredo di Buglione con il progetto di portare verso Firenze il tempio di Betlemme, simbolo della Cristianità, smontato pietra su pietra. Evidentemente improbabile. Avevano sostenuto l’armata che aveva sconfitto i turchi a Lepanto nel 1571 e un progetto di diffusione del Verbo cristiano in Oriente aprendo nel 1584 la Tipografia Orientale Medicea a Roma che poi si arenò per questioni economiche. La lotta ai corsari fu comunque spietata come dimostra il monumento dei Quattro Mori del Tacca, testimonianza della diversità dei prigionieri musulmani che contribuirono alla costruzione di Livorno. Colpisce l’intreccio dei contratti tra incontri e scontri e se era forte lo scontro con Costantinopoli non mancarono scambi commerciali e culturali e per opposizione il sostegno ad altre ‘corti’ arabe. La fascinazione fu infatti grande al pari della paura e nell’esposizione agli Uffizi anche il Ritratto di Ferdinando II dei Medici in costume orientale, secondo la moda del tempo, di Justus Suttermans. Il nobile fiorentino indossa un turbante bianco con gioiello e un abito riccamente arabescato, indossato in occasione di un gran ballo a Palazzo Pitti nel 1650.
Questa stessa mostra, in un momento di scontro di civiltà esprime infatti anche la funzione sociale di un museo, come ha sottolineato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che ha espresso il desiderio di veder realizzata a Firenze una moschea, dopo la grandiosità e l’eleganza unica della cattedrale cristiana di Santa Maria del Fiore e la bella sinagoga in stile liberty, con l’augurio che anche nello stile possa raccontare lo stile del territorio che la ospita.
Protagonisti dell’arte islamica gli straordinari tappeti, i “mesci roba” e vasi “all’azzimina” ovvero ageminati (tecnica di lavorazione dei metalli per ottenere una decorazione policroma), i vetri smaltati, i cristalli di rocca, gli avori, le ceramiche a lustro.
Agli Uffizi sono raccolte, come accennato, le testimonianze artistiche dei contatti fra Oriente e Occidente: tra l’altro le suggestioni – a partire dai caratteri arabi delle aureole della Vergine e di San Giuseppe e dai costumi nell’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano – e i ritratti di sultani della serie gioviana per mano di Cristofano dell’Altissimo; nonché gli esemplari preziosi della lavorazione dei metalli, ricercatissimi già dai tempi di Lorenzo il Magnifico, le ceramiche orientali, o quelle ispano-moresche con stemmi nobiliari fiorentini. Stoffe e grandi tappeti provenienti dall’Egitto mamelucco di fine Quattrocento o degli inizi del Cinquecento, entrati molto presto nelle collezioni mediceo-granducali, i vetri, i metalli che hanno influenzato la coeva produzione italiana, e non ultimi gli splendidi manoscritti, fra i quali spiccano le pagine del più antico codice datato (1217) del “Libro dei Re” del persiano Firdusi, posseduto dalla Biblioteca Nazionale, insieme agli esemplari orientali della Biblioteca Medicea Laurenziana, rari per datazione e provenienza.
Sono quasi 3.300 le opere donate nel 1889 dall’antiquario lionese Louis Carrand (1821-1899) al Museo Nazionale del Bargello, già allora tra i principali musei d’Europa. Questi infatti, dopo varie sperimentazioni, decise di stabilirsi a Firenze portando con sé la sua collezione d’arte iniziata dal padre, scardinando la vocazione fiorentina legata al solo Quattrocento e Cinquecento. Si tratta di un’antologia sublime dell’arte islamica soprattutto per quanto concerne la lavorazione dell’avorio.
La sala islamica risale a tempi più recenti, al 1982, quando i migliori capolavori furono collocati in un suggestivo dialogo con Donatello e i maestri della statuaria rinascimentale. L’esposizione consente un viaggio tra diverse istituzioni museali fiorentine e toscane come il Museo Stibbert, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il Museo Bardini e la Villa medicea di Cerreto Guidi (dove si trova parte dell’eredità Bardini). In mostra opere del barone Giulio Franchetti (1840-1909) che raccolse oltre seicento reperti dall’alto Medioevo al XVIII secolo che donò al Bargello nel 1906. Da segnalare la particolare attenzione ai tessuti espressamente voluta in linea con la prosperità commerciale di Firenze legata alla sete alla corporazione dell’arte omonima. I tappeti spiccano nella collezione di Stefano Bardini (1836-1922), pittore, restauratore di formazione, definito il principe degli antiquari fiorentini tra Otto e Novecento. Tra i tappeti che acquistò dalle famiglie nobili fiorentine, da segnalare la coppia dei tappeti Capponi, dal nome dell’omonima famiglia, quasi identici, di grande rarità, oggi conservati al Metropolitan Museum di New York. Un intreccio fine su un’armatura in cotone e seta con raffigurazioni non solo geometriche ma di animali in lotta tra di loro e figure umane – fatto decisamente raro per questo tipo di arte – che conversano e bevono vino e probabilmente alludono ad una vittoria in battaglia, appartenenti all’arte safavide del tardo Cinquecento. Altro grande collezionista e figura singolare l’inglese naturalizzato fiorentino Frederick Stibbert (1838-1906), noto soprattutto per la sua collezione di armi e armature, con una visione romantica che ha dato vita ad una collezione immensa per quantità e varietà, spaziando nel mondo, ispirandosi ai suo viaggi e alla tradizione familiare. Nel 1860 in un viaggio da Madrid a Granada si innamora dell’arte islamica e fa costruire una sala apposta nella sua casa museo dedicata alle armi islamiche. Una mostra raffinata ma al contempo fruibile anche per i non appassionati e conoscitori del genere, dato l’incantamento delle opere e l’allestimento prezioso realizzato, con un valido supporto in termini di didascalie.

Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento – Uffizi e Bargello
22 giugno – 23 settembre 2018

Fonte: saltinaria.it

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