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(AGI) – Londra, 30 nov. – Un farmaco comunemente usato contro
il diabete potrebbe farci vivere anche piu’ di 120 anni. Si
tratta della metformina che il prossimo anno verra’
sperimentata contro malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. I
ricercatori hanno gia’ condotto test su animali, i quali hanno
dimostrato che la metformina allunga in modo significativo la
loro vita. Ora la Food and Drug Administratio, l’agenzia
americana, ha dato il via libera ai test sugli esseri umani. A
riportare la notizia e’ stato il Daily Mail. In caso di
successo dei test, sara’ possibile immaginare che il farmaco
possa riportare indietro di 20 anni l’eta’ biologica di una
persona di 70 anni. “Se l’obiettivo e’ rallentare il processo
di invecchiamento, allora e’ possibile rallentare anche tutte
le malattie e le patologie collegate all’invecchiamento”, ha
detto Gordon Lithgow del Buck Institute for Research on Ageing
in California, lo scienziato che guidera’ lo studio. “Questa e’
una cosa rivoluzionaria che non e’ mai successa prima”, ha
aggiunto, specificando che solo 25 anni fa era inconcepibile
pensare che un giorno si potesse sperimentare un farmaco
anti-eta’. Gli scienziati ritengono che la metformina possa
avere un effetto anti-invecchiamento perche’ aumenta il numero
delle ,olecole di ossigeno rilasciate in una cellula. Questa
sembra incrementare la loro resistenza e la capacita’ di
sopravvivere per un periodo di tempo piu’ lungo. I ricercatori
hanno testo il farmaco su una specie di nematode e hanno
scoperto che, non solo rallenta il processo di invecchiamento,
ma ne ha migliorato anche le condizioni di salute.
.

(AGI) – Roma, 30 nov. – Un wall gigante coperto di condom che
formano la parola ” AIDS” dal quale ogni persona potra’
staccarne uno finche’, ora dopo ora, la scritta “AIDS”
iniziera’ a scomparire, indicando che solo con l’uso del
preservativo si puo’ ridurre la diffusione del virus. Con
questa originale iniziativa i Giovani della Croce Rossa
Italiana in occasione della Giornata Mondiale contro l’Aids
saranno presenti in numerose piazze italiane, dal 1� dicembre e
per tutta la settimana, come ogni anno, per sensibilizzare la
fascia piu’ giovane della popolazione all’educazione alla
sessualita’ e alla prevenzione delle malattie a trasmissione
sessuale e per far conoscere i rischi dei rapporti non
protetti. In Italia, infatti, nel 2014, secondo l’Istituto
Superiore della Sanita’, sono stati diagnosticati circa 4000
nuovi casi di sieropositivita’ e la fascia d’eta’ piu’ colpita
risulta essere quella dai 25 ai 29 anni. Da quest’anno Croce
Rossa puo’ contare su un importante alleato per combattere la
diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Infatti,
grazie al protocollo di intesa con Durex Italia, sono stati
forniti oltre 75mila condom per supportare le attivita’ di
prevenzione che i Giovani della Croce Rossa svolgono a contatto
con i giovani in discoteche, pub, piazze e scuole. Oltre alle
attivita’ sulle piazze d’Italia quest’anno i Giovani della CRI
promuoveranno l’iniziativa anche sui social network grazie alla
collaborazione di tre famosi youtuber: Il Pancio , Homyatol e
Maurizio Valente, web star che si impegneranno nella
realizzazione di un video spot per parlare ai propri fan
dell’importanza del sesso sicuro e della prevenzione. I video
saranno disponibili a partire dal 1� dicembre sulla pagina
Facebook www.facebook.com/giovani.cri. (AGI)
.

