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(AGI) – Washington, 9 lug. – I pazienti che hanno subito
ustioni e traumi potrebbero riportare profondi cambiamenti in
100 trilioni di batteri all’interno del tratto
gastrointestinale. Un gruppo di ricercatori della Loyola
University Chicago Health Sciences Division ha scoperto che nei
pazienti con gravi ustioni si verifica un aumento significativo
di Enterobatteri, una famiglia di batteri potenzialmente
pericolosi. Allo stesso tempo si verifica una corrispondente
riduzione di batteri benefici che normalmente mantengono i
batteri nocivi sotto controllo. I risultati dello studio,
pubblicato sulla rivista Plos One, suggeriscono che i pazienti
potrebbero trarre benefici da trattamenti a base di probiotici.
La stessa cosa, secondo i ricercatori, potrebbe valere per i
pazienti che hanno subito un trauma, comprese lesioni cerebrali
traumatiche. Negli individui sani, il tratto gastrointestinale
contiene piu’ di 100 trilioni di batteri (microbioma), che
vivono in simbiosi e offrono numerosi vantaggi. Se questo
equilibrio si interrompe, si verifica uno stato chiamato
disbiosi, che e’ collegato a molte condizioni, tra cui malattie
infiammatorie intestinali, obesita’, artrite reumatoide e
diabete. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
esaminato campioni di feci di 4 pazienti gravemente ustionati
che sono stati trattati nel centro ustioni del Medical Center
della Loyola University. I campioni sono stati prelevati 5-17
giorni dopo le ustioni. Il microbioma di questi pazienti sono
stati confrontati con il microbioma di un gruppo di controllo
di otto pazienti che avevano subito solo lievi ustioni. Nei
pazienti gravemente ustionati, gli Enterobatteri rappresentato
in media il 31,9 per cento dei batteri del microbioma
intestinale. Al contrario, gli Enterobatteri rappresentavano
solo lo 0,5 per cento del microbioma dei pazienti che avevano
subito lievi ustioni. Gli Enterobatteri appartengono a una
famiglia di batteri che includono anche batteri patologici,
come E. coli e Salmonella. Secondo i ricercatori, gli squilibri
dei batteri possono contribuire al rischio sepsi o ad altre
complicazioni infettive che causano il 75 per cento di tutti i
decessi nei pazienti con gravi ustioni. Lo squilibrio potrebbe
compromettere le pareti del tratto gastrointestinale,
permettendo ai batteri nocivi di fuoriuscire dall’intestino e
raggiungere il flusso sanguigno. I ricercatori hanno in
programma ulteriori studi per confermare questa ipotesi.

(AGI) – Trieste, 9 lug. – La proteina prionica (PrP) potrebbe
ridurre l’insorgenza di attacchi epilettici. A confermarlo e’
stato uno studio internazionale, che ha coinvolto anche
ricercatori della Scuola Internazionale Superiore di Studi
Avanzati (Sissa) di Trieste. Precedenti studi avevano gia’
suggerito che PrP impediva l’insorgere di crisi epilettiche,
probabilmente modulando l’azione di canali sinaptici specifici,
ma alcuni avevano messo in dubbio la validita’ della ricerca.
“In passato, l’idea e’ che i modelli animali non erano
abbastanza specifici e che le osservazioni erano il prodotto un
errore sperimentale sistematico”, ha spiegato Giuseppe Legname,
ricercatore della Sissa di Trieste e tra gli autori dello
studio. “Con il nostro lavoro – ha continuato -abbiamo voluto
fugare ogni dubbio. Abbiamo usato 4 modelli animali per testare
realmente l’ipotesi della funzione neuroprotettiva di PrPC
contro l’epilessia”. Il risultato? “PrPC sicuramente gioca un
ruolo nella prevenzione delle convulsioni e, quando viene a
mancare, sono molto piu’ frequenti”, ha sottolineato il
ricercatore. Questo studio e’ un importante punto di
riferimento nel settore.

