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(AGI) – New York, 17 lug. – Solo pochi riescono a perdere peso
e a mantenerlo a lungo termine. Uno studio decennale del King’s
College di Londra ha infatti scoperto che un uomo obeso su 210
e una donna obesa su 124 raggiungono effettivamente un peso
corporeo sano. “Una volta che un adulto diventa obeso e’ molto
improbabile che torni a un peso corporeo sano”, ha detto Alison
Fildes, autrice dello studio pubblicato sull’American Journal
of Public Health. “Sono necessari nuovi approcci urgenti per
affrontare questo problema”, ha aggiunto. Per arrivare a queste
conclusioni i ricercatori hanno analizzato le fluttuazioni di
peso di quasi 280mila uomini e donne britanniche tra il 2004 e
il 2014. I risultati suggeriscono che anche quando qualcuno
riesce a perdere peso, e’ molto improbabile che riesca a
mantenerlo. Un terzo delle persone infatti e’ vittima
dell’effetto yo-yo, cioe’ perde i chili per poi rimetterli
subito dopo. Tra coloro che sono riusciti a perdere il 5 per
cento di peso, il 53 per cento lo rimette su in due anni e il
78 percento entro 5. In particolare, i ricercatori hanno
scoperto che gli uomini obesi, cioe’ quelli con indice di massa
corporea tra i 30 e i 35, ha lo 0,47 per cento di probabilita’
di raggiungere un peso sano, cioe’ un indice di massa corporea
inferiore a 25. Le donne obese sono invece risultate avere lo
0,8 per cento di probabilita’ di successo. In generale, piu’ si
e’ grassi e piu’ diventa difficile raggiungere e mantenere un
peso sano. Gli uomini gravemente obesi, cioe’ con un indice di
massa corporea uguale o superiore a 40, hanno avuot solo lo
0,08 per cento di probabilita’ di raggiungere un peso sano:
praticamente solo uno su 1.290. E solo una donna su 677 (0,15
per cento) gravemente obesa e’ stata in grado di perdere peso.
“Questi risultati – hanno commentato i ricercatori –
suggeriscono che il sistema attuale non funziona per la
stragrande maggioranza degli obesi”. (AGI)

(AGI) – Londra, 17 lug. – Ci sarebbero una serie di cambiamenti
biochimici nel Dna dei malati a rendere alcuni tumori al seno
resistenti alla terapia ormonale. A scoprirli e’ stato un
gruppo di ricercatori del Garvan Institute di Sidney in uno
studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. Un
quarto dei tumori mammari diventa resistente alla terapia
ormonale. Questo trattamento viene utilizzato nelle donne con
cancro al seno “positivo al recettore dell’estrogeno”, un tipo
di tumore diagnosticato nel 70 per cento delle pazienti con
cancro al seno. Ora i ricercatori hanno scoperto cosa succede
quando all’improvviso il tumore diventa resistente alla terapia
ormonale. I risultati permetteranno di capire in anticipo se un
tumore e’ resistente alla terapia ormonale, aiutando in questo
modo a sapere tempestivamente a quale trattamento sottoporre la
paziente. Questo significa migliorare le possibilita’ di
sopravvivenza. “Le donne che hanno questo tipo di cancro al
seno tollerano la terapia endocrina molto bene, ma circa il 23
per cento sviluppano una resistenza, e una volta che questo
accade le possibilita’ di sopravvivenza sono piuttosto scarse”,
ha spiegato Susan Clark, una delle autrici dello studio.
“Volevamo capire il meccanismo responsabile di questo, cosi’
abbiamo potuto comprendere perche’ succede e come trattare
queste donne”, ha aggiunto. Secondo i ricercatori il
trattamento endocrino, che blocca gli estrogeni, non funziona
piu’ quando intervengono dei movimenti “epigenetici”, cioe’
modifiche biochimiche nel Dna di una persona. “Ora possiamo
scoprire se una donna e’ gia’ resistente alla terapia ormonale
prima di sottoporla al trattamento, oltre a essere in grado di
seguire le donne nel corso del trattamento per capire se e
quando sviluppano una resistenza”, ha detto Clark. “Ci sono
anche nuove terapie in fase di sperimentazione – ha continuato
– che combinano nuove terapie ‘epigenetiche’ che, se combinate
con la terapia endocrina, potrebbero invertire l’effetto di
eventuali modifiche del Dna e sensibilizzare il tumore al
trattamento”. Ora che sono state identificate le cause della
resistenza, e’ possibile anche sviluppare nuovi test
diagnostici che consentono un monitoraggio dettagliato dei
malati di cancro al seno prima e durante, migliorando
significativamente le opzioni di trattamento. (AGI)

