Un piccolo film di grande poesia che richiama molta cinematografia francese, a metà tra il documentario sociale e il film intimistico.

 

Delicato, originale nel punto di vista e suggestivo, grazie anche alle musiche originali di Kira Fontana e ad una splendida fotografia di Alp Korfali, mai oleografica eppure a tratti struggente. La regia di Ceyda Torum, misurata, quasi perfetta nella durata, racconta bene con lo schema del film documento, attraverso interviste e racconti per immagini alternate ma senza essere didascalica. Il messaggio però è forte anche se passa quasi per caso attraverso una cura, perfino ossessiva, degli abitanti di Istanbul per i gatti, animali ritenuti affascinanti, misteriosi, così diversi da noi eppure umani troppo umani, perché ognuno ha una sua personalità e perché con loro è possibile stabilire una relazione anche senza parole. Gradualmente nel corso del film frutto di collaborazione tra la Turchia e gli USA del 2016, uscito in Italia solamente a maggio 2018, il mosaico si ricompone restituendoci un’umanità molto sola, in lotta con i propri problemi, che ammette di curare le ferite prendendosi cura dei gatti, da certuni ritenuti addirittura un tramite con dio. Alla fine l’idea è che recuperando il rapporto con questi animali si riacquista la voglia di vivere perduta e il senso dell’ironia del quale sembrano essere dotati. I gatti sono come noi perché non sono come gli uccelli – una conclusione che sembra paradossale di primo acchito: non possono volare via, fuggire ma devono affrontare quello che la vita gli presenta. A Istanbul sono arrivati con le grandi navi dove erano impiegati nella caccia ai topi, per tenerli lontani dalle merci e soprattutto dalle derrate alimentari. Una volta in porto i gatti uscivano dalle imbarcazioni e si arrampicavano sulla collina prospiciente, spesso non tornando in tempo per imbarcarsi di nuovo. Così a Istanbul sono arrivati gatti da tutto il mondo che hanno costruito una comunità multietnica diventando un modello di convivenza. Nella città sul Bosforo, oltre agli abitanti, ci sono queste creature che popolano la città: i gatti di strada, che si aggirano liberi per la metropoli. Da migliaia di anni gironzolano entrando e uscendo dalle vite degli abitanti, diventando una componente essenziale delle tante comunità che rendono così ricca la città. Vivono tra due mondi, quello selvaggio e quello domestico, portando gioia e voglia di vivere nelle persone che scelgono di adottare. A Istanbul i gatti incarnano il caos e la cultura della città e questo incredibile documentario ne racconta le diverse anime attraverso di loro. Da segnalare le riprese ad altezza di gatto, quindi o molto basse o molto alte, seguendo le arrampicate feline; inquadrature dirette sui “genitori adottivi dei gatti” con primi piani, e infine riprese dall’alto della città ma quasi a sfiorare i tetti. Emerge una città brulicante di vita, fascinosa e un po’ delabré, molto confusionaria. Un film garbato che offre uno spunto di riflessione da una visuale insolita.

Regia: Ceyda Torun
Sceneggiatura: Ceyda Torun
Fotografia: Alp Korfali
Musiche: Kira Fontana
Interpreti: Bengu, Deniz, Duman, Gamsiz, Aslan Parcasi
Montaggio: Mo Stoebe
Produttore: Ceyda Torun e Charlie Wupperman
Casa di produzione: Termite Films
Distribuzione: Wanted Cinema
Turchia, 2016, 79 min.

Fonte: saltinaria.it

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