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Più di 300 milioni di persone al mondo soffrono di depressione. Sono le stime più aggiornate che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha diffuso in vista della Giornata Mondiale della Salute che quest’anno è dedicata proprio alla depressione. Secondo Margaret Chan, direttore generale dell’Oms, “questi numeri sono una sveglia perché tutti i Paesi rivedano il proprio approccio alla salute psicologica e questa venga trattata con l’attenzione necessaria”. Troppo spesso, però, la paura dello stigma sociale e i pregiudizi spaventano chi ne soffre, rendendo più difficile la richiesta d’aiuto. Per questo motivo la campagna dell’Oms si intitola “Depression: Let’s Talk” (“depressione: parliamone”).

Ulteriore elemento di preoccupazione per l’Oms è l’accesso alle cure. In molti Paesi non esiste, o è molto limitato, il sistema di sostegno per le persone che hanno problemi di salute psicologica. Perfino nei Paesi più ricchi, circa il 50% delle persone che soffrono di depressione non vengono curate e, mediamente, solo il 3% della spesa sanitaria pubblica è investita in questo settore. Uno sforzo troppo ridotto se, come dice l’Oms, il disturbo depressivo maggiore, il caso più grave, è la quarta causa di disabilità a livello globale.

La situazione italiana

I dati del sistema di sorveglianza della salute pubblica Passi, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dicono che gli italiani che presentano sintomi legati alla depressione sono il 6,2% della popolazione. Questa percentuale fa riferimento ai dati raccolti nel monitoraggio 2012-2015 su di un campione rappresentativo della popolazione nazionale, corrispondente a circa 3,7 milioni di italiani.

La situazione italiana è, come spesso accade, variegata sul piano delle regioni. Sopra la media nazionale risultano: Emilia-Romagna (7,5%), Liguria (7,5%), Molise (10,2%), Sardegna (9,4%) e Umbria (8,7%). Con un dato migliore della media: Basilicata (3,4%), Marche (4,8%), la provincia autonoma di Bolzano (4,6), quella di Trento (4,2%), Puglia (4,4%) e Veneto (5,6%). Tutte le altre regioni presentano risultati che oscillano attorno a quello nazionale.

La depressione, come ricorda l’Oms, è una condizione che può colpire indifferentemente rispetto all’età, alla condizione economica, al sesso e alla propria storia di vita. A seconda del fattore preso in considerazione, dunque, anche in Italia la distribuzione varia in modo consistente.

Per esempio, sempre guardando al lavoro fatto dal sistema Passi, le donne italiane a soffrire di depressione sono l’8% contro il 4,5% degli uomini. Se guardiamo al fattore età, sono più colpiti i soggetti più fragili, quelli di età compresa tra i 50 e i 69 anni (8,1%), mentre tra gli adulti (35-49 anni) ne soffre il 5,8% e tra i giovani (18-34) il 4,4%.

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Un dato significativo è il rapporto tra manifestazione dei sintomi di depressione e livello di istruzione, che nel nostro Paese è inversamente proporzionale, segno che l’educazione può dare strumenti in più per riconoscere i sintomi e potenzialmente agevolare la richiesta di aiuto. Si passa, infatti, dal 12,5% tra coloro che hanno una licenza elementare o nessuna scolarizzazione, al 7,4% di chi ha un diploma di scuola media inferiore, al 5,2% di chi ha un diploma superiore, fino al 4,2% dei laureati.

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La depressione e la salute fisica

A preoccupare l’Oms è anche la relazione tra salute psicologica e salute fisica. Chi soffre di depressione, infatti, è più a rischio di cattiva salute fisica. In particolare, c’è un rapporto molto forte tra depressione e altre patologie, come per esempio il diabete e le cardiopatie. Ma, sottolinea l’Oms, è vero anche il contrario: chi soffre di cuore o ha il diabete ha un rischio maggiore di cadere nella depressione. Difficile perciò stabilire un rapporto di causa-effetto.

Secondo i dati di Passi, per esempio, chi presenta sintomi di depressione dichiara di avere avuto mediamente 8,6 giornate di cattiva salute fisica nel mese precedente all’indagine. Coloro che non soffrono di disturbi legati alla depressione ne dichiarano solamente 1,4: oltre sei volte di meno.