(AGI) – Washington, 17 lug. – Le persone che parlano due o piu’
lingue hanno piu’ materia grigia in alcune parti del cervello,
responsabili dell’attenzione e della memoria a breve termine.
Ma non c’e’ alcuna differenza se la seconda lingua e’ quella
dei segni. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio del
Medical Center della Georgetown University di Washington DC,
pubblicato sulla rivista Cerebral Cortex. In passato si
riteneva che i bambini bilingue potevano essere svantaggiati
perche’ la presenza di due vocabolari si pensava potesse
compromettere lo sviluppo del linguaggio. Ma una ricerca
recente ha dimostrato che i bambini che parlano almeno due
lingue hanno un rendimento migliore nei compiti che richiedono
attenzione e memoria a breve termine rispetto ai compagni
monolingue. Ora il nuovo studio ha trovato che i poliglotti
hanno piu’ materia grigia, dimostrando che gestire due o piu’
lingue puo’ cambiare il cervello. “Abbiamo scoperto che
l’esperienza con due lingue e la maggiore necessita’ di
controllo cognitivo per usarle in modo appropriato comporta dei
cambiamento nel cervello dei bilingui spagnolo-inglese rispetto
ai monolingui di lingua inglese”, ha detto Guinevere Eden, che
ha coordinato lo studio. “E in effetti abbiamo osservato una
maggiore presenza di materia grigia nei bilingui nelle regioni
frontali e parietali del cervello coinvolte nel controllo
esecutivo”, ha aggiunto. Queste differenze di materia grigia,
secondo i ricercatori, potrebbero essere spiegate dalle
maggiori esperienze di chi parla piu’ lingue. (AGI)

(AGI) – Brescia, 17 lug. – Crescono i disturbi della tiroide
anche nel sesso maschile, guadagnando il secondo posto delle
malattie endocrine dopo il diabete per numero di casi con
500mila pazienti solo in Italia. Le forme subcliniche anche nei
maschi aumentano il rischio di fratture ossee, cosi’ come
sottolineato anche da una metanalisi pubblicata su JAMA. E’ la
notizia emersa a margine del Congresso Cuem (Clinical update in
Endocrinologia e metabolismo) che si e’ svolto a Brescia
durante la sessione dedicata alle patologie tiroidee,
generalmente appannaggio del sesso femminile. La ricerca ha
preso in esame oltre 70mila uomini, al 5,8 per cento dei quali
e’ stata riscontrata una forma subclinica di ipotiroidismo e al
3,2 per cento ipertiroidismo subclinico, quelle condizioni in
cui i valori ormonali sono al limite della patologia. “Lo
studio, che ha preso in considerazione un numero pari di uomini
e donne ha mostrato che un basso livello di TSH (l’ormone
tireotropo, prodotto dall’ipofisi anteriore che regola la
produzione tiroidei T3 e T4) e una tiroide che tende a
funzionare troppo sono associati ad un piu’ alto rischio di
fratture d’anca e vertebrali, il doppio del rischio dei
soggetti con valori tiroidei normali”, ha spiegato Andrea
Giustina, Ordinario di Endocrinologia presso l’Universita’ di
Brescia e presidente del Congresso. “La relazione tra ormoni
tiroidei e fragilita’ ossea e’ data da un aumento del turn-over
osseo causato anche da un lieve eccesso di ormoni tiroidei
circolanti”, ha aggiunto. Un basso livello di TSH e’ associato
ad un rischio di 1,6 volte superiore di fratture d’anca e di
1,9 volte per tutte le ossa. Mentre i soggetti con una tiroide
pigra non sembrano avere aumentato rischio di fragilita’
scheletrica. Buone notizie invece per quel che riguarda i
noduli tiroidei, la maggior parte sono benigni e molti possono
essere tenuti sotto osservazione senza necessita’ di
trattamento. “I noduli sono un evento molto frequente nella
popolazione generale e interessano dal 30 al 50 per cento delle
persone”, ha spiegato il Sebastiano Filetti. “Nella maggior
parte dei casi non danno disturbi e vengono scoperti durante
controlli casuali. Di questi, l’80 per cento – ha proseguito –
sono formazioni benigne, il 16,5 per cento hanno un profilo
indeterminato da sottoporre quindi ad ulteriori controlli e
solo il 3,5 per cento presentano un sospetto di malignita’”.