R01 (AGI) – Napoli, 9 lug. – “Otto italiani su 10 non sanno che
il fumo passivo puo’ provocare il tumore del polmone. Una
diffusa ignoranza che preoccupa, visto che la meta’ (il 49 per
cento) ammette di accendersi spesso una “bionda” in presenza di
bambini. E per il 43 per cento smettere con le sigarette non
riduce il rischio di sviluppare questa patologia. Sono alcuni
dei dati emersi dal sondaggio condotto dall’Associazione
Italiana di Oncologia Medica (AIOM) su oltre 3.000 cittadini.
L’indagine e’ stata presentata oggi all’Istituto Nazionale
Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli e fa parte della
campagna nazionale di sensibilizzazione sul tumore del polmone.
L’iniziativa, promossa dall’AIOM con il patrocinio della
Fondazione “Insieme contro il Cancro” e dell’associazione di
pazienti WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), prevede
un tour in otto regioni ed e’ realizzata con il supporto di
Boehringer Ingelheim. “Il cancro del polmone si caratterizza di
un forte stigma sociale”, ha detto Nicola Normanno, Direttore
del Dipartimento di Ricerca dell’Istituto Nazionale Tumori
Fondazione G. Pascale di Napoli. “Il 59 per cento degli
intervistati – ha continuato – ritiene che chi e’ colpito dalla
malattia, soprattutto se si tratta di un tabagista, sia
‘colpevole’ della sua condizione. In Campania il 22,9 per cento
della popolazione fuma regolarmente. Si tratta di un dato
superiore alla media nazionale (20,9 per cento). Ricordiamo che
respirare sigarette, proprie e altrui, determina il 90 per
cento del totale dei tumori del polmone. E il fumo passivo e’
un importante fattore di rischio, che aumenta fino al 30 per
cento le probabilita’ di sviluppare la malattia. Ma, come
risulta dal sondaggio, troppi ignorano le regole fondamentali
della prevenzione. Per questo abbiamo deciso di promuovere un
progetto nazionale rivolto a cittadini, oncologi e
Istituzioni”. (

(AGI) – Denver, 8 lug. – La dieta seguita dalla madre durante
la gravidanza spinge in futuro i bambini a cedere alla “voglia”
di alcol e sigarette. Se infatti la donna incinta si rimpinza
di cibo spazzatura, il cervello del bambino viene “programmato”
per godere della combinazione di drink alcolici e nicotina in
futuro. A scoprirlo e’ stato un gruppo di ricercatori della
Rockefeller University in uno studio presentato in occasione
del meeting annuale della Society for the Study of Ingestive
Behavior a Denver. Per arrivare a queste conclusioni gli
scienziati hanno effettuato una serie di esperimenti sui topi:
hanno confrontato la propensione alla nicotina e all’alcol di
topi “adolescenti” figli di mamme che in gravidanza hanno
seguita una dieta a base di cibi grassi o una dieta sana.
Ebbene, i topolini esposti a una dieta grassa prima della
nascita hanno cercato di ottenere una dose di nicotina e alcol,
molto piu’ di quanto hanno fatto i topi esposti a una dieta
sana. Secondo i ricercatori, le stesse conclusioni potrebbero
valere anche per gli esseri umani. (AGI)
.

(AGI) – New York, 8 lug. – I cattivi stili di vita – come
fumare, bere, essere in sovrappeso e inattivi – possono ridurre
la durata della vita di una persone di ben 23 anni. Queste le
conclusioni allarmanti di uno studio della Cambridge
University, pubblicato sulla rivista Jama. Secondo i
ricercatori, una combinazione di malattie cardiache e diabete
puo’ ridurre la vita di oltre un decennio. Ma, se una persona
sviluppa il diabete o soffre di ictus o infarto prima dei 40
anni d’eta’, l’aspettativa di vita puo’ essere ridotta di 23
anni. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
analizzato i dati di oltre 135mila decessi tra piu’ di un
milione di partecipanti allo studio. Gli studiosi hanno
calcolato il calo dell’aspettativa di vita associato a una
storia di malattie cardiometaboliche, in combinazione con
diabete, ictus e attacchi cardiaci. Mentre la letteratura
scientifica e’ ricca di evidenze sul rischio di morte precoce
se si soffre di una di queste condizioni, sono scarsi gli studi
sull’associazione tra riduzione dell’aspettativa di vita e
tutte e tre le condizioni insieme. Cosi’ i ricercatori hanno
dimostrato che esiste un legame molto forte tra morte e queste
malattie sia negli uomini che nelle donne. Tuttavia, gli uomini
hanno meno probabilita’ di sopravvivere a queste condizioni
rispetto alle donne. Queste malattie sono prevenibili
attraverso il mantenimento di un peso sano, con l’esercizio
fisico regolare, con un’alimentazione sana, senza bere troppo o
fumare. “Abbiamo dimostrato che una combinazione di diabete e
malattie cardiache e’ associata a una speranza di vita
notevolmente inferiore”, ha detto Emanuele Di Angelantonio,
autore dello studio. “Un individuo sulla sessantina che ha
entrambe le condizioni ha una riduzione media dell’aspettativa
di vita di circa 15 anni”, ha aggiunto. Gli effetti sono stati
ancora piu’ evidenti a 40 anni d’eta’: con tutte e tre le
condizioni l’aspettativa di vita e’ stata ridotta di 23 anni
negli uomini e di 20 nelle donne. Gli uomini di 60 anni d’eta’
affetti da tutte le condizioni hanno perso in media 14 anni di
vita in media, mentre le donne 16 anni. (AGI)