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Anche in questo caso la distribuzione regionale è variegata, seppure meno rispetto all’incidenza. I dati, infatti, raccontano che tra coloro che soffrono di depressione, solo il Molise (2,9 giorni) fa nettamente meglio della media nazionale. Questo dato, però, è perlomeno in apparente contraddizione con l’alto tasso di persone affette da depressione in questa regione. La situazione peggiore è invece registrata in Sardegna, con 11,4 giorni di cattiva salute fisica.

La depressione è anche un importante fattore di rischio per quanto riguarda il suicidio. E questo, sottolinea Shekhar Saxena, il direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Oms, vale non solo per chi vive nei Paesi economicamente più avanzati ma anche “per le più remote popolazione del mondo”. Lo mostra la mappa del tasso di suicidi nel mondo (calcolati su 100 mila abitanti), in cui i dati peggiori raccolti dalla stessa Oms nel 2012 arrivano da Guyana (44,2 suicidi ogni 100 mila abitanti), Corea del Sud (28,9), Sri Lanka (28,8), Lituania (28,2), Suriname (27,8) e Mozambico (27,4). 

 

Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, studia la revisione del sistema dei ticket sanitari con l'idea di far pagare un pò di più i ricchi per garantire l'assistenza a tutti i più poveri. Lo scrive il Corriere della Sera, spiegando che domani il ministro ne parlerà con i governatori delle Regioni che appoggerebbero senza riserve il suo piano purchè non si traduca in un aggravio della spesa a loro carico.

I ticket, è il ragionamento di Lorenzin, valgono tre miliardi sui 113 del Fondo sanitario nazionale, c'è quindi il margine per eliminare la tassa sulla salute introdotta negli anni '80, con una serie di misure compensative. Tra queste c'è l'ipotesi di annullare le detrazioni del 19% per farmaci e spese mediche oltre una certa soglia di reddito oppure di individuare una franchigia in base al reddito, superata la quale le prestazioni sarebbero a pagamento.

Altre ipotesi sul tavolo sono quelle di rivedere le soglie di esenzione (valore 8 miliardi di euro) spostandole verso le fasce più deboli, i poveri e gli anziani, e l'avvio di una nuova revisione della spesa sanitaria affidando la responsabilità della manovra alle singole regioni.

Sono 1.010 i nuovi casi di morbillo registrati nei primi tre mesi dell'anno secondo il bollettino settimanale sull'epidemia in Italia. Per monitorare e descrivere in modo tempestivo l'epidemia di morbillo in corso nel nostro Paese da gennaio 2017, il Ministero della Salute e l'Istituto superiore della sanità hanno avviato la produzione di un'infografica settimanale che fornisce una panoramica sulla distribuzione dei casi segnalati al Sistema di Sorveglianza Integrata Morbillo e Rosolia, per Regione, per fascia di età e stato vaccinale.

Dall'infografica che copre il periodo che va dal 1 gennaio al 26 marzo 2017, si evince che i casi segnalati sono stati appunto 1010 e quasi quasi tutte le Regioni (19/21) hanno segnalato casi, ma l'86% proviene da cinque: Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana, e Abruzzo.

Il 90% dei casi era non vaccinato e la maggior parte dei casi è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni (57% nella fascia 15-39 anni e 17% negli adulti >39 anni), con un'età mediana dei casi pari a 27 anni. Il 26% dei casi è stato segnalato in bambini nella fascia di età 0-14 anni; di questi, 50 avevano meno di un anno. Sono stati segnalati 113 casi tra operatori sanitari.

 

 

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Mukherjee Siddhartha nel suo libro “L’imperatore del Male” (Oscar Mondadori) definisce il cancro un invasore. Meglio ancora, un colonizzatore fenomenale in parte perché sfrutta le caratteristiche che hanno portato al successo la nostra specie. Le cellule tumorali sono versioni più perfette di noi stessi.

Dobbiamo iniziare a considerare il cancro come una malattia del genoma. Non c’è tumore infatti che non sia legato a una qualche forma di anomalia del DNA: sia che ce le portiamo dietro fin dalla nascita, che invece le acquisiamo nel corso del tempo. Ci sono però anomalie e anomalie, e non tutte svolgono lo stesso ruolo ai fini della malignità o della capacità di progressione di un tumore. Ogni cancro è differente e ogni mutazione è differente. 

Alcune mutazioni sono definite “drivers” (autisti) e sono mutazioni importanti perchè conferiscono un vantaggio di crescita delle cellule tumorali e vengono positivamente selezionate nel microambiente del tessuto tumorale. Altre mutazioni, definite “passengers” (passeggeri) non conferiscono vantaggi di crescita e non contribuiscono in modo determinante allo sviluppo del cancro. La maggior parte di queste mutazioni si riscontrano all'interno delle cellule tumorali a causa di mutazioni somatiche che si verificano spesso durante le divisioni cellulari. 