(AGI) – Londra, 30 nov. – Mangiare patate e cavolo puo’
contribuire a ridurre il rischio di sviluppare il cancro allo
stomaco. Non solo. Le persone che consuma una gran quantita’ di
verdure, come cipolle e cavolfiore, hanno un terzo di
probabilita’ in meno di ammalarsi di questo tumore. Un rischio
che invece aumenta quando si consuma birra, alcolici, sa le e
conserve. ALmeno questo e’ quanto emerso da uno studio della
Zhejiang University in Cina, riportato dal quotidiano
britannico Daily Mail. I ricercatori hanno analizzato i dati di
76 ricerche sul cancro allo stomaco e dieta, che hanno
coinvolto un totale di 6,3 milioni di persone, di cui 33mila
morti per tumore dello stomaco. Dai risultati e’ emersi che per
ogni 100 grammi di frutta mangiata al giorno il rischio di
sviluppare questo cancro si e’ ridotto del 5 per cento. Le
probabilita’ di ammalarsi sono ulteriormente scese,
precisamente dell’8 per cento, quando invece sono stati assunti
50 mg di vitamina C, l’equivalente di due patate. Mentre il
sale ha aumentato il rischio del 12 per cento.
.

(AGI) – Roma, 30 nov. – “L’incidenza del tumore alla tiroide e’
in continua crescita a livello mondiale. Lo ha detto Antonio
Nicolucci. direttore di Coresearch (Center for outcomes
research and clinical epidemiology). “Considerato nel passato
una malattia rara – ha aggiunto – in Italia e’ diventato il
quinto tipo di tumore piu’ frequente, il quarto nelle donne,
mentre era il nono nel 2006″. Nel nostro paese si registra
infatti uno degli aumenti piu’ marcati – ha detto Nicolucci –
con ampia variabilita’ nei tassi d’incidenza da regione a
regione. Si stima che ci siano circa 160mila italiani con
tumore della tiroide, il 38 per cento in piu’ rispetto al 2010,
dei quali il 76 per cento puo’ ritenersi gia’ guarito. Ogni
anno vengono diagnosticati oltre 3.200 nuovi casi, mentre 500
persone muoiono a causa della malattia”. Una possibile
spiegazione di questo incremento, secondo gli esperti, potrebbe
essere data dalla maggiore accuratezza e diffusione dei moderni
mezzi diagnostici, non dimenticando che fattori ambientali,
genetici, nutrizionali, economici e sociali contribuiscono alla
malattia. “Questi dati sono preoccupanti”, ha detto Rocco
Bellantone, presidente Itco (Italian Thyroid cancer observatory
foundation) e preside della Facolta’ di medicina
dell’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Benche’ il
tumore alla tiroide non costituisca una delle principali cause
di morte nella popolazione in quanto, se diagnosticato
tempestivamente, e’ un tumore trattabile e curabile, e’
importante – ha continuato – essere preparati per gestirlo al
meglio sia dal punto di vista clinico sia sociale e politico,
non tralasciando la questione cruciale della sostenibilita’ del
sistema sanitario”. (AGI)
.

(AGI) – Stoccolma, 26 nov. – L’Aids torna a far paura anche
in Europa. Secondo il Centro Europeo di Controllo delle
malattie e l’Oms, nel 2014 e’ stato registrato un numero record
di nuove infezioni in Europa e in Asia centrale. Sono state
142mila le nuove infezioni, un dato che non si vedeva dalla
comparsa della malattia negli anni ’80. A pesare soprattutto i
dati del contagio in Russia, dove si conta il 60% delle nuove
diagnosi, mentre nei 28 paesi dell’Ue (piu’ i tre dello spazio
economico comune, Islanda, Liechtenstein e Norvegia) si sono
registrati il 21% di nuovi casi. Nel complesso, il 31% dei
malati sono nati al di fuori del Paese dove e’ avvenuta la
diagnosi. La principale via di trasmissione sono i rapporti non
protetti tra uomini: costituivano il 30% delle diagnosi nel
2005, sono diventati il 42% lo scorso anno. (AGI)

