Newsletter
Video News
Oops, something went wrong.
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

(AGI) – Roma, 28 lug. – Riducendo la quantita’ (concentrazione)
di steroli vegetali nel sangue si riduce l’aterosclerosi e
dunque il rischio di infarto. Lo ha scoperto un gruppo di
ricercatori dell’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore e del
Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Grazie all’analisi
dettagliata dei dati di una ricerca clinica giapponese appena
pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology, i
risultati potrebbero avere ricadute importanti. Fino a oggi si
e’ ritenuto che gli steroli vegetali avessero unicamente un
effetto positivo a aiutano, anche se di poco, a ridurre il
colesterolo cattivo. Invece, alla luce del nuovo studio,
proprio in questi steroli finora considerati amici del cuore,
potrebbe celarsi un altro nemico della salute cardiovascolare.
Lo studio giapponese ha dimostrato che l’aggiunta alla terapia
classica anti-colesterolo con statine di un secondo farmaco
chiamato Ezetemibe riduce la gravita’ dell’aterosclerosi
coronarica in misura maggiore rispetto alle sole statine.
L’Ezetemibe e’ un farmaco che inibisce la assorbimento
intestinale di colesterolo e di steroli vegetali. Invece le
statine inibiscono la sintesi del colesterolo nel fegato. I
ricercatori italiani, analizzando in profondita’ i dati dello
studio giapponese, hanno osservato che l’effetto favorevole
dell’Ezetemibe sull’aterosclerosi coronarica e’ associato a una
riduzione dei livelli ematici di steroli vegetali.

(AGI) – Roma, 28 lug. – Segni e sintomi non sempre conducono
alla diagnosi di alterata funzione della tiroide. Questo uno
dei dati emersi grazie a Tiroide in Primo Piano, la campagna di
sensibilizzazione promossa dalla Fondazione Cesare Serono. Dai
1.203 questionari compilati da utenti con diagnosi confermata
di alterata funzione della tiroide e’ infatti emerso che, in un
terzo dei casi , alla diagnosi non si e’ arrivati grazie a
segni o sintomi tipici delle malattie della tiroide. E’ inoltre
emerso che le tiroiditi si associano piu’ spesso (nel 70 per
cento dei casi) ad alterazioni della funzione tiroidea e che,
nella maggioranza dei casi (52 per cento), ci si rivolge al
medico di medicina generale per definire la presenza di questi
disturbi. Buona la aderenza ai trattamenti: oltre il 90 per
cento delle persone con alterazioni della funzione della
tiroide assume le cure prescritte, mentre emerge una generale
insoddisfazione per l’assistenza offerta dal Servizio
Sanitario, considerata “scarsa” dal 58 per cento di questi
utenti. Di contro, oltre la meta’ delle persone si e’ detta
soddisfatta per come i medici hanno gestito il loro problema
tiroideo. Oltre al questionario dedicato alle persone con
accertata alterata funzione tiroidea, la Campagna Tiroide in
Primo Piano ne ha proposto un altro per chi non ha mai ricevuto
una diagnosi di questo tipo. Questo secondo questionario e’
stato compilato da 3.388 utenti del sito. I risultati hanno
evidenziato che facile irritabilita’ e stanchezza
ingiustificata sono i sintomi che, rispettivamente, il 74 per
cento e il 72 per cento degli utenti hanno dichiarato di
avvertire. Altri segni e sintomi segnalati con frequenza minore
sono stati: alterata sensibilita’ al caldo o al freddo (61 per
cento) e alterazioni della frequenza dei battiti del cuore (60
per cento). A fronte del fatto che tutti questi segni e
sintomi, pur se abbastanza generici, possono essere provocati
da alterazioni della funzione della tiroide, solo poco piu’ di
un terzo di questi utenti, come si rileva dall’analisi dei
questionari, ha eseguito esami di controllo della funzione
tiroidea nei due anni precedenti.