Ma come originano le mutazioni?

In un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Science, Cristian Tomasetti e Bert Vogelstein dimostrano che  il 66 per cento delle mutazioni riscontrate nel cancro insorgono in modo casuale durante le divisioni cellulari nei diversi organi e durante tutta la vita. Il 29 per cento è dovuto a cause ambientali, e soltanto il 5 per cento è ereditario nel senso che sono ereditati dai genitori attraverso le cellule germinali (cellula uovo e spermatozoo).

Questi risultati, hanno suscitato polemiche e talvolta confusione attribuendo ai tumori una origine casuale e quindi inevitabile e non prevenibile. Occorre però precisare che i ricercatori non hanno dimostrato quali e quanti tumori sono dovuti al caso, ma solo quale è la percentuale di mutazioni del Dna, che è dovuta ad errori nella sua duplicazione.  

I tassi di mutazioni variano nei diversi tumori. La maggior parte dei tipi di cancro hanno da 1000 a 20.000 mutazioni diverse. I tumori cerebrali pediatrici e le leucemie hanno tipicamente il più basso numero di mutazioni, mentre i tumori indotti da esposizione ad agenti mutageni, come il cancro del polmone (tabacco) o tumori cutanei (raggi UV), presentano i tassi più alti. 

E’ proprio l’accumulo di queste lesioni non riparate nel tempo a causare la malattia indipendentemente se originano dal caso (sfortuna)  o dalla esposizione (fumo, radiazioni etc) che danno origine al cancro. Sarà quindi necessario disporre di tecniche come la biopsia liquida per mappare le mutazioni dei tumori, valutarne il numero, stabilirne l’origine. In questo modo sarà possibile monitorare le mutazioni, avviare programmi di prevenzione, stabilire esami più approfonditi o decidere terapie adeguate. 

Mukherjee nel suo libro, afferma: "Non una singola cura universale è in vista e non è probabile che vi sia, la guerra contro il cancro potrebbe essere meglio 'vinta', ridefinendo la vittoria" . Per ridefinire una vittoria c’è bisogno solo di conoscere. La conoscenza si ottiene solo con la ricerca.

Gravidanze troppo medicalizzate e che terminano con un numero spropositato di parti cesarei, più di uno su tre. Come nascono i bambini italiani e quante visite devono fare le mamme durante i nove mesi di gravidanza? Ecco la fotografia del parto in Italia, scattata dal Rapporto annuale realizzato dal ministero della Salute con i dati del Cedap (certificato assistenza al parto) dell'anno 2014. 

Dove nascono i bambini

Sempre facendo riferimento all'anno 2014, le mamme si affidano principalmente a strutture specializzate per mettere alla luce il loro bebè. Sul totale dei parti: 

  • L' 88,8% è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati
  • L'11,2% nelle case di cura private (accreditate o non accreditate)
  • Lo 0,1% altrove 

Il 62,5% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. Tali strutture, in numero di 179, rappresentano il 34,9% dei punti nascita totali. Il 7,5% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui.

Mamme italiane o straniere?

Il 20% dei parti riguarda madri che non hanno la cittadinanza italiana. La percentuale sale a 25 al Centro-Nord con un picco del 30% in Emilia Romagna e Lombardia.

Le mamme non italiane provengono da:

  • Unione Europea (26,4%)
  • Africa (25,2%)
  • Asia (18,5%)
  • Sud America (7,9%)
  • Altri Paesi (22%)

L'eta media delle mamme 

Essendo il numero delle mamme straniere che partiriscono in Italia abbastanza alto, va fatta una differenza anche per quanto riguarda l'età visto che è in media più alta per le italiane 32,7 anni e scende a 29,9 anni per le straniere. I valori mediani sono invece di 33 anni per le italiane e 30 anni per le straniere. L'età media al primo figlio è per le donne italiane quasi in tutte le Regioni superiore a 31 anni, con variazioni sensibili tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 28,2 anni.

Il livello culturale delle mamme

Italiane:

  • Il 43,7% delle donne che hanno partorito nell'anno 2014 ha una scolarità medio alta
  • Il 29,4% medio bassa
  • Il 26,9% ha conseguito la laurea

Straniere: prevale una scolarità medio bassa (47,5%).