(AGI) – Roma, 26 nov. – Simone e’ solo un bambino, ma il suo
corpo invecchia precocemente a causa della progeria. Elena
lotta contro l’encefalopatia etilmalonica. Giulia e’ affetta da
una rara malattia dello sviluppo chiamata sindrome di
Ayme’-Gripp. Storie di piccoli pazienti rari e ‘ultra-rari’ che
si intrecciano in “Vite Coraggiose”, la prima campagna sociale
della nuova Fondazione Bambino Gesu’ Onlus a sostegno della
ricerca e cura delle malattie genetiche orfane di diagnosi. Lo
sviluppo delle attivita’ di ricerca e’ uno degli obiettivi
principali che la Fondazione si e’ data nella definizione del
nuovo statuto e del nuovo Consiglio direttivo, nominato
direttamente dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.
“Le vite coraggiose – spiega Mariella Enoc, presidente della
Fondazione e dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede – sono
quelle dei piccoli pazienti affetti da malattie rare e
ultra-rare, spesso privi di diagnosi oltre che di cura, che
combattono tenacemente per affermare il loro diritto alla vita.
Vite coraggiose sono quelle delle loro mamme e dei loro papa’,
che lottano per il futuro dei propri bambini. Vite coraggiose
sono quelle dei medici, infermieri e ricercatori sempre in
prima linea per scoprire nuove cure e fornire la migliore
assistenza ai nostri bambini”. La campagna nazionale di
raccolta fondi della Fondazione Bambino Gesu’ Onlus prendera’
il via in occasione del Giubileo straordinario della
Misericordia indetto da Papa Francesco. Durera’ 3 anni, con
l’obiettivo di finanziare i progetti di ricerca che l’Ospedale
Pediatrico ha sviluppato per “dare un nome alle patologie senza
nome”, individuare i meccanismi genetici alla base delle
malattie “orfane” ed elaborare nuove possibili strategie
terapeutiche. Si definiscono “rare” le malattie che colpiscono
meno di 5 pazienti ogni 10.000 abitanti. Oggi se ne contano
circa 8000. Le stime suggeriscono un numero tra i 27 e 36
milioni di persone colpite in Europa, di cui circa 1-2 milioni
in Italia. Il 60-70% sono bambini o minori (circa 1 milione).
Nel 30% dei casi le attese di vita non superano i 5 anni. Oltre
l’80% delle malattie rare ha un’origine genetica. Il 50% dei
casi resta senza diagnosi. “Siamo tutti geneticamente
imperfetti” spiega il prof. Bruno Dallapiccola, direttore
scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’. “Purtroppo
in alcune persone questa imperfezione determina, a partire
dall’eta’ pediatrica, una forma di patologia spesso molto grave
e soprattutto difficile da riconoscere. Sono le cosiddette
malattie orfane e ultra-rare (meno di 1 persona ogni 100.000),
prive di diagnosi, oltre che di cura. E’ a questi malati che la
campagna “Vite Coraggiose” vuole offrire una prospettiva di
speranza”.
.