(AGI) – Milano, 28 lug. – La carenza di vitamina D, non solo e’
associata a un aumentato del rischio di infarto e insufficienza
cardiaca acuta, ma peggiora anche gli esiti e le conseguenze.
La conferma arriva da uno studio prospettico del Centro
Cardiologico Monzino, condotto su 814 pazienti ricoverati con
infarto miocardico, recentemente pubblicato sulla rivista
Medicine.”Abbiamo riscontrato – ha dichiarato Giancarlo
Marenzi, Responsabile della Terapia Intensiva Cardiologica del
Monzino e coordinatore dello studio – che l’80 per cento dei
pazienti colpiti da infarto presentano un deficit, totale o
parziale, di vitamina D, scoprendo inoltre che chi ha i valori
piu’ bassi sviluppa una peggiore progressione della malattia
nel tempo, un aumentato rischio di mortalita’ e maggiori
complicanze cliniche intra-ospedaliere e a un anno dal
ricovero”. E’ stato osservato che esiste una relazione tra i
livelli di questa vitamina e la salute del cuore: “gli infarti,
ad esempio, sono piu’ frequenti – ha detto Marenzi – nei mesi
invernali che nei mesi estivi, e la loro incidenza nella
popolazione aumenta via via che dall’equatore si sale verso il
polo”. Da qui l’ipotesi che ci fosse un collegamento con la
vitamina D, che e’ attivata dal sole. “I dati raccolti
dimostrano l’esistenza di questo legame”, ha concluso Marenzi.

(AGI) – Londra, 28 lug. – L’aggiunta di acidi grassi omega-3 ai
farmaci anti-tumorali potrebbe migliorare la risposta al
trattamento e la qualita’ della vita dei malati di cancro.
Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio degli Ospedali
Universitari di Leicester, nel Regno Unito. I risultati sono
stati pubblicati sul Journal of Parenteral and Enteral
Nutrition. I ricercatori hanno esaminato 50 pazienti affetti da
carcinoma pancreatico avanzato. I soggetti hanno ricevuto 1000
mg di gemcitabina a settimana, insieme a 100 g circa di
emulsione lipidica di omega-3 per tre settimane, seguite da una
settimana di riposo. Questo schema e’ stato ripetuto fino a sei
cicli. Dai risultati e’ emersa la presenza di tassi di risposta
positivi e di stabilizzazione della malattia, nonche’ la
riduzione di metastasi al fegato e una migliore qualita’ della
vita. Anche se questo e’ il primo studio a utilizzare gli acidi
grassi omega-3 insieme a un agente chemioterapico in pazienti
affetti da tumore, i ricercatori ritengono che i risultati sono
sufficientemente incoraggianti da giustificare ulteriori studi.

(AGI) – Roma, 27 lug. – Scoperto un biomarcatore che potrebbe
aiutare a individuare quei ragazzi che fanno uso eccessivo di
alcol e che si dedicano al cosiddetto ‘binge drinking’. A
scoprirlo un gruppo di ricercatori dell’Universita’
dell’Illinois di Chicago guidati da Mariann Piano capo del
dipartimento di scienze della salute comportamentale. Il
biomarcatore, chiamato Peth, potrebbe essere utilizzato per
ampio screening dei giovani che adottano comportamenti errati
in merito al consumo di alcol. Lo studio e’ stato pubblicato
sulla rivista Alcohol and Alcoholism. “La moda del Binge
drinking e’ pervasiva nei campus universitari e tra i giovani
adulti – ha detto Piano – e il fatto piu’ allarmante, pero’, e’
che la regolarita’ degli episodi di binge drinking: uno
studente su cinque segnalano tre o piu’ episodi binge drinking
nelle precedenti due settimane”.