Troppi cesarei

Il parto cesareo dovrebbe essere una procedura da adottare solo in situazioni di emergenza e che invece rischia di diventare la norma: in media nel 2014 il 35% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali.

Dove c'è una maggiore propensione:

  • Nelle case di cura accreditate si registra tale procedura in circa il 53,6% dei parti contro il 32,6% negli ospedali pubblici. Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di tali strutture le percentuali sono sostanzialmente diverse. 

Chi vi ricorre più spesso:

  • Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: si ricorre al taglio cesareo nel 28% dei parti di madri straniere e nel 36,8% nei parti di madri italiane.

Troppe visite mediche

Le future mamme italiane non lesinano in controlli: nell'87% delle gravidanze il numero di visite ostetriche effettuate è superiore a 4 mentre nel 73,3% delle gravidanze si effettuano più di 3 ecografie. La percentuale di donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è del 2,6% mentre tale percentuale sale al 11,5% per le donne straniere. Molto sembra dipendere anche dal livello culturale delle mamme:

  • Quelle con scolarità bassa effettuano la prima visita più tardi
  • Quelle con il titolo di studio elementare o senza nessun titolo che effettuano la prima visita dopo l'11esima settimana di gestazione è del 10,6%
  • Le donne con scolarità alta che tardano la prima visita è pari al 2,6%.

Anche la giovane età della donna, in particolare nelle madri al di sotto dei 20 anni, incide sulla mancanza di controlli:

  • Assenti nel 3,2% dei casi
  • Tardivi (prima visita effettuata oltre l'undicesima settimana di gestazione nel 12,6% dei casi).

Il numero delle amniocentesi:

In media sono stati fatti 9,2 esami ogni 100 parti. A livello nazionale alle madri con più di 40 anni il prelievo del liquido amniotico è stato effettuato nel 28,31% dei casi.

Quasi tutti i papà sono presenti al parto

La donna ha accanto a sè al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 91,83% dei casi il padre del bambino, nel 6,74% un familiare e nell'1,42% un'altra persona di fiducia. La presenza di una persona di fiducia piuttosto che di un'altra risulta essere influenzata dall'area geografica. Nei test di valutazione della vitalità del neonato tramite indice di Apgar, il 99,4% dei nati ha riportato un punteggio a 5 minuti dalla nascita compreso tra 7 e 10.

La procreazione assistita

Quanto alla procreazione assistita, ha generato in media 1,71 gravidanze ogni 100. La tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell'utero (FIVET), seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma (ICSI).

 

Un padre decide di denunciare pubblicamente su Facebook gli aggressori del figlio 13enne pubblicando l’immagine del volto del ragazzo con i lividi e i bozzi per far capire cosa significhi realmente essere vittima di un branco. Il post è diventato virale in pochissimo tempo e ha spaccato l’opinione pubblica, da un lato, i sostenitori del padre e gli accusatori dei bulli che dovrebbero essere messi alla gogna mediatica ed etichettati come carnefici a vita e dall’altra, coloro che si preoccupavano che il ragazzo potesse essere etichettato nel corso degli anni come vittima di bullismo e quindi subire ancora quella condizione emotiva. 

E' stata un scelta giusta o controproducente?