(AGI) – Londra, 26 nov. – Iniettando milioni di cellule
immunitarie nel corpo e’ possibile ripristinare la produzione
dell’insulina, l’ormone responsabile della regolazione del
zucchero nel sangue. Questo trattamento puo’ liberare per un
anno le persone con diabete di tipo 1 dall’obbligo di
iniettarsi l’insulina ogni giorno. A dimostrarlo e’ stato un
gruppo di ricercatori della University of California di San
Francisco in uno studio pubblicato sulla rivista Science
Translational Medicine. Il diabete e’ una condizione cronica
che consiste nella presenza in eccesso di glucosio nel sangue
perche’ il corpo non riesce a utilizzarlo correttamente.
L’insulina e’ l’ormone secreto dalle cellule nel pancreas e ha
il compito di scomporre lo zucchero nel sangue. Le persone sane
hanno milioni di cellule chiamate “T-reg” che impediscono al
sistema immunitario di attaccare le cellule nel pancreas che
producono insulina. Le persone con diabete di tipo 1, invece,
non ne hanno abbastanza per proteggere il pancreas che, di
conseguenza, viene attaccato e non produce piu’ insulina a
sufficienza. I malati, quindi, sono costretti ogni giorno a
iniettarsi piu’ dosi di insulina. Ora pero’ i ricercatori
californiani hanno scoperto che le cellule T-reg possono essere
prelevate e moltiplicate per 1500 volte in laboratorio.
Successivamente possono essere rimesse nel flusso sanguigno e
funzionare normalmente, proteggendo cosi’ le cellule che
producono insulina. Questo approccio e’ stato testato su 14
persone ed e’ durato 12 mesi. I soggetti avevano un’eta’
compresa tra i 18 e 43 anni e avevano ricevuto da poco una
diagnosi di diabete di tipo 1. I medici hanno prelevato dal
loro sangue circa dai due ai quattro milioni di cellule T-reg.
Una volta separate dalle altre cellule, sono state replicate in
laboratorio per poi essere nuovamente infuse nel sangue. Un
quarto di esse e’ stato ritrovato nel sangue dei pazienti dopo
12 mesi e sono state in grado di svolgere la funzione di
protezione del pancreas, in modo da permettergli di produrre
insulina. “Usando le T-reg potremmo essere in grado di cambiare
veramente il corso della malattia”, ha riferito Jeffrey
Bluestone, uno degli autori dello studio, al Daily Telegraph.
“Ci aspettiamo che le T-reg diventino una parte importante
della terapia del diabete in futuro”, ha concluso.
.

(AGI) – Palermo, 27 ago. – Il Diabetes research institute (Dri)
dell’Universita’ di Miami ha comunicato di aver sottoposto con
successo il primo paziente a una sperimentazione clinica con
una nuova tecnica di trapianto di isole (grappoli microscopici
di cellule pancreatiche che producono insulina). Lo studio di
fase I/II, approvato dalla Food and drug administration (Fda),
si basa su decenni di interventi condotti dal Dri con partner
internazionali, compresi in Italia l’ospedale Niguarda e il San
Raffaele di Milano e l’Ismett di Palermo, che ne da’ notizia in
un comunicato. Si tratta di un primo importante passo verso lo
sviluppo del BioHub, un “mini organo” bioingegnerizzato che
imita il pancreas nativo per ripristinare la naturale
produzione di insulina nei pazienti con diabete di tipo 1. Nel
diabete di tipo 1, le cellule che producono insulina nel
pancreas vengono distrutte dal sistema immunitario, e il
paziente deve usare l’insulina per gestire i livelli di
zucchero nel sangue. Dopo un trapianto di isole in molti casi i
diabetici non fanno piu’ iniezioni di insulina da oltre 10
anni, ma il trapianto viene solitamente effettuato infondendo
le isole pancreatiche nel fegato. In questa sede il contatto
delle isole con il sangue attiva una reazione infiammatoria che
le danneggia.
“Questo e’ il primo caso in cui le isole sono state
trapiantate con tecniche di ingegneria tissutale all’interno di
una impalcatura biologica e riassorbibile sulla superficie
dell’omento, tessuto che riveste gli organi addominali”, spiega
Camillo Ricordi, professore di Chirurgia e direttore del Dri e
del Centro trapianti cellulari presso l’Universita’ di Miami e
presidente del cda di Ismett. “Il sito e’ accessibile con la
chirurgia minimamente invasiva (laparoscopica), ha lo stesso
apporto di sangue e le stesse caratteristiche di drenaggio del
pancreas e permette di minimizzare la reazione infiammatoria e
quindi il danno alle isole trapiantate”, aggiunge il medico.
L’impalcatura biodegradabile, una delle piattaforme per il
BioHub, e’ una combinazione di plasma del paziente e trombina,
un comune enzima per uso clinico. Queste sostanze, quando
unite, creano una sostanza gelatinosa che si attacca all’omento
e mantiene le isole in sede. L’organismo assorbe gradualmente
il gel lasciando le isole intatte, mentre si formano nuovi vasi
sanguigni che forniscono ossigeno e altri nutrienti necessari
per la sopravvivenza delle cellule. Lo studio pilota prevede il
regime immunosoppressivo attualmente in uso negli studi sul
trapianto di isole pancreatiche e sara’ limitato ad un numero
ristretto di partecipanti. Una volte dimostrato che questa
procedura e’ sicura e che le cellule possono funzionare in
questo sito alternativo in modo equivalente al fegato,
l’obiettivo e’ di aggiungere altre componenti per favorire lo
sviluppo di nuovi vasi sanguigni, la generazione di ossigeno e
la protezione delle cellule produttrici di insulina
trapiantate, con riduzione e infine eliminazione
dell’immunosoppressione sistemica.