(AGI) – Milano, 27 lug. – Basterebbe un adeguato apporto di
acido folico per ridurre del 70% il rischio che il neonato
sviluppi gravi malformazioni del sistema nervoso centrale, come
la spina bifida o l’anencefalia. Nell’ambito dei workshop
organizzati a Expo dal Ministero della Salute, il dottor Paolo
Salerno, ricercatore del centro nazionale malattie rare
dell’istituto superiore di sanita’, ha spiegato quanto sia
fondamentale per prevenire malformazioni congenite dei figli
che le donne non accusino una carenza di vitamina B9, nota
appunto come acido folico. Secondo quanto spiegato, in
gravidanza il fabbisogno di questa vitamina aumenta e,
pertanto, non lo si assicura piu’ soltanto con un’alimentazione
corretta che e’ invece sufficiente nelle altre fasi della vita;
il rischio pertanto e’ che se ne soffra un deficit, con gravi
conseguenze negative per il feto. Di qui la necessita’ di
integrare l’assunzione di acido folico, purche’ lo si faccia
prima della gravidanza e durante le prime settimane: “oltre
questo tempo – ha spiegato Salerno – sarebbe solo una spesa
sanitaria senza senso. Il tubo neurale, da cui si origina il
sistema nervoso centrale, si chiude tra il secondo e il terzo
mese dopo il concepimento, significa che nel momento in cui una
donna va mediamente dalla ginecologa per accertare una
gravidanza, un’eventuale malformazione si e’ gia’ determinata.
Per esercitare quindi un’azione di prevenzione e’ necessario
intervenire prima: ecco perche’ le raccomandazioni suggeriscono
un’assunzione di 0,4 mg di acido folico al giorno (4-5 mg per
chi presenta riconosciuti fattori di rischio) a tutte le donne
che programmano una gravidanza gia’ da un mese prima e per i
tre mesi successivi: solo cosi’ si puo’ beneficiare dell’azione
preventiva rispetto al rischio di malformazioni congenite del
neonato, ma anche quello di esiti avversi della gravidanza,
come ritardo di crescita interuterina, parto prematuro, lesioni
placentari. Per questo, l’Istituto superiore di sanita’ e’
attivo in una campagna capillare che porti il messaggio nei
luoghi di vita delle giovani coppie, come studi medici, scuole,
palestre, corsi prematrimoniali: l’obiettivo e’ quello di
informare e consapevolizzare, per far si’ che si ricorra in
tempo all’ausilio di questa vitamina

(AGI) – Londra, 27 lug. – Il cancro alle ovaie non ha solo
origine genetica. Anche uno squilibrio a livello di proteine
nelle cellule puo’ innescare il processo che porta alla
formazione del tumore. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori
del’Universita’ di Leeds nel Regno Unito, che hanno pubblicato
i risultati delle loro ricerche sulla rivista Oncogene. La
scoperta e’ un importante passo avanti perche’, fino ad ora,
solo le aberrazioni genetiche sono stati visti come la causa
principale di quasi tutti i tumori. La ricerca dimostra che lo
squilibrio proteico e’ anche un potente strumento di prognosi,
indicando se i pazienti sono in grado di rispondere alla
chemioterapia e se un tumore e’ probabile che si diffonda ad
altri siti. L’autore principale professor John Ladbury ha
spiegato: “C’e’ stato un enorme investimento nel sequenziamento
del genoma umano con l’idea che se otteniamo tutte le
informazioni genetiche rilevanti possiamo prevedere se si ha
una predisposizione al cancro. Il nostro studio dimostra che lo
screening genetico da solo non basta”.
In condizioni normali, la cellula riceve segnali esterni
attraverso un recettore cellulare (FGFR2 in questo studio).
Come risultato di questo stimolo il recettore e’ ‘acceso’
all’interno della cellula. Cio’ comporta l’assunzione di
proteine di segnalazione e l’avvio della Akt, che e’
responsabile della proliferazione cellulare. In alcune cellule
cancerose, questa via e’ sempre attiva. Il nuovo studio ha
esaminato cellule tumorali senza stimoli esterni e ha scoperto
che “Akt” potrebbe essere attivata senza modificazioni
genetiche. Due proteine; Plc?1 e Grb2 , competono per il legame
con FGFR2. La concentrazione relativa di queste proteine
dettera’ quale delle due si leghera’ per dare vita alla
reazione. Quando Plc?1 prevale, si innesca la via Akt. In
questo modo, uno squilibrio nella quantita’ di due proteine
puo’ portare alla proliferazione cellulare e formazione del
cancro.
.