E’ stata efficace o meno la scelta di mettere online il volto tumefatto del proprio figlio bullizzato? Oppure è stata del tutto controproducente? E che effetto avrà questa improvvisa sovraesposizione dei ragazzi, sul lungo periodo? E’ ovvio che quando si tratta di queste situazioni così al limite sia sempre molto delicato prendere una posizione, ci sono però delle evidenze da cui partire. 
  • Innanzitutto, queste forme di violenze rivolte verso i coetanei sono una piaga sociale che non è arginabile se non si fa muro ed è per questo che dilagano a macchia d’olio. Se ne parla e spesso anche straparla, del bullismo e del cyberbullismo, viene definito e catalogato tutto come bullismo anche quando si tratta di altre forme di reato, solo perché fa notizia. C’è infatti una profonda disinformazione in merito. Ci sono migliaia di bambini e adolescenti che vivono l’età della spensieratezza come un calvario, che sono vittime di una cattiva gestione del problema da parte di insegnanti, Dirigenti Scolastici e genitori. Ci sono minori che non sanno più dove aggrapparsi che si trovano in balia dell’omertà, dell’ignoranza e della aggressività gratuita nascosta sotto un vestito del gioco o dello scherzo. 
  • Si passa dalla giustizia fai da te, alle profonde ingiustizie subite ulteriormente e gratuitamente dalle vittime. Ma cosa fare ad un bullo o ad un branco? Non c’è una legge, non sono imputabili sotto i 14 anni, vengono sospesi, sanzionati, messi nei casi più gravi un po’ in prova o ai servizi sociali. Ma pensate che questa sia giustizia per chi è vittima che magari poi subisce anche le ritorsioni per aver denunciato?. Siamo in un Paese in cui si ha paura di denunciare per le conseguenze, le vittime non sono realmente tutelate e quotidianamente noi esperti nel settore assistiamo ai tristi silenzi di chi ha paura delle ritorsioni. Questa è la infelice verità. 
  • E’ raro trovare interventi efficaci a lungo termine che abbiamo messo un punto al bullismo perché si deve smuovere una macchina a più livelli che coinvolga tutti gli istituti educativi. 
  • Tante volte questi gesti più evidenti ed eclatanti, come quello del padre che ha deciso di far vedere le foto del figlio a tutti, nascono dalla esasperazione, dalla voglia di reagire, di dire no e mettere un punto a tutto queste ingiustizie. La finalità di lanciare un segnale chiaro ed efficace che dica che non c’è veramente niente di cui vergognarsi, né oggi, né mai, se si è subito una qualsiasi forma di violenza. Si può e si deve camminare a testa alta perché chi deve abbassare lo sguardo sono solo coloro che in maniera così vigliacca approfittano della loro supremazia numerica e fisica. 

Perché mettere l’immagine invece che limitarsi a descrivere l’accaduto? 

Siamo nell’era delle immagini che ormai hanno sostituito il canale della comunicazione verbale, il racconto non è più efficace e la capacità immaginativa è soppressa dalle video-foto testimonianze. 
  • Si è credibili solo se si è muniti di immagini, altrimenti il livello di attenzione, e di conseguenza anche l’ascolto, cala vertiginosamente. Le parole hanno perso la loro valenza e potenza  comunicativa.
  • La comunicazione diventa efficace solo se è instant, in tempo reale, smart ed iconica, e a tutto questo, si aggiunge la vetrina dei social e la rapida diffusione. Gli occhi sono un mezzo usato per denunciare, per far aumentare la portata e l’efficacia della sensibilizzazione sui fenomeni come questo e rendere consapevoli tutti.
  • I social oggi fanno parte integrante delle nostre vite e non c’è niente di cui meravigliarsi se si utilizzano anche per scopi sociali. Se si arriva a fare questo tipo di denunce è perché il problema è grave, non è un non credere nella giustizia, è che è più rapido ed immediato. Arriva a tutti, ci si indentifica in un attimo con un genitore, con chi ha subito prepotenze, si vive sulla propria pelle come se fosse capitato al proprio figlio. 

Ovviamente tutto questo ha anche dei contro

Stiamo parlando di  un minore e una decisione presa da un genitore, che deve sempre e comunque tutelare la salute del figlio. Il rischio è un etichetta a vita? No, in questo specifico caso non è tanto questo il problema. Il problema vero è il cambiamento repentino e drastico del suo ruolo e della sua vita. Se un ragazzo ha un buon sostegno genitoriale, è abituato al dialogo, ha delle buone risorse individuali e capacità di resilienza, un buon inserimento nel gruppo classe e dei pari, una rete sociale di riferimento, l’evento che ha vissuto non risulta traumatico, crea uno scossone e poi piano piano ci si riadatta.
 
Il problema è che con il movimento social e mediatico, con la bufera che è stata sollevata, non si dà il tempo al ragazzo di rielaborare ciò che è accaduto, di fermarsi a cercare di capire quando tutto questo è entrato prepotentemente nella sua vita e come gestire le emozioni che ha attivato. Si è vittima di un’attenzione eccessiva che forse, a quell’età, non si è ancora in grado di gestire in autonomia. Si ha voglia di andare avanti e di lasciarsi tutto alle spalle ma non si può perché i commenti e le condivisioni continuano, perché la stampa ne continua a parlare ininterrottamente, perché a scuola e con gli amici qualcosa è cambiato.
 
Nel fare una denuncia così pubblica l’etichetta non la porta avanti nel corso del tempo il ragazzo vittima, ma gli aggressori, massacrati dalla rete, dalla rabbia e violenza dei commenti, anche di chi li avrebbe fatto di tutto, dalle torture medioevali alla lapidazione. Sono minori anche loro e sono vittime anche loro di un fallimento educativo.