(AGI) – Londra, 27 ago. – Messo a punto un test del sangue in
grado di predire le recidive del cancro al seno. Lo ha
annunciato un gruppo di scienziati dell’Institute for Cancer
Research di Londra in uno studio pubblicato sulla rivista
Science Translational Medicine. Con il nuovo test si puo’
rilevare la presenza di tracce di Dna del tumore nel circolo
sanguigno. Questo significa individuare le cellule tumorali
sopravvissute ai trattamenti iniziali, che aumentano di 12
volte il rischio di sviluppare una recidiva. Nello studio il
test e’ stato eseguito su 55 donne. Di queste 15 hanno
sviluppato una recidiva e il test e’ riuscito a predire 12
ricaduta con una media di 8 mesi di anticipo. Ora i ricercatori
hanno intenzione di confermare questi risultati con trial
clinici piu’ approfonditi. “La domanda chiave che adesso
dobbiamo porci e’ se siamo in grado di individuare le donne a
rischio di recidiva con sufficiente anticipo per arrivare a
prevenire la ricaduta. Per ora non lo sappiamo, ma contiamo di
capirlo con i prossimi studi”, ha detto al sito della Bbc
Nicholas Turner, uno degli autori dello studio.

(AGI) – Londra, 27 ago. – Le primogenite hanno il 40 per cento
di probabilita’ in piu’ di essere obese rispetto alle sorelle
piu’ piccole. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio, il
piu’ grande nel suo genere, condotto dalla University of
Auckland in Nuova Zelanda e dalla Uppsala University in Svezia.
I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Epidemiology
and Community Health. I ricercatori hanno esaminato i dati
sullo stato di salute di 13.400 coppie di sorelle, raccolti tra
il 1991 e il 2009. Le donne erano svedesi e incinte: le
primogenite sono risultate piu’ pesanti in media di oltre mezzo
chilo. Questo significa che l’indice di massa corporea delle
primogenite e’ stato del 2,4 per cento superiore. In
definitiva, le primogenite hanno in media il 29 per cento di
probabilita’ in piu’ di essere in sovrappeso e il 40 per cento
in piu’ di essere obese. E, stando a studi precedenti, sarebbe
cosi’ anche per i primogeniti maschi. I ricercatori hanno
osservato che l’aumento di peso e’ piu’ marcato verso i 18 anni
d’eta’. I risultati, secondo i ricercatori, spiegherebbero
anche perche’ oggi il tasso di obesita’ e’ elevato: dato che
oggi le famiglie tendono ad avere sempre meno figli, ci
sarebbero piu’ primogeniti e quindi piu’ persone che tendono ad
avere chili di troppo. “Il nostro studio – hanno detto gli
studiosi – corrobora altri grandi studi sugli uomini. La
costante riduzione della dimensione della famiglia puo’ essere
un fattore che contribuisce all’aumento di Bmi osservato negli
adulti in tutto il mondo, non solo tra gli uomini, ma anche tra
le donne”.

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