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Sette farmacie galeniche italiane si sono viste recapitare una multa da 8.600 euro perché accusate di fare pubblicità ingannevole alla cannabis terapeutica. In che modo? Con la loro presenza su siti internet che forniscono un elenco dei punti vendita in cui acquistare, dietro prescrizione medica, prodotti a base di marijuana a scopo medico. Primi fra tutti Cercogalenico.it e Let's Weed, piattaforma online, nata nel 2015, che attraverso il sistema di geolocalizzazione indica ai malati il medico o la farmacia più vicina a casa per acquistare questo tipo di farmaci.

Ma per il ministero della Salute, ciò equivale a violare i dettami dell’art. 84 del DPR 309/90 (la legge che regola gli stupefacenti in ogni aspetto legale e illegale) che recita: “La propaganda pubblicitaria di sostanze o preparazioni comprese nelle tabelle previste dall’articolo 14, anche se effettuata in modo indiretto, è vietata”. Da qui la segnalazione ai Nas il 16 gennaio scorso. Poi, a febbraio sono arrivati i controlli (e le multe). Le farmacie non ci stanno e hanno già annunciato che faranno ricorso.

Le farmacie multate

Farmacia Ternelli, di Bibbiano, Reggio Emilia; Farmacia San Carlo a Sant'Agostino, Ferrara; Farmacia San Giuseppe di Grosseto; Farmacia Nenna, a Orsona, in provincia di Chieti; Farmacia dell'Amarissimo, Riccione; Farmacia Santini, Cesena; Farmacia Druso, Merano.

Com'è iniziata la vicenda

A far scattare l'allarme al Ministero è stato il grande quantitativo di marijuana richiesto da alcune farmacie allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che ha avviato alla fine del 2016 la produzione della "Cannabis di Stato". Da allora oltre 40 chili di marijuana sono stati spediti nelle farmacie italiane.

I farmacisti: "Non pagheremo. E' una presa di posizione"

"Tutto è nato da una presa di posizione da parte dell'Ufficio Stupefacenti del Ministero che ritiene che nel momento in cui un sito indica a un paziente la farmacia più vicina che prepara prodotti a base di cannabis a scopo terapeutico, sta facendo pubblicità", spiega all'Agi il dottor Maurizio Ternelli, della farmacia di Bibbiano. In realtà, continua, "si tratta di siti nati qualche anno fa perché quello della preparazione galenica è un settore di nicchia. E ancora di più quello della cannabis terapeutica, trattata solo in 500 farmacie su 3000 galeniche. Il loro scopo è, dunque, quello di di facilitare i contatti, offrendo un servizio non pubblicità". Per Ternelli, "è come dare informazioni al banco ma con mezzi moderni". L'ingiustizia, poi, secondo il farmacista, è ancora maggiore se si considera che "da anni esistono servizi analoghi per farmaci industriali – compresi quelli a base di morfina – senza che il Ministero abbia mai detto nulla".

La reazione dei farmacisti multati è stata la stessa per tutti : "Non pagheremo. Faremo tutti causa per l'assurdità della vicenda", ha aggiunto Ternelli, secondo cui è necessario rivedere le normative. "La legge che regola tutti gli stupefacenti è del '90, ma la sua impalcatura risale addirittura al '68. Quando fu scritta non solo non esisteva internet, ma il suo scopo era quello di sanzionare l'utilizzo voluttuario degli stupefacenti. Tanto che prevede che i soldi delle multe devono andare alle organizzazioni che lottano contro la tossicodipendenza. Non solo. In tutta questa vicenda non si è affatto tenuto conto del DM 9 nov 2015 che ha consacrato l'uso medico della cannabis.