Il vero problema del bullismo è l'omertà

Questo poi può avere anche delle profonde ritorsioni, non ci dimentichiamo che il VERO problema del bullismo è l’OMERTA’, è la paura di parlare e di raccontare per poi affrontare la rabbia di chi viene pubblicamente accusato. La maggior parte delle vittime NON parla per questa ragione, per paura. In questo caso il piccolo ragazzo si trova a dover gestire una situazione che non è in grado di affrontare perché a quell’età non si hanno gli strumenti. Viene accusato anche da chi non è il suo carnefice, dai loro amici, da coloro che lo circondano, si subiscono troppo spesso minacce, intimidazioni, si può arrivare anche a vere e proprie spedizioni punitive.
 
Gli adolescenti non capiscono il senso di una denuncia pubblica, non tutti gli staranno vicino nella scelta del padre e il suo ruolo nel gruppo cambierà di conseguenza senza che lui lo abbia chiesto e  voluto. Si dovrebbe fare rete e muro intorno alla vittima, la famiglia, la scuola e il gruppo degli amici dovrebbero stare accanto a chi subisce tutto questo e blindarlo e far capire che non si ha paura di denunciare perché non può vincere l’omertà, ma deve vincere la giustizia. 


Per approfondire:

Di tumore, in Italia, si muore di meno che in passato. I decessi per la prima volta sono diminuiti: 1.134 morti in meno sono state registrate nel 2013 (176.217) rispetto al 2012 (177.351). In diciassette anni (dal 1990 al 2007) gli italiani che hanno sconfitto il cancro sono aumentati, si registra un +18% per gli uomini e un +10% per le donne, ma secondo l'ultimo rapporto Aiom-Airtum, che ogni anni fa il punto sui numeri del cancro in Italia, l'evoluzione epidemiologica dei tumori è però a due facce: cala la mortalitàe cala anche l'incidenza tra gli uomini, ma aumenta nettamente tra le donne. 

Ecco tutti i dati:

  • Totale casi registrati nel 2016365.800 contro i 363.300 del 2015
  • Donne – 176.200 (46%) nel 2016 contro i 168.900 del 2015 – 7.300 casi in più
  • Uomini – 189.600 (54%) nel 2016 contro i 194.400 del 2015 – 4.800 casi in meno

Cosa è cambiato

  • La prevenzione primaria, e in particolare la lotta al tabagismo.
  • La diffusione degli screening su base nazionale
  • Il miglioramento diffuso delle terapie in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato

Le donne si ammalano di più

Ogni giorno, in Italia, circa 1000 persone ricevono una diagnosi di tumore, tra i casi più frequenti ci sono:

  • Colon-retto – 52.000
  • Seno – 50.000 (48.000 nel 2015). L'incidenza è aumentata particolarmente tra i 45 e i 49 anni.
  • Polmone – 40.000 
  • Prostata – 35.000 
  • Vescica – 26.000.

Donneè in aumento l'incidenza dei timori a:

Donne – diminuiscono quelli a: 

  • Stomaco
  • Vie biliari
  • Ovaio
  • Cervice uterina

Uomini – l'incidenza generale dei tumori si riduce in maniera significativa (-2,5%), soprattutto per quelli che venivano considerati i "big killer".

Diminuiscono:

  • Polmone
  • Prostata
  • Colorettali
  • Vie aero-digestive
  • Esofago
  • Stomaco
  • Fegato

Aumentano:

  • Pancreas
  • Testicolo
  • Rene
  • Melanoma

 

Il cancro uccide di meno

In Italia la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi. Secondo i dati forniti dall'Istat, 176.217 degli oltre 600.000 decessi verificatisi nel 2013 (ultimi dati disponibili) sono attribuibili a tumore (1000 in meno rispetto al 2012), collocando le neoplasie al secondo posto per le cause di morte dopo le malattie cardio-circolatorie (37%).

I tumori che uccidono di più:

  • Polmone – 33.483
  • Colon-retto – 18.756
  • Seno – 12.072
  • Pancreas – 11.201
  • Stomaco – 9595
  • Prostata – 7203

La sopravvivenza è il principale outcome in campo oncologico e permette di valutare l'efficacia del sistema sanitario nel suo complesso nei confronti della patologia tumorale. La sopravvivenza, infatti, è condizionata da due aspetti:

  • La fase nella quale viene diagnosticata la malattia
  • L'efficacia delle terapie intraprese

In Italia, la sopravvivenza dei pazienti oncologici è mediamente più elevata rispetto alla media europea per molte sedi tumorali e per i tumori oggetto di screening. In generale, nel nostro Paese la sopravvivenza a cinque anni è pari al 68% per i tumori più frequenti e al 55% per i tumori rari.

