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Anche stavolta, davanti alla tragedia di Soverato che ha visto coinvolti tre quattordicenni, le cronache nazionali hanno subito dipinto il fatto come l’ennesimo gesto irrazionale di ragazzi che cercavano di stupire sui social i loro amici facendosi dei selfie mentre arrivava il treno. Pare che le cose in realtà siano andate diversamente e che quei ragazzi stessero solo facendo una scorciatoia per tornare a casa e che siano stati vittime di un incidente.

Questa diversa ricostruzione deve però farci riflettere sul modo in cui l’opinione pubblica nazionale, percepisce, giudica e interpreta il rapporto adolescenti e social networks.

Lo smartphone è il mezzo, non la causa

Credo che sia arrivata l'ora di finirla di fare crociate contro la tecnologia e di dare la colpa ai selfie o ai social network delle problematiche e dei comportamenti apparentemente folli dei ragazzi. La spinta è interna, non è esterna. Lo smartphone è un mezzo, non è la causa: è il più o meno silente testimone di tutte le trasgressioni e stranezze giovanili. Forse i primi a farne un uso distorto di tutti i dispositivi collegati alla rete sono gli adulti, coloro che attaccano a spada tratta il mondo adolescenziale, coloro che tante volte abusano di chat e social network e che mediano le relazioni con i figli con una telecamera, dimenticandosi che perdono il contatto con loro e li educano normalizzando una condivisione della vita privata.

Chiudiamo gli adolescenti in un mondo che non sanno ancora gestire

Davanti a queste tragedie ci si domanda il perché, si attacca il mondo adolescenziale considerandoli dementi, privi di logica e di valori, chiamandoli imbecillì per non dire altro. E' facile lavarsene le mani così e dare la colpa ad una generazione e ad un periodo storico. Non ha senso generalizzare perché i ragazzi non nascono con i geni della deficienza, sono il frutto dell'educazione, della concatenazione di più fattori ambientali, genetici, sociali, familiari e culturali. I ragazzi sentono il peso di una generazione che non crede in loro, che non comprende il loro mondo così lontano da quello degli adulti, percepiscono che c'è un muro intergenerazionale troppo spesso per vedere oltre, che li distacca ancora di più, li fa chiudere in un mondo in cui non hanno ancora gli strumenti per gestirlo da completamente da soli, nonostante si sentano grandi.

Video: una bravata o un incidente

Bisogna andare oltre le apparenze e cercare di capire le motivazioni interne e soprattutto il senso di determinati comportamenti, perché queste condotte – quando ci sono veramente – esprimono spesso un disagio che si esprime attraverso una modalità disadattiva.

Non sono le mode del momento

Innanzitutto, questo tipo di comportamenti è sempre esistito. Si chiamano comportamenti a rischio perché i ragazzi, appunto, mettono a rischio la propria salute e a volte anche la propria vita.

Farsi i selfie quando il treno è in arrivo, non è la moda del momento è una moda di sempre. E' cambiato il fatto che oggi ci sono le testimonianze delle proprie gesta, c'è quell'immagine che fissa un momento in cui ci si sente onnipotenti e si sfida il destino. Non è il primo e non è neanche l'ultimo, lo fanno di giorno e di notte, dove il rischio è maggiore, nelle stazioni del treno e della metro. Lo fanno per scommessa, per pochi soldi, come atto dimostrativo e per popolarità. Forse quello che veramente è cambiato è proprio la popolarità. Se dobbiamo sottolineare un aspetto diverso rispetto alle generazioni precedenti, è proprio legato alla portata di una potenziale diffusione mediatica.

Non in questo specifico caso, ma oggi, tanti ragazzi, sono mossi dalla ricerca di scattare una foto o un video che diventerà poi virale. Rischiano per aumentare le condivisioni. Questo ha portato ad alzare la posta in gioco perché non si deve dimostrare il proprio coraggio solo a un numero circoscritto di persone, ma si ha il confronto con tutta la rete. Un ricerca di sé, dei propri limiti, una vita piatta da un punto di vista emotivo che ha bisogno di scossoni forti per "sentirsi" e per sperimentare la propria auto-efficacia e quindi realizzarsi, almeno nella loro testa.