(AGI) – Londra, 8 lug. – Un gruppo di ricercatori della
Birmingham University (Regno Unito) ha messo a punto un chip di
vetro placcato d’oro capace di individuare il tumore della
prostata prima degli altri test attualmente in uso. Economico e
semplice da usare, il nuovo sistema potrebbe essere utile nello
screening di tutti gli uomini anziani, cosi’ come oggi avviene
per le donne e il cancro al seno. Secondo quanto riportato
dalla rivista Chemical Science, lo speciali chip richiede solo
poche gocce di sangue per funzionare. Il test diagnostico per
il cancro alla prostata attualmente in uso consiste nella
misurazione dei livelli di una proteina chiamata antigene
prostatico specifico (Psa) nel sangue. Tuttavia, molte altre
malattie possono aumentare i livelli di Psa e quindi il test
puo’ portare a risultati sbagliati. Il risultato? Molti uomini
vengono allarmati inutilmente e sono costretti a sottoporsi a
invadenti biopsie. Un altro motivo che spiega l’inaffidabilita’
dei test attuali e’ che c’e’ piu’ di un tipo di Psa e i test
ora disponibili non riescono a distinguerli. Al contrario, il
nuovo test e’ in grado di rilevare solo il Psa indicativo per
il cancro alla prostata. E lo fa cercando una specifica
molecola di zucchero del Psa prodotta solo dagli uomini con il
tumore della prostata. Tuttavia, al momento e’ troppo presto
per stimare quanto sara’ efficace, ma i ricercatori sono molto
entusiasti. Se tutto andra’ come previsto, il test potrebbe
essere disponibile entro due anni a un costo inferiore alle 100
sterline. (AGI)
,

(AGI) – Milano, 8 lug. – Il 70 per cento dell’invecchiamento
della pelle dipende dal sole. Ma e’ possibile godersi una bella
tintarella senza mettere in pericolo la propria pelle. A dirlo
e’ Patrizia Gilardino, chirurgo plastico di Milano, secondo la
quale la pelle “deve essere curata prima, durante e dopo
l’esposizione al sole”.Secondo la specialista e’ possibile
preparare la pelle all’esposizione al sole intervenendo qualche
settimana prima di partire per le vacanze. “Un trattamento di
biorivitalizzazione permette di mantenere la pelle idratata per
tutta l’estate”, spiega Gilardino. Anche gli integratori
alimentari specifici per l’abbronzatura possono essere d’aiuto.
“Sono integratori a base di sostante naturali – ha spiegato il
chirurgo – e sono utili per la sintesi della melanina. In
questo modo la pelle viene predisposta all’abbronzatura”.
Durante l’esposizione al sole, invece, Gilardino ha
raccomandati l’uso di ottime protezioni solari, specie per le
persone bionde con la pelle delicata. “Non si tratta solamente
di un’accortezza per prevenire le scottature, ma soprattutto
per riparare la cute dai raggi ultravioletti e per mantenerla
ben idratata”, ha detto la specialista, secondo la quale anche
al rientro dalle vacanze l’attenzione non deve calare. “Occorre
continuare a curare la propria pelle per contrastare la
secchezza e mantenerne luminosita’, elasticita’ e tonicita’”,
ha premesso Gilardino, spiegando che, in casi di danni (es.
macchie), bisogna valutare caso per caso. (AGI)

(AGI) – Denver, 8 lug. – Mangiare troppi cibi grassi puo’
danneggiare i nervi dello stomaco che segnalano al cervello
quando siamo pieni. A scoprirlo e’ stato un gruppo di
ricercatori della University of Georgia in uno studio
presentato in occasione del meeting annuale della Society for
the Study of Ingestive Behavior a Denver. La ricerca e’ stata
condotta su topolini alimentati con una dieta ad alto contenuto
di grassi. Dai risultati e’ emerso che una dieta non sana puo’
alterare l’equilibrio dei batteri dell’intestino, incoraggiando
quelli che prosperano nel grasso a moltiplicarsi e uccidendo i
batteri che preferiscono il cibo piu’ sano. Questo puo’ portare
all’infiammazione dei nervi e, di conseguenza, al cervello non
arrivano i segnali della sazieta’. In pratica questo
cambiamento puo’ portare a “una cattiva comunicazione tra
intestino e cervello”, hanno spiegato i ricercatori. Ad esempio
il cervello puo’ continuare a pensare che il corpo abbia
bisogno di cibo quando in realta’ e’ gia’ pieno. Tuttavia, i
ricercatori non hanno ancora capito se questo cambiamento e’
permanente o meno. Secondo gli studiosi, i nostri corpi
sarebbero “programmati” per cibarsi di prodotti provenienti da
fonti naturali e quando si cambia dieta, aggiungendo alimenti
artificiali e altamente trasformati, e’ possibile che si
sconvolga l’equilibrio dei batteri intestinali che finiscono
per confondere il cervello. (AGI)
.