(AGI) – Rho (Milano), 17 lug. – L’attivita’ fisica per
prevenire le patologie croniche non trasmissibili, ma anche per
intervenire sulla psicologia, soprattutto dei piu’ piccoli,
prevenendo i disturbi dell’alimentazione che riflettono spesso
i disagi legati alla crescita. La dottoressa Carmela Bagnato,
dietologa dell’asl di Matera, ha spiegato oggi, nell’ambito di
uno dei workshop organizzati dal Ministero della Salute a Expo
Milano 2015, come uno stile di vita che alla sana alimentazione
associ abitudine al movimento, sia fondamentale non solo per il
corpo ma anche per la mente. “Prima di tutto – ha spiegato il
medico – c’e’ distinzione tra attivita’ fisica e sport. Ai fini
della prevenzione e’ sufficiente dell’attivita’ fisica, va bene
anche solo camminare a passo veloce per 45 minuti almeno per 5
giorni alla settimana. Naturalmente, e’ un discorso valido per
persone giovani, adulte e sane, perche’ in presenza di
patologie o di invecchiamento le raccomandazioni sono diverse
ed e’ bene farsi consigliare dal proprio medico”. Con questa
prassi, secondo quanto sottolineato da Carmela Bagnato, si fa
opera di prevenzione per le malattie croniche come quelle
cardiovascolari e il diabete, ma anche sui disturbi
dell’alimentazione: “l’attivita’ fisica – ha chiarito – aiuta a
migliorare l’aspetto fisico, l’autostima, la socializzazione,
ed e’ quindi molto utile per gli adolescenti ma anche per i
piu’ piccoli: disturbi dell’alimentazione e della nutrizione
sono, infatti, sempre piu’ spesso riscontrati in eta’
pediatrica”. Diventa quindi importante intervenire
sull’educazione: “le ultime evidenze scientifiche – ha concluso
l’esperta – dimostrano che i programmi di prevenzione nelle
scuole portati avanti per periodo di durata maggiore a sei mesi
hanno dato risultati. E’ quindi molti importante l’alleanza tra
il mondo della salute e la scuola”

(AGI) – Roma, 16 lug. – E’ il solo trattamento che abbia
cambiato in meglio la vita delle persone affette da
protoporfiria eritropoietica, una malattia rara caratterizzata
da una grave fotosensibilita’. Un recente studio condotto dai
centri per le Porfirie del San Gallicano e dell’Universita’ di
Zurigo, pubblicato sul British Journal of Dermatology, conferma
che il farmaco afamelanotide, disponibile in Italia dal 2010,
e’ un trattamento sicuro ed efficace anche quando il suo
utilizzo e’ prolungato nel tempo. Nel 2008 si era conclusa la
sperimentazione mondiale di fase III del farmaco afamelanotide,
e’ stato poi eseguito un follow-up su 173 pazienti: 120 seguiti
presso l’Istituto San Gallicano e 53 presso il Centro per le
Porfirie di Zurigo. “Qualita’ di vita migliorata, alta adesione
alla terapia e bassa percentuale di pazienti che ha sospeso la
terapia”, queste le conclusioni al termine del periodo di
osservazione. L’afamelanotide e’ un farmaco pigmentante ed un
potente antiossidante, in grado di prevenire i danni delle
patologie fotoindotte. Viene somministrato ogni 60 giorni
attraverso un impianto sottocutaneo bioriassorbibile. “Abbiamo
osservato per circa 8 anni 120 pazienti ambulatoriali che sono
stati trattati con un totale di 1023 impianti afamelanotide”,
ha spiegato Gianfranco Biolcati, responsabile del Centro per le
Porfirie e Malattie Metaboliche Ereditarie ISG, recentemente
premiato a Parigi in occasione dell’EPP (Protoporfiria
Eritropoietica) Expert Meeting per aver contribuito con il
maggior numero di pazienti al trial clinico sull’afamelanotide.
“Di questi il 23 per cento – ha proseguito – ha interrotto il
trattamento per motivi contingenti, come ad esempio una
gravidanza. Per il resto dei pazienti la qualita’ di vita,
misurata tramite questionario EPP-specifico e’ aumentata fino a
oltre il 70 per cento dall’inizio del trattamento e durante
tutto il periodo di follow-up”.