Federfarma: "D'accordo con la multa ma occorre fare chiarezza"

"La multa è giusta nel senso che è vietato alle farmacie pubblicizzare qualsiasi tipo di farmaco, e ancor più se questi sono a base di stupefacenti", spiega all'Agi Annarosa Racca, presidente di Federfarma. "Tuttavia bisogna far chiarezza sul ruolo di questi siti internet. Perché non è detto che la colpa sia dei farmacisti, è possibile che alcuni di loro non sapessero nemmeno di essere sui motori di ricerca". Certo è che "sull'online c'è troppa confusione. C'è bisogno di una nuova norma", aggiunge Racca spiegando che "Federfarma si sta organizzando per fare chiarezza sulla vicenda, in modo da tutelare anche le farmacie". E se lo scopo dei siti 'incriminati' è quello di offrire un servizio, allora "devono riportare i nominativi di tutte le farmacie, non solo di alcune"

"Non facciamo pubblicità, ma informazione"

Con l'obiezione di Racca è d'accordo anche Antonio Pierri, fondatore di Let's Weed, che spiega all'Agi: "Puntiamo a offrire un servizio di pubblica utilità più completo possibile, per questo coinvolgere il 100% delle farmacie è anche il nostro scopo". Tuttavia, continua "non siamo noi che inseriamo i nominativi, ma i farmacisti e i medici che lo fanno di loro spontanea iniziativa. Dopodiché effettuiamo tutti i controlli sull'iscrizione all'albo, l'identità e la professionalità di coloro che ci hanno contattato". Per accrescere la rete di professionisti, sostiene Pierri, "abbiamo bisogno del ministero della Salute. Lo sappiamo bene, e da tempo cerchiamo di metterci in contatto con un loro funzionario per collaborare".

Quanto alla pubblicità, "non ci riguarda. Let's Weed è una rete di persone qualificate (medici e farmacie) e malati, soprattutto di patologie neurodegenerative, che si scambiano informazioni su dove trovare legalmente preparazioni a base di cannabis, ma anche sui sintomi accusati dai pazienti, che potrebbero essere utili anche per la ricerca". E, al contrario di altri siti "il nostro è gratuito", conclude Pierri, sottolineando che Let's Weed non è direttamente coinvolta nella vicenda.

Non avrebbe avuto patologie circolatorie pregresse Davis Allen Cripe, il sedicenne statunitense morto lo scorso aprile a scuola per un’aritmia cardiaca, successiva all’assunzione di due bevande ad alto contenuto di caffeina. Una notizia che ha riportato al centro del dibattito i possibili pericoli per la salute derivanti dagli energy drink, il cui consumo ha registrato un costante aumento negli ultimi anni, in particolare tra i più giovani. La caffeina presente in queste bevande aiuta infatti ad affrontare una notte di bagordi senza perdere colpi, contrastando lo stordimento indotto dall’alcol. 

Nessun pericolo se il consumo è moderato

Il boom di vendite conosciuto dagli energy drink negli ultimi anni, con tassi di crescita a doppia cifra, aveva messo in allerta le autorità sanitarie di mezzo mondo, tanto che, inizialmente, alcuni Paesi europei (tra i quali la Norvegia e Danimarca) avevano inizialmente vietato la vendita della Red Bull, il best seller di questa categoria di prodotti.

La Francia, in particolare, era preoccupata dalla presenza di taurina, o acido 2-amminoetanosolfonico (una sostanza sintetizzata in natura dal fegato dei mammiferi che non ha però effetti energizzanti ma antiossidanti). I contenuti di caffeina di una lattina standard di energy drink è infatti di poco inferiore ai 100 grammi, ossia equivalente a quello di una tazza di caffè.

Sia l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) che l’americana Food and Drug Administration (Fsa) finirono quindi per concludere che il consumo moderato di energy drink non può mettere a repentaglio la salute di una persona sana. Si tratta però di un tema ancora controverso.

La World Healt Organization delle Nazioni Unite nel 2014 aveva chiesto limiti alla vendita ai minorenni, come avviene per il tabacco e gli alcolici. Un’altra agenzia del governo degli Stati Uniti, la Substance Abuse and Mental Health Services Administration (Samhsa) in un rapporto dello scorso marzo aveva affermato che dal 2007 al 2014 il numero delle persone ricoverate in ospedale per abuso di energy drink è raddoppiato.

E negli anni precedenti numerosi studi scientifici avevano messo in guardia contro l’eccessivo consumo di bevande energizzanti. Un esempio è l’articolo del 2013 del Journal of Amino Acids che, sulla base di ecografie doppler, legava l’abuso di energy drink a disfunzioni cardiache.

L'incognita è l'interazione tra gli ingredienti

Altri studi puntano invece l’indice sull’interazione tra la caffeina e altri ingredienti di questi prodotti, dalla taurina al guaranà, ammettendo che si tratta di una materia sulla quale non esistono ancora dati sufficienti a trarre conclusioni rigorose.