(AGI) – Los Angeles, 27 lug. – Guardando misurazioni delle
vertebre – la serie di piccole ossa che compongono la colonna
vertebrale – dei neonati, i ricercatori del Children Hospital
di Los Angeles hanno scoperto che le differenze tra i sessi
sono presenti alla nascita. I risultati dello studio,
pubblicaati sulla rivista Journal of Pediatrics, suggeriscono
che questa differenza e’ evolutiva, e consente alla colonna
vertebrale femminile di adattarsi al carico del feto durante la
gravidanza. Utilizzando immagini ottenute grazie a risonanza
magnetica (MRI), i ricercatori hanno scoperto che le dimensioni
trasversali vertebrali, una chiave determinante strutturale
della forza del vertebre, sono state in media del 10,6 per
cento piu’ piccole nelle femmine che nei maschi appena nati.
“Gli esseri umani sono gli unici mammiferi in cui questa
differenza e’ evidente, ed e’ una delle poche differenze
fisiologiche fondamentali tra i sessi”, ha detto Vicente
Gilsanz, direttore del programma di ricerca Imaging presso il
Saban Research Institute del Children Hospital di Los Angeles e
autore senior dello studio. La ragione di questa differenza
potrebbe essere che la colonna vertebrale deve muoversi in
avanti durante la gravidanza, in modo che la femmina possa
continuare a camminare e mantenere il suo centro di gravita’.
Purtroppo, conferisce anche uno svantaggio in quanto aumenta
stress all’interno delle vertebre per tutte le attivita’
fisiche, risultando in un grande predisposizione per le
fratture che possono manifestarsi piu’ tardi nella vita. “Anche
se sapevamo che le ragazze avevano vertebre piu’ piccole
rispetto ai ragazzi, non sapevamo quanto presto questa
differenza si manifesta”, ha aggiunto Gilsanz. “Il nostro
studio indica che la distinzione tra sessi e’ gia’ presente
alla nascita, e fornisce nuove prove del fatto che questa
differenza inizia durante lo sviluppo prenatale dello scheletro
assiale” ha concluso.

(AGI) – Miami, 27 lug. – Ricevere una notifica sul proprio
smartphone mentre si e’ alla guida, ha lo stesso effetto, in
termini di distrazione dalla guida, di usare attivamente il
cellulare per inviare messaggi o per fare ricerca di un nome
sulla rubrica. Lo rivela uno studio realizzato da un gruppo di
ricercatori dell’Universita’ della Florida che ha pubblicato i
risultati della propria ricerca sulla rivista Journal of
Experimental Psycology.”Anche se queste notifiche (sia
semplici squilli che vibrazioni) arrivano, inducono nella mente
del guidatore pensieri e distrazioni che danneggiano le
prestazioni di chi sta guidando” scrivono gli autori della
ricerca condotta da Cary Stothart. “Le notifiche del telefono
cellulare possono perturbare in modo significativo le
prestazioni sulla guida, anche quando i partecipanti non
interagiscono direttamente con un dispositivo mobile”. “Anche
un lieve distrazione puo’ avere gravi effetti potenzialmente
fatali se quella distrazione avviene nel momento sbagliato”, ha
detto Stothart. “Quando si guida, e’ impossibile sapere quando
‘il momento sbagliato’ si verifichera’. I nostri risultati
suggeriscono che e’ piu’ sicuro per la gente silenziare o
spegnere i loro telefoni e metterli fuori di vista durante la
guida”, ha concluso.
.

(AGI) – Londra, 24 lug. – Uomini e donne con un’eta’ superiore
ai 50 anni, con una bella carriera alle spalle, un buon livello
di salute, istruiti e benestanti sono piu’ propensi a consumare
livelli nocivi di alcol ogni settimana. In particolare, gli
uomini hanno piu’ probabilita’ di bere oltre 21 unita’
alcoliche a settimana e le donne oltre le 14 unita’. Almeno
questo e’ quanto emerso da uno studio della charity britannica
Age UK, pubblicato sul British Medical Journal. I ricercatori
hanno analizzato i dati di 9.250 persone, raccolti nel 2009 e
poi nel 2011. Le donne sono risultate avere maggiori
probabilita’ di aumentare il consumo di alcolici in pensione.
Gli uomini hanno un picco di consumo intorno ai 60 anni d’eta’.
“Il problema del bere a livelli nocivi tra le persone con 50
anni o piu’ in Inghilterra – hanno spiegato i ricercatori – e’
un fenomeno borghese: le persone in buona salute, con il
reddito piu’ elevato, con un maggiore livello di istruzione e
socialmente piu’ attivi sono propensi a bere a livelli nocivi”.
In pratica, i risultati dello studio dimostrerebbero che il
consumo dannoso di alcol in eta’ avanzata e’ piu’ diffuso tra
le persone che hanno un livello di benessere alto. “La nostra
analisi – hanno sottolineato gli studiosi – suggerisce che i
messaggi di salute pubblica non raggiungono i gruppi ad alto
reddito che sono piu’ a rischio”. (AGI)

Flag Counter
Video Games
Oops, something went wrong.