(AGI) – Roma, 16 lug. – Le donne colpite da carcinoma
dell’ovaio non mucinoso o borderline che devono affrontare un
trattamento antiblastico, subito dopo la diagnosi, devono
svolgere un test genetico per valutare la presenza di mutazioni
del gene BRCA. L’esame deve essere prescritto solo ed
esclusivamente da un oncologo, genetista o dal ginecologo con
specifiche competenze. Sono queste le principali
raccomandazioni contenute in un documento sull’uso dei test
genetico BRCA nella cura del carcinoma ovarico stilato
dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) insieme
alla Societa’ Italiana di Genetica Umana (SIGU), Societa’
Italiana di Biochimica e Biologia Molecolare Clinica (SIBIOC) e
la Societa’ Italiana di Anatomia Patologica e Citologia
diagnostica (SIAPEC-IAP). I risultati di questo test
forniscono informazioni sia per la scelta terapeutica che per
individuare un rischio nei familiari di sviluppare un altro
tumore. Per un’adeguata esecuzione del test, secondo gli
esperti, e’ necessaria per i laboratori una comprovata
validazione ed un controllo di qualita’ esterno del test
proposto. E’ ancora indispensabile definire percorsi aziendali
in cui vengano indicate, in modo chiaro per le pazienti ed i
loro familiari, le funzioni e le responsabilita’ dell’equipe
oncologica, del laboratorio e dell’equipe di genetica clinica
oncologica nelle varie fasi del percorso individuato. Questi
percorsi, come hanno specificato gli esperti, devono sempre
prevedere per il rischio familiare la disponibilita’ di un
counselling genetico. “Quello dell’ovaio rappresenta il 3 per
cento di tutti i tumori femminili e lo scorso anno ha colpito
4.900 italiane”, ha detto Carmine Pinto presidente nazionale
AIOM. “Otto diagnosi su 10 – ha continuato – arrivano quando il
cancro e’ ormai in fase avanzata e, in questi casi, la
sopravvivenza a 5 anni delle pazienti e’ solo del 35 per cento.
I test genetici rappresentano un’arma in piu’ a nostra
disposizione per sconfiggere la malattia. Attraverso un
semplice prelievo di sangue e’ possibile sapere se una donna e’
predisposta ad ammalarsi di cancro e se rispondera’
positivamente o meno ad alcuni farmaci. L’esame deve pero’
essere svolto seguendo specifici criteri stabiliti dai vari
specialisti. Con questo nostro documento vogliamo favorire
l’implementazione del test BRCA nei percorsi assistenziali e
terapeutici delle donne colpite dalla neoplasia”. (AGI)

(AGI) – New York, 16 lug. – Dall’utilizzo dello smartphone e’
possibile capire quando una persona e’ depressa. Uno gruppo di
ricercatori della Northwestern University Feinberg School of
Medicine ha suggerito che, monitorando il tempo trascorso al
telefono e la sua posizione, potrebbe fornire indizi sullo
stato di salute mentale degli utenti. In uno studio pubblicato
sul Journal of Medical Internet Research, i ricercatori hanno
rilevato che piu’ tempo una persona trascorre con il cellulare,
maggiori sono le probabilita’ che sia depresso. L’utilizzo
medio giornaliero per le persone depresse e’ risultato di circa
68 minuti, mentre quello delle persone piu’ felici 17 minuti.
Le persone che trascorrono la maggior parte del tempo a casa o
in un minor numero di posti, come monitorato dal Gps del loro
cellulare, sono anche piu’ propensi a mostrare segni di
depressione. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori
hanno utilizzato i dati di telefonia mobile di 28 uomini e
donne per due settimane per identificare i soggetti con sintomi
depressivi con una precisione dell’87 per cento. Le posizioni
dei soggetti sono state rilevate ogni 5 minuti. “Il significato
di questo e’ che possiamo rilevare se una persona ha sintomi
depressivi e la gravita’ di essi senza fare tutte le domande”,
ha detto David Mohr, autore principale dello studio. “Ora
abbiamo una misura oggettiva del comportamento legato alla
depressione. E lo stiamo rilevando passivamente”, ha aggiunto.
Secondo i ricercatori, in futuro, lo smartphone potrebbe essere
utilizzato per monitorare le persone a rischio depressione,
consentendo ai professionisti sanitari di fornire un aiuto piu’
rapidamente. “I dati mostrano che le persone depresse tendono a
non andare in molti posti e questo riflette la perdita di
motivazione tipica della depressione”, ha spiegato Mohr.
“Quando le persone sono depresse, tendono a ritirarsi e non
hanno la motivazione e l’energia per uscire e fare le cose”, ha
concluso.