Nel frattempo i media continuano ad attribuire alcuni decessi, in particolare di giovani, al consumo di energy drink, a volte con eccesso di sensazionalismo. Molti dei ragazzi che, a leggere certi titoli, sono “morti dopo una Red Bull”, soffrivano di patologie cardiache congenite o erano in uno stato di disidratazione dopo aver consumato grandi quantità di alcol. In altri casi, però, attribuire con sicurezza i decessi ad altre cause diventa più difficile.

Si pensi al ventottenne australiano il cui cuore si arrestò nel 2007 dopo aver ingurgitato otto lattine di energy drink. “Le arterie del suo cuore erano completamente serrate”, spiega alla Cnn John Higgins, cardiologo della University of Texas Health Science Center in Houston, “quando sono riusciti ad aprirle, tutti i test hanno rivelato che non c’era nulla di sbagliato in quella persona tranne gli elevati livelli di caffeina e taurina”.

 

Ancora una volta internet finisce sotto accusa. Anzi finisce sotto accusa il rapporto tra internet e gli adolescenti. A scatenare l’attacco stavolta è il caso 'Blue Whale' il gioco che avrebbe spinto al suicidio diverse decine di ragazzi in Russia. Si tratta di un gioco nel quale i ragazzi, attraverso un social network vengono prima ingaggiati e poi coinvolti a partecipare attraverso un percorso che prevede mutilazioni, costrizioni, in un crescendo di sottomissione che, alla fine, arriva al suicidio. “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società – ha spiegato , 22enne russo Philipp Budeikin, il reo confesso studente di psicologia e ideatore del gioco – Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza’’.

Sono parole forti. Un vero e proprio pugno nello stomaco. Eppure, ogni giorno sui social, decine di adolescenti vanno alla ricerca proprio di questi giochi, di queste sfide. In rete sono presenti numerosi spazi in cui vengono indotti gli adolescenti al suicidio, in cui la vita ha un senso e significato che non dovrebbe avere, troppo labile, che diventa quasi un gioco perverso o una condizione “normale”. Ci sono anche tantissimi spazi dedicati all’autolesionismo, dove si creano delle vere e proprie comunità di rinforzo, dove si sollecitano i ragazzi a farsi del male come soluzione ai problemi, ci sono spazi in cui si spiega come tagliarsi le vene senza uccidersi e altri invece sul come fare per ammazzarsi. Ho lanciato l’allarme nel libro L’autolesionismo nell’era digitale edito da Alpes perché vedo ciò che fanno realmente i ragazzi in rete e quanto solo vulnerabili in questa fascia di età.

Tanti vanno alla ricerca delle parti più nere del web perché vogliono capire le loro parti più profonde, più oscure, vogliono dare un senso alle cose, risposte e tante, anzi troppe, volte trovano dall’altra parte chi è in grado di cogliere questi segnali di vulnerabilità e chi riesce a dargli quello di cui hanno bisogno in quel momento per adescarli, per portarli a sé e poi fargli un lavaggio del cervello. In rete ci sono veramente una miriade di esche lasciate da questa gente malata e distorta che si approfitta delle fragilità adolescenziali. Ci sono sette sataniche, adescatori sessuali, manipolatori mentali, troppi spazi virtuali di perversione e di rischio per i ragazzi che non sono in grado di gestire queste situazioni più grandi di loro perché non hanno ancora gli strumenti adatti.

Occorre saper cogliere i campanelli di allarme e saper riconoscere la navigazione dei nostri ragazzi. Per esempio un segnale da seguire sono gli # hashtag che vengono usati. E’ infatti attraverso questi strumenti che vengono rivelate le community all’interno delle quali vogliono riferirsi. Sembra un meccanismo complesso ma veramente non lo è. E’ l’adolescente che in qualche modo si rende adescabile e loro sfruttano le vulnerabilità e coltivano purtroppo in un terreno mentale troppo fertile.

In Italia, ad agosto, è stata approvata la legge la 167/2016, che introduce lo screening neonatale metabolico allargato, obbligatorio e gratuito, per tutti i neonati. A 9 mesi di distanza però nulla è cambiato. Mentre i centri si accapigliano per decidere chi farà cosa (e chi avrà i fondi) i bambini nascono, si ammalano, subiscono danni irreversibili e muoiono. Proviamo a capire che cos’è questo screening e a dare qualche dato.     