Le due neoplasie più frequenti per genere (prostata e seno) presentano sopravvivenze a 5 anni che si avvicinano al 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce.


Nord e Sud a confronto

Si conferma una differenza nel numero di nuovi casi fra Nord e Sud. In particolare, il tasso d'incidenza standardizzato (sulla popolazione europea) per tutti i tumori è più basso, sia tra gli uomini che tra le donne, al Centro e al Sud, rispetto al Nord. Due i fattori in gioco:

  • La persistenza, nelle Regioni meridionali, di fattori protettivi verso determinate neoplasie
  • La minore attivazione degli screening programmati al Sud

I tumori rari

Ogni 12 mesi in Italia 89mila persone ricevono una diagnosi di tumore raro. Un numero che richiede attenzione e necessita di percorsi dedicati a questi pazienti (e alle loro famiglie) che, per la frammentazione delle competenze o in mancanza di punti di riferimento, sono spesso costretti a spostamenti con costi sociali elevati. 

 

E' l'Italia il Paese in cui si mangia meglio al mondo, e non è una questione di palato: la dieta mediterranea, che detta le regole in tavola, rende gli italiani il popolo più in salute in assoluto. E' quanto emerge dal "Bloomberg Global Health Index" che passa al microscopio le abitudini alimentari di 163 Paesi, concludendo che un bambino nato in Italia ha un'aspettativa di vita di oltre 80 anni contro i 52 anni di un bimbo della Sierra Leone. 

La dieta mediterranea fa vivere fino a 80 anni

La crescita economica italiana è stagnante da decenni – sottolinea Bloomberg -, il 40 percento dei giovani è disoccupato e il Paese si ritrova con un debito pubblico tra i più alti al mondo rispetto alla sua economia. Tuttavia "gli italiani sono molto più in forma degli americani (che si attestano al 34esimo posto), dei candesi (17esimi) e dei britannici (23esimi), impegnati a combattere con pressione alta, colesterolo e problemi mentali. Il perché è da ricercare nel piatto: vegetali, frutta, olio di oliva, carne e pesce sono alla base della dieta. Tutti alimenti sani, spiega Adam Drewnowski, direttore del Center for Public Health Nutrition dell’Università di Washington. A conferma di ciò arriva anche il buon piazzamento della Spagna, che è sesta.


La TopTen:

  1. Italia
  2. Islanda
  3. Svizzera
  4. Singapore
  5. Australia
  6. Spagna
  7. Giappone
  8. Svezia
  9. Israele
  10. Lussemburgo

Islanda e Svizzera chiudono il podio. Ben diversa, ma ugualmente salutare, l'alimentazione degli islandesi che ha fatto guadagnare al Paese dei Ghiacci il secondo posto nella classifica. Seguono Svizzera, Singapore e Australia. Gli Usa sono penalizzati dal tasso di obesità

Dal Porramatur islandese al formaggio svizzero, i piatti dei Paesi più sani

Ma quali sono i piatti tipici dei Paesi più virtuosi? In Islanda, pesce, patate e pecora la fanno da padrone, ma gli islandesi non disprezzano il muschio – proprio così – che fanno essiccare  e che utilizzano nelle minestre e nel pane. Il piatto forte è il Porramatur, un mix di pesce e carne d’agnello accompagnato da pane di segale e burro. Si prepara testicoli di montone, marmellata  di testa di pecora, sanguinaccio di ovino e pesce essiccato. 

Nel rispetto di tutti gli stereotipi, sulle tavole svizzere non mancano mai i formaggi. Segue la polenta. Mentre tra i piatti tipici troviamo il fegato alla griglia. Tra i dolci, il re è il cioccolato, in buona compagnia con i dolci alle mele.

Anche la cucina di Singapore, come quella mediterranea, è ricca di pesce e frutti di mare e risente delle influenze di tradizioni diverse: dal laksa, una ricca zuppa di noce di cocco, arricchita da spaghetti di riso, vongole e gamber; al ayam golek, piatto a base di pollo cotto in un’abbondante salsa speziata, arricchito con cipolle, pomodori, aceto e l’onnipresente latte di cocco.