Cacciatori di sensazioni

Si chiama sensation seeking, è la ricerca di qualcosa di diverso, di deviante e loro sono chiamati i risk taker, che si sentono vivi sperimentando il rischio, anche quello di morire.

Se analizziamo i dati, è indubbio che non sia un problema da sottovalutare, circa 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette anche a repentaglio la propria vita e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza, su 8000 adolescenti in tutta Italia).

Sono condotte tipiche di un periodo adolescenziale, di una fase in cui emergono anche tratti della personalità più trasgressivi e di rottura delle regole. E' un modo per sancire la propria autonomia e indipendenza, per rinforzare la propria identità, per definire i propri confini ricercando i propri limiti.

Fin dove mi posso spingere? Fin dove posso arrivare? Una sfida? Un ricerca di un'emozione forte, di un brivido, di un sentirmi potente. Un modo di sperimentare una botta di adrenalina in una vita, non appiattita dai social media, ma da tutto l'insieme che li circonda, un bisogno di evadere, di andare oltre a ciò che hanno. Forse hanno troppo e nello stesso momento non hanno niente, una cosa è certa, non hanno un senso di sé e degli altri, non hanno una responsabilità e un'autonomia sufficiente per prendere decisioni in autonomia e per dire di no, senza farsi condizionare. In queste circostanze non si deve mai sottovalutare l'effetto gruppo o branco. Questi comportamenti a rischio non si metterebbero mai in atto senza un gruppo, salvo che non si sia in presenza di disturbi di personalità o del comportamento. L'effetto deresponsabilizzante del gruppo è fondamentale e in genere, è proprio per la "divisione" della responsabilità, che porta a sottovalutare le conseguenze e il reale rischio che si sta correndo.

Un confuso senso della morte

Il problema sta proprio qui, sulla reale consapevolezza di ciò che fanno, non hanno la reale percezione di quello che può accadere e non sono in grado di fare una valutazione oggettiva delle conseguenze delle proprie azioni. Hanno davanti l'emozione e l'adrenalina generata dal gesto che stanno mettendo in atto, non ciò che accadrà realmente dopo. E' vero che si rendono conto che è rischioso ciò che fanno, lo cercano apposta, ma è vero che il senso della morte non lo hanno chiaro, di quanto realmente siano concrete le probabilità di morire, della totale irreversibilità della morte, purtroppo lo hanno chiaro solo a livello cognitivo e non emotivo, non sono quindi pienamente consapevoli. Non sono educati alla morte e a quanto sia facile morire. Probabilmente hanno un apprendimento sbagliato della morte, soprattutto attraverso le serie tv, film, video e videogiochi dove uccidono e muoiono tutte le volte che vogliono.

Si parla troppo poco di morte e di rischi concreti che si corrono mettendo in atto determinati comportamenti e di quanto sia facile morire. Un ragazzo che rischiava spesso la vita con tutta una serie di condotte del tipo guidare senza fari nella notte o passare a tutta velocità con il rosso, un giorno mi disse: "se avessi avuto qualcuno che mi avesse preso seriamente per l'orecchio facendomi capire realmente la gravità di ciò che stavo facendo, forse tante cose me le sarei risparmiate".

La paura gioca un ruolo fondamentale, perché la paura è quell'emozione primaria che ci aiuta a mettere un freno, un limite, che ci dà uno stop e ci fa capire che andando oltre ci possiamo fare male. E' la paura di morire che alza l'asticella dell'attenzione. Non hanno più paura di niente, non hanno paura della scuola, degli insegnanti, delle punizioni, dei genitori, della società. Esistono le regole ma se le infrangono non succede niente, sono minacciati di essere puniti e sanzionati e poi hanno sempre ragione. Non c'è un limite, ed è indubbio che anche un abuso della rete vada a rinforzare un vuoto e una sensazione di onnipotenza in una generazione in cui l'omologazione e il bisogno di essere riconosciuti è sempre più condiviso, globalizzando anche la profonda solitudine di questi ragazzi.

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