Come si fa lo screening? Si preleva una goccia di sangue del neonato nelle prime 48 – 72 ore di vita, si invia ad un laboratorio attrezzato (ne abbiamo circa una 30ina in Italia, molti più del necessario) e questo ha circa 48 ore di tempo per esaminare il campione. Se riscontra valori anomali avvisa l’ospedale che richiamerà la famiglia e si porranno in essere tutte le misure necessarie per evitare che l’anomalia genetica possa produrre danni irreversibili o provocare la morte. A volte è sufficiente una modifica alla dieta del neonato, altre volte entrano in gioco dei farmaci: lo scopo è evitare che le sostanze di scarto non metabolizzate vadano ad avvelenare il sangue o altri organi, cervello incluso. Ad oggi questo procedimento viene fatto con copertura quasi totale solo per tre patologie, che sono state rese obbligatorie molti anni fa: la fenilchetonuria, l’ipotiroidismo congenito e la fibrosi cistica. Da queste patologie, che sono più frequenti di altre, risultano affetti ogni anno circa 800 neonati.     

La nuova legge prevede che la ricerca dovrà essere estesa ad altre malattie, circa 40: le malattie metaboliche rare per le quali abbiamo una terapia efficace. Alcune regioni, già da alcuni anni, offrono il test: hanno proceduto in autonomia a dare questa opportunità di salute. Nel 2015 il 50.3% dei neonati italiani ha avuto accesso al test di screening allargato: tra questi bimbi ne sono stati individuati circa 80 affetti da una di queste malattie. La statistica ci suggerisce che circa altrettanti, nati entro quel 49.7% che non ha avuto il test, non abbiano avuto una diagnosi e la conseguente terapia. Alcuni hanno subito lunghi ricoveri e gravi danni, altri sono morti. Uno di questi bimbi è morto nel Lazio, dove la Regione è spaccata in due, con metà dei punti nascita che aderiscono allo screening e metà no: il bimbo era nato nella metà sbagliata. Però la preoccupazione principale in questo periodo non è stata quella di organizzarsi per offrire il test, ma di portare avanti battibecchi animati da ragioni economiche e da equilibri politici. Nel frattempo i bambini nascono, si ammalano e muoiono.

L'obbligo delle vaccinazioni per i bambini che si iscrivono al nido o alla scuola materna, previsto nel decreto annunciato oggi dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, è già legge in Toscana e in Emilia Romagna. Un provvedimento analogo è stato approvato anche dal comune di Trieste e, in generale, dal Friuli Venezia Giulia. Presto si unirà anche la Lombardia: entro giugno saranno approvate le nuove regole per gli asili nido, che prevederanno anche l'obbligo per le strutture di richiedere i certificati vaccinali dei bimbi.

In Piemonte si inizia proprio oggi la discussione della legge per l'obbligo vaccinale all'asilo, con i consiglieri regionali che vengono sommersi da mail di genitori "no-vax" che chiedono di bloccare la norma. E poi ci sono Lazio (l'iter della legge è partito già a gennaio) e Puglia che stanno pensando di seguire l'esempio.

Perché discutere dell'efficacia dei vaccini non ha più alcun senso

Stanno diventando sempre più numerose le regioni che stanno decidendo di affrontare la questione del calo della copertura vaccinale, mentre è al vaglio l'ipotesi di una legge nazionale. L'obbligo di vaccinazione per l'iscrizione a scuola non è del tutto una novità per il nostro paese. Era stato già stabilito nel lontano 1967, per essere in vigore oltre 30 anni e infine decadere nel 1999. E così oggi, nella maggior parte delle regioni italiane, si può frequentare la scuola anche senza le vaccinazioni obbligatorie, cioè quelle antidifterica, antitetanica, antipoliomelitica e antiepatite virale B. Almeno sarà così se e fino quando tutte le regioni seguiranno l'esempio di quelle che hanno reso le vaccinazioni obbligatorie per essere ammessi a scuola o se e fino a quando non verrà approvata una legge nazionale.

Oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini colpiti dal cancro sconfiggono la malattia. Il dato si riferisce alle persone che si sono ammalate nel 2005-2009, che presentano un miglioramento rispetto a coloro che hanno ricevuto la diagnosi nel quinquennio precedente (2000-2004, donne 60%, uomini 51%). Per i cinque tumori più frequenti (seno, colon-retto, polmone, prostata, vescica) questo passo in avanti si traduce in più di 6.270 persone vive.

Complessivamente al Nord si registrano dati migliori rispetto al Sud: le sopravvivenze più elevate sono in Emilia-Romagna e Toscana sia negli uomini (56%) che nelle donne (65% donne). In Emilia-Romagna si registra la sopravvivenza più elevata per colon-retto (69%) e mammella (89%); per la prostata in Friuli Venezia-Giulia (95%); per il polmone, nonostante la sopravvivenza sia rimasta molto bassa, i dati migliori si registrano in Emilia-Romagna e Lombardia (18%).

Perché le donne guariscono più spesso degli uomini

E' quanto emerge nel "Rapporto 2016 sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici in Italia" dell'Associazione italiana registro tumori, presentato oggi al Ministero della Salute nella giornata di studio Survivorship Planning Day. "La migliore sopravvivenza nelle donne è in gran parte legata anche al fatto che fra le italiane il tumore più frequente è quello della mammella, con un programma di screening attivo da anni ed un continuo miglioramento delle cure – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (associazione italiana di oncologia medica)-. La sopravvivenza è il dato principale in campo oncologico perchè permette di valutare l'efficacia del sistema sanitario nei confronti della patologia tumorale ed è condizionata da due aspetti:

  • la fase nella quale viene diagnosticata la malattia e
  • l'efficacia delle terapie.

Su questo parametro epidemiologico influiscono quindi sia gli interventi di prevenzione secondaria che la disponibilità e l'accesso alle terapie più efficaci".

"Fare il punto della situazione italiana, alla luce dell'impostazione della 'European Guide on Quality Improvement in Comprehensive Cancer Control' e identificare contributi specifici per un aggiornamento della pianificazione sono gli obiettivi della giornata di studio e di lavoro organizzata oggi dal Ministero della Salute – sottolinea il dott. Antonio Federici, dirigente medico del Ministero della Salute. I dati del rapporto si riferiscono ai registri tumori di 13 Regioni.

Nei maschi miglioramenti significativi sono stati registrati in particolare nei:

  • tumori ossei (+10%),
  • colon-retto e fegato (+6%),
  • mieloma multiplo (+5%),
  • Linfoma non Hodgkin (+4%) e
  • prostata (+3%).

Nelle femmine miglioramenti significativi nel: 

  • Linfoma non Hodgkin (+6%),
  • colon-retto (+5%) e fegato, osso, pelvi e vie urinarie, tiroide e
  • mieloma multiplo (+4%).

"Complessivamente – afferma la prof.ssa Lucia Mangone, Presidente AIRTUM (associazione italiana registri tumori) – la sopravvivenza registrata in Italia è più elevata della media europea sia negli uomini (54% vs 49%) che nelle donne (63% vs 57%) con due sole eccezioni: la leucemia linfatica (sopravvivenza identica, pari al 39%) e i tumori della colecisti e vie biliari (17% in Europa e 16% in Italia)".

La sopravvivenza è un indicatore importante perchè rappresenta quella porzione di pazienti che ha beneficiato di un approccio diagnostico e terapeutico efficace e che quindi, in molti casi, può tornare ad essere attiva nella vita reale, facendo controlli periodici o che, in altri casi, possono dire di essere guariti". "Una novità in questa monografia – continua la prof.ssa Mangone – è la valutazione dell'aspettativa di vita, che a 40 anni è pari a 45 anni nei maschi e 50 anni nelle femmine, ma nelle persone con tumore è di circa 15 anni inferiore: tale gap si riduce con il passare degli anni. Negli uomini con tumore della prostata e nelle donne con cancro della mammella l'aspettativa di vita è molto simile a quella della popolazione generale".

Le 5 neoplasie a buona prognosi negli uomini sono quelle del

  • testicolo (91%),
  • prostata (91%),
  • tiroide (90%),
  • melanoma (85%) e s
  • arcoma Kaposi (85%).

Nelle donne quelle: 

  • alla tiroide (95%),
  • melanoma (89%),
  • seno (87%),
  • Linfoma di Hodgkin (87%) e
  • vescica (78%).