 

Il morbillo, che si credeva ormai debellato grazie alle vaccinazioni, torna a far paura in Italia. Dal mese di gennaio 2017 è stato registrato un preoccupante aumento del numero di casi, che sono più che triplicati: a fronte degli 844 casi di morbillo segnalati nel 2016, dall'inizio dell'anno sono già stati registrati più di 700 casi, con un incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in cui si erano verificati 220 casi, di oltre il 230%.

Dove si sono verificati più casi

La maggior parte dei casi sono stati segnalati in sole quattro Regioni e più della metà rientra nella facsia di età 15-39 anni. 

  • Lazio
  • Lombardia
  • Topscana
  • Piemonte

Perchè i casi si sono moltiplicati

Il morbillo continua a circolare nel nostro Paese, spiega il Ministero, a causa della presenza di sacche di popolazione suscettibile non vaccinata o che non ha completato il ciclo vaccinale a 2 dosi. Ciò è in gran parte dovuto al numero crescente di genitori che rifiutano la vaccinazione, nonostante le evidenze scientifiche consolidate e i provvedimenti di alcune Regioni che tendono a migliorare le coperture, anche interagendo con le famiglie e i genitori.

La malattia dimenticata che può uccidere

Il morbillo, causato da un virus del genere morbillivirus (famiglia dei Paramixovidae), è una malattia molto contagiosa che colpisce spesso i bambini tra 1 e 3 anni, per cui viene detta infantile, come la rosolia, la varicella, la pertosse e la parotite. Si trasmette solo nell'uomo. I malati vengono isolati nel periodo di contagio.

 

Il commento: Se crollano i vaccini questo è solo l'inizio

 

E se è vero che in genere non ha sintomi gravi (provoca principalmente un'eruzione cutanea, simile a quelle della rosolia o della scarlattina, e dura tra i 10 e i 20 giorni), in alcuni casi può essere addirittura fatale: il morbillo, si legge nella scheda che gli dedica l'Istituto Superiore di Sanità sul portale EpiCentro, è pur sempre responsabile di un numero compreso tra le 30 e le 100 morti ogni 100.000 persone colpite. Le complicazioni sono dovute principalmente a superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti (infiammazioni del cervello). Si riscontrano più spesso nei neonati, nei bambini malnutriti o nelle persone immunocompromesse.

I sintomi

I primi sintomi sono simili a quelli di un raffreddore (tosse secca, naso che cola, congiuntivite) con una febbre che diventa sempre più alta. Successivamente appaiono dei puntini bianchi all'interno della bocca. Dopo 3-4 giorni, appare l'eruzione cutanea caratteristica (esantema), composta di piccoli punti rosso vivo, prima dietro le orecchie e sul viso, e poi su tutto il resto del corpo. L'eruzione dura da 4 a 7 giorni, l'esantema scompare a cominciare dal collo. A volte, rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno. Di solito la diagnosi si fa solo per osservazione clinica. Eventualmente si possono ricercare nel siero degli anticorpi specifici diretti contro il virus del morbillo, dopo 3 o 4 giorni dall'eruzione.

Incubazione e contagiosità

Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni: inizia all'entrata del virus nell'organismo e finisce all'insorgenza della febbre. La contagiosità si protrae fino a 5 giorni dopo l'eruzione cutanea, ed è massima tre giorni prima, quando si ha la febbre. Il morbillo è una delle malattie più trasmissibili. Il contagio avviene tramite le secrezioni nasali e faringee, probabilmente per via aerea tramite le goccioline respiratorie che si diffondono nell'aria quando il malato tossisce o starnutisce. ù

Le cure

Non esiste una cura specifica. Si possono trattare i sintomi (terapia sintomatica) ma non la causa: paracetamolo per abbassare la febbre, sciroppi per calmare la tosse, gocce per gli occhi. Esiste un rischio di prematurità per i bambini che hanno la madre infetta durante la gestazione.

Il vaccino

In Italia il vaccino non è obbligatorio, tranne per le reclute all'atto dell'arruolamento, ma viene raccomandato dalle autorità sanitarie. Il vaccino esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr). Si consiglia una prima dose del Mpr prima del 24esimo mese di vita, preferibilmente al 12-15esimo mese, con un richiamo verso 5-6 anni o 11-12 anni. Fino a 6-9 mese, il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata. La durata di immunizzazione del neonato è inferiore se la madre è stata immunizzata da un vaccino e non dal morbillo