(AGI) – Los Angeles, 7 lug. – Le donne vengono comunemente
definite come il “sesso debole”, ma in realta’ a essere piu’
fragili sono proprio gli uomini. Uno studio della University of
Southern California ha dimostrato che gli uomini hanno una vita
piu’ breve delle donne perche’ sono piu’ inclini a sviluppare
malattie cardiache. Sarebbero quest’ultime, infatti, a essere
all’origine della diversa aspettativa di vita fra i due sessi.
Secondo i ricercatori, questo divario sarebbe emerso alla fine
del 20esimo secolo, cioe’ quando le persone tra il 1800 e
l’inizio del 1900 hanno iniziato a beneficiare della
prevenzione delle malattie infettive, di un’alimentazione
migliore e di altri comportamenti positivi per la salute. Lo
studio pero’ ha dimostrato che le donne hanno iniziato a
raccogliere questi benefici sulla longevita’ molto piu’
velocemente. Sulla scia di questa diminuzione di massa della
mortalita’ il gap tra i sessi e’, secondo i ricercatori, dovuto
a un maggior numero di decessi per malattie cardiache tra gli
uomini. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
esaminato l’aspettativa di vita delle persone nate in 13 paesi
sviluppati tra il 1800 e il 1935. Concentrandosi sulla
mortalita’ negli adulti di eta’ superiore ai 40 anni, gli
studiosi hanno scoperto che nei soggetti nati dopo il 1800, il
tasso di mortalita’ delle donne e’ diminuito del 70 per cento
piu’ velocemente di quello degli uomini. Anche quando i
ricercatori hanno considerato malattie legate al fumo, le
patologie cardiovascolari sembrano essere la causa delle morti
in eccesso degli uomini con un’eta’ superiore ai 40 anni. Ora,
secondo i ricercatori, sarebbero necessari ulteriori studi per
capire se questa disparita’ fra sessi sia dovuta a stili di
vita, alimentazione o esercizio fisico, oppure possa avere
cause genetico e biologiche.

(AGI) – Milano, 7 lug. – La musica puo’ servire per aiutare le
persone colpite da ictus a riacquistare le capacita’ motorie.
Lo dimostra uno studio dell’Universita’ di Milano-Bicocca,
condotto in collaborazione con l’Istituto Auxologico
Italiano-IRCCS, pubblicato su Journal of Neuropsychology. La
ricerca ha coinvolto 11 persone colpite da ictus dell’emisfero
destro e affette da un deficit di esplorazione dello spazio
sinistro. Le lesioni all’emisfero destro, infatti,
compromettono la cognizione spaziale, essenziale per attivita’
quotidiane come attraversare la strada o vestirsi
autonomamente. I ricercatori hanno studiato gli effetti della
musica sui pazienti colpiti da ictus. Tre le fasi
dell’esperimento. In un primo momento e’ stato chiesto ai
partecipanti di premere da destra a sinistra i tasti di una
tastiera spenta. Senza percepire i suoni, i pazienti si
fermavano molto prima di raggiungere l’ultimo tasto, come se la
meta’ sinistra della tastiera non esistesse. In una seconda
fase la tastiera e’ stata accesa, ma i tasti riproducevano dei
suoni casuali. Anche in questo caso i partecipanti
all’esperimento non completavano l’esercizio e si fermavano
prima della fine della tastiera. Nella terza fase, la tastiera
riproduceva fedelmente l’ordine della scala musicale. E con le
note in ordine, gli undici partecipanti riuscivano a spingersi
oltre nell’esplorazione della tastiera, in alcuni casi
arrivando fino alla fine della strumento. I ricercatori hanno
quindi dimostrato che riprodurre i suoni della scala musicale
migliora significativamente l’esplorazione dello spazio nelle
persone affette da lesione cerebrale all’emisfero destro. Ecco
perche’ inserire alcuni esercizi musicali all’interno dei
classici percorsi riabilitativi potrebbe migliorare la
capacita’ motoria delle persone affette da ictus che, a causa
dei danni cerebrali, non percepiscono piu’ lo spazio sinistro
con gravi ripercussioni sulla capacita’ motoria.
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