"La nuova sfida della sopravvivenza al cancro, per i pazienti e i clinici – conclude il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO – è quella di andare oltre la qualità delle cure e garantire la qualità della vita. I pazienti guariti chiedono di tornare a una vita come prima, inclusi il ritorno al lavoro e agli affetti". 

La proposta di Legge del ministro della salute Lorenzin di introdurre l'obbligatorietà vaccinale per l'accesso alla scuola dell'obbligo servirà ad armonizzare iniziative ad oggi prese in maniera autonoma da Regioni come Toscana, Emilia Romagna, Venezia Giulia e Lombardia, e in discussione in altre Regioni. Questa misura va letta nell'ottica di un'attenzione verso la salute pubblica. Dopo decenni di campagne vaccinali mondiali, con centinaia di milioni di dosi somministrate, non c'è spazio per alcun dubbio riguardo all'efficacia dei vaccini nell'allontanare le malattie infettive dalla popolazione. Considerare scomparse certe malattie come la difterite o la poliomielite solo a ragione delle migliorate condizioni igienico-sanitarie è un errore sia da un punto di vista storico che scientifico. I microbi e i virus non scompaiono nel nulla ma continuano a circolare (come provano i vari focolai epidemici nel mondo di molte malattie da noi ormai rarissime come la poliomielite). L'unica difesa efficace è addestrare il nostro corpo a difenderesti grazie all'immunizzazione derivante dai vaccini.

Là dove la copertura vaccinale è bassa, le epidemie riesplodono rapidamente. L'incertezza o addirittura il timore verso i vaccini sono sentimenti del tutto ingiustificati. I vaccini oggi hanno profili di sicurezza superiori alla maggior parte dei farmaci che assumiamo quotidianamente senza pensarci due volte. Coi vaccini vengono iniettate le stesse proteine che incontreremmo durante la malattia, con il vantaggio che però non ci ammaliamo, ma semplicemente alziamo le nostre difese immunitarie. Il rischio di avere reazioni avverse gravi è centinaia o migliaia di volte inferiore a quello di ammalarci a causa del patogeno contro cui ci vacciniamo. Di fronte alla scarsa sensibilità della popolazione all'importanza delle vaccinazioni, era necessario attuare uno strumento che tutelasse i più deboli: bambini, anziani, ammalati, soprattutto quelli che non possono vaccinarsi. Due altre azioni però sono necessarie per rendere veramente efficace questa legge: una migliore e più ampia informazione al cittadino sui benefici delle vaccinazioni e sui rischi correlati ed uno sforzo da parte delle istituzioni per aiutare le famiglie, specie quelle più in difficoltà, ad effettuare le vaccinazioni obbligatorie: chiamando, sollecitando, offrendo servizi flessibili e che vadano incontro alle esigenze delle famiglie.

Dalle malattie del cuore ai tumori, dalle demenze alle malattie respiratorie. L'Istat ha pubblicato per la prima volta i dati di mortalità per causa in Italia negli anni 2003 e 2014, un rapporto che fotografa le prime 25 cause di morte nel nostro paese.

Dal 2003 al 2014 tasso mortalità sceso del 23%

Nel 2014, i decessi in Italia sono stati 598.670, con un tasso standardizzato di mortalità di 85,3 individui per 10mila residenti. Dal 2003 al 2014 il tasso di mortalità si è ridotto del 23%, a fronte di un aumento del 1,7% dei decessi (+9.773) dovuto all'invecchiamento della popolazione. Nel rapporto dell'Istat si legge che sia nel 2003 che nel 2014 le prime tre cause di morte in Italia sono le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore (rappresentative del 29,5% di tutti i decessi), anche se i tassi di mortalità per queste cause si sono ridotti in 11 anni di oltre il 35%. Al quarto posto nella graduatoria delle principali cause di morte figurano i tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni (33.386 decessi). Demenza e Alzheimer risultano in crescita; con i 26.600 decessi rappresentano la sesta causa di morte nel 2014.