(AGI) – Londra, 16 lug. – La “mindfulness”, una tecnica di
meditazione usata per aiutare gli adulti a combattere lo stress
e problemi di salute mentali, dovrebbe essere insegnata nelle
scuole per tenere gli adolescenti lontani da droghe e alcol. Ne
sono convinti alcuni eminenti accademici britannici, come
riporta un articolo pubblicato sul Daily Mail. Esercizi mentali
che aiutano a sviluppare una maggiore consapevolezza di se’ e a
resistere alle pressioni dei coetanei, ovvero la mindfulness,
potrebbe aiutare i giovani a evitare comportamenti a rischio.
La mindfulness e’ stata gia’ adottata da alcune scuole
pubbliche e private del Regno Unito. Ma secondo i suo
sostenitori dovrebbe essere inserita nel programma di studi
nazionale per aiutare gli adolescenti a costruire una
“reselienza psicologica”. Per questo gli studiosi hanno
lanciato il primo studio per capire quanto efficace possa
essere la mindfulness nelle scuole. “Quando gli adolescenti
prendono rischi, come assumere droghe, bere o fumare, sono con
i loro amici”, ha spiegato Sarah-Jayne Blakemore
dell’University College di Londra, che fa parte del team che
sta sperimentando l’efficacia della mindfulness nelle scuole.
“La mindfulness cerca di migliorare il controllo e il processo
decisionale, resistendo alla pressione dei pari”, ha aggiunto.
Questa tecnica di acquisizione dell’autocontrollo comprende
esercizi di respirazione, di visualizzazione di scenari
immaginari, ecc. Il progetto pilota coinvolge quasi 6mila
giovani di eta’ compresa tra gli 11 e i 14 anni che frequentano
76 scuole diverse. La meta’ degli istituti ha adottato la
mindfulness, l’altra si e’ impegnata in programmi di educazione
sociale. La formazione mindfulness si svolgera’ nell’arco di 10
lezioni e avra’ una durata di circa 5 anni, con un periodo di
follow-up di due anni per ogni alunno. I ragazzi saranno
valutati con test computerizzati e poi messi a confronto con il
gruppo di controllo. Se la mindfulness dovesse risultare
efficace, e’ possibile che venga inclusa nei programmi
scolastici nazionali.

(AGI) – Londra, 16 lug. – Numerosi studi hanno dimostrato che
trascorrere molto tempo seduti puo’ portare a problemi di
salute, come il cancro e l’obesita’. Ora un gruppo di
ricercatori del Politecnico federale di Zurigo ha scoperto che
anche il contrario, cioe’ stare troppo in piedi, puo’ causare
problemi. In uno studio pubblicato sulla rivista Human Factors,
i ricercatori hanno dimostrato che stare troppo in piedi puo’,
a breve termine, provocare dolori alle articolazioni e ai piedi
e, a lungo termine, puo’ causare problemi alla schiena e danni
muscolari permanenti. Si stima che circa la meta’ di tutti i
lavoratori del mondo trascorrono il 75 per cento o piu’ della
loro giornata in piedi. I problemi derivanti dallo stare troppo
in piedi, secondo i ricercatori, comprometterebbero anche la
produttiva delle aziende e della societa’ in generale. In un
esperimento gli studiosi hanno chiesto ai partecipanti di stare
in piedi per cinque ore, nelle quali sono state date pause
regolari e una di 30 minuti per il pranzo. I soggetti hanno
dichiarato di sentirsi stanchi in media per 30 minuti dopo le 5
ore trascorse in piedi. Ma i ricercatori hanno scoperto che il
corpo dei partecipanti ha bisogno di oltre 30 minuti per
tornare alla normalita’. “A lungo termine la fatica di un
lavoro che porta a stare in piedi per un tempo prolungato puo’
essere presente anche se non viene percepita”, ha detto Maria
Gabriela Garcia, una delle autrici dello studio. I ricercatori
hanno anche avvertito che gli attuali orari di lavoro non
consentono di combattere il rischio di sviluppare disturbi
muscolo-scheletrici a lungo termine.

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