LE 25 CAUSE DI MORTE PIU' FREQUENTI IN ITALIA

Tra i tumori specifici di genere, quelli della prostata sono la decima causa di morte tra gli uomini (7.174 decessi), mentre quelli del seno sono la sesta causa tra le donne (12.201 decessi) e la più frequente di natura oncologica. Tra le cause di morte in aumento, la prima è la setticemia (1,3% del totale dei decessi). Nel 2014 i decessi si sono triplicati rispetto al 2003 soprattutto per effetto della maggiore presenza nella popolazione di anziani multicronici.

Significative differenze tra Nord e Sud

Se si riducono le differenze territoriali della mortalità per malattie cerebrovascolari, altre malattie del cuore, tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni e per malattie croniche delle basse vie respiratorie, rimangono invece elevate differenze nei livelli di mortalità tra Nord e Sud per cardiopatie ischemiche, malattie ipertensive e diabete mellito; aumentano per i tumori della prostata.

Ecco le 25 principali cause di morte in Italia

Complessivamente, nel 2014 sono 25 le cause di morte in Italia che spiegano circa il 75% del totale dei decessi e tranne qualche eccezione, sono le stesse del 2003.

  1. Malattie ischemiche del cuore (69.653 decessi, 11,6% del totale),
  2. Malattie cerebrovascolari (57.230, 9,6%)
  3. Altre malattie del cuore (49.554, 8,3%). Sebbene queste siano ancora le cause di morte più rilevanti, osserva l'Istat, vi è stata una forte diminuzione della frequenza assoluta dei decessi e soprattutto una riduzione di oltre il 35% dei tassi di mortalità. Queste tre cause, infatti, contribuiscono maggiormente al calo della mortalità complessiva osservata in Italia in questo periodo.
  4. Tumori di trachea, bronchi e polmoni (quarta posizione, 33.386 decessi, 5,6% del totale), 
  5. Malattie ipertensive (30.690 decessi) che vedono aumentare il proprio peso sul totale dei decessi (da 3,8 a 5,1%).
  6. Demenza e malattia di Alzheimer che hanno causato 26.600 decessi nel 2014, quasi il doppio rispetto a quelli del 2003 (14.685), passando dalla nona alla sesta posizione;
  7. Malattie croniche della basse vie respiratorie che, rispetto al 2003, scendono di due posizioni (20.234 morti nel 2014)
  8. Diabete mellito con 20.183 morti
  9. Tumore del colon, retto e ano (nono posto, 18.671 decessi, 3,1%)
  10. Tumore del seno (decimo posto con 12.330 decessi, 2,1%)
  11. Tumore del pancreas, che sale di ben quattro posizioni fino all'undicesima (11.186 decessi)
  12. Malattie del rene e dell'uretere (10.043 decessi pari all'1,7%)
  13. Tumore del fegato (9.915 morti)
  14. Tumore dello stomaco (9.557 decessi)
  15. Influenza e polmonite (9.413 morti, 1,6%),
  16. Tumori non maligni (8.204 decessi, 1,4%), 
  17. setticemia che nel 2014 causa il triplo dei decessi rispetto al 2003, passando dal trentunesimo al diciassettesimo posto e facendo registrare l'incremento più elevato del tasso standardizzato (+131%).
  18. Tumore della prostata (7.174 decessi)
  19. Leucemia (6.049 decessi, ovvero l'1% del totale)
  20. Cirrosi, fibrosi ed epatite cronica (6.035 decessi) che fanno registrare la maggiore riduzione negli 11 anni considerati, passando dalla tredicesima alla ventesima posizione (riduzione del tasso pari a -48,7%). 
  21. Tumore della vescica (5.610 decessi)
  22. Morbo di Parkinson (5.110 decessi)
  23. Morbo di Hodgkin e linfomi (5.175 morti),
  24. Tumore del cervello e del sistema nervoso centrale (4.237 decessi)
  25. Suicidio (4.147 morti, 0,7% del totale dei decessi).

Il tasso di mortalità delle varie patologie

Analizzando i trend temporali dei tassi delle principali cause di morte dal 2003 al 2014 si rileva, nella maggior parte dei casi, una diminuzione ma con alcune eccezioni. La demenza e malattia di Alzheimer hanno un andamento crescente fino al 2012, mentre negli ultimi due anni in esame appare una lieve riduzione. La setticemia invece è in aumento in modo quasi costante fino al 2014, con un balzo più rapido nel 2011 e nel 2012. Anche il morbo di Parkinson, sebbene in misura più contenuta e con alcune oscillazioni, ha fatto registrare alcuni incrementi nell'arco del periodo di osservazione. Il gruppo dei disturbi metabolici aumenta dal 2003 tra il 2 e il 7% ogni anno fino al 2012 per poi assestarsi negli ultimi due anni (nel 2014 il tasso di mortalità è pari a 0,54 per diecimila).

Nell'arco di tempo analizzato si possono osservare anche eventuali effetti sulla mortalità di fattori congiunturali legati ad eventi epidemiologici particolari (ad esempio le sindromi influenzali). Il salto che si evidenzia nel 2005 nel trend decrescente delle malattie del sistema circolatorio (malattie ischemiche del cuore, malattie cerebrovascolari e altre malattie del cuore), dell'influenza e polmonite e delle malattie croniche delle basse vie respiratorie, per esempio, può essere correlato al picco di influenza registrato nello stesso anno. Altra oscillazione per le stesse cause, sebbene di entità inferiore, si registra in corrispondenza del picco influenzale del 2012. 

Per combattere la resistenza agli antibiotici e scoprire nuovi, ipermoderni, farmaci anti-microbici in grado di curare le infezioni, gli scienziati stanno tornando al Medio Evo. Letteralmente. Un team di ricercatori dell'università della Pennsylvania specializzati in microbiologia, parassitologia, chimica e farmacia medievale, infatti, sta cercando nei trattati di medicina dei Secoli bui un'illuminazione per rispondere alla crisi dei medicinali.

Una resistenza che uccide 700mila persone all'anno

La resistenza agli antibiotici, frutto di un abuso di questi farmaci, rende necessaria la creazione di nuovi medicinali in grado di superare il blocco e di curare le malattie. Tuttavia, la ricerca è a un punto di stallo, e le conseguenze sono pesantissime: attualmente circa 700mila persone ogni anno muoiono per infezioni resistenti ai farmaci. E se la situazione non cambierà, entro il 2050 le vittime saranno 10 milioni.

Un database di farmaci antichi

L'obiettivo del team di scienziati, secondo quanto riferito dalla Cnn, è quello di studiare le prescrizioni mediche medievali, di individuare gli ingredienti e i principi attivi utilizzati nel passato e catalogarli in un database. La speranza è che sulla base di queste conoscenze e grazie alle moderne tecnologie si possano creare in laboratorio nuovi e più efficaci antibiotici.

Da vino, aglio e bile di bue un potente antimicrobico

Intanto, la ricerca degli scienziati ha già prodotto il primo risultato: replicando la ricetta del 'balsamo per occhi' contenuto nel "Bald's Leechbook" (un antico testo inglese di medicina sull'uso delle sanguisughe risalente al nono secolo), il team ha ricreato un composto che si è rivelato essere un potente agente antistafilococcico. Per metterlo a punto, Bald raccomandava di mescolare vino, aglio e bile di bue e poi lasciarli a riposare in un contenitore di ottone per 9 notti.

Il Nobel che arriva dalla medicina cinese

I ricercatori dell'università della Pennsylvania non sono i primi a tornare al passato per affrontare le moderne sfide. Il premio Nobel per la medicina 2015, la chimica Tu Youyou, ha creato un potente anti-malarico partendo dall'artemisia annuale, una pianta erbacea molto utilizzata nella medicina tradizionale cinese. 

Il progetto Star Citizen avanza, e presenta la razza aliena Banu

Star Citizen continua a fare parlare di se, e dopo alcuni video interessanti riguardanti il mondo di gioco, e la notizia dell’improvviso cambio di motore grafico, ecco che un ennesimo documentario presente la razza aliena dei Banu, con dettagli sulla loro nave chiamata Defender. Il video sottostante, della durata di circa mezz’ora, presenta anche alcuni miglioramenti del titolo spaziale, relativi a personaggi e animazioni.

Star Citizen ha raccolto quasi 150 mila dollari, dopo i 141 raggiunti nel mese di gennaio. Un successo quasi senza pari per quel che riguarda il finanziamento videoludico, e che molti utenti sperano venga ricompensato con un grande gioco. Star Citizen è attualmente in pre-alpha, e l’uscita ufficiale del gioco è ancora avvolta nel mistero. Il gioco dei Cloud Imperium è un esclusiva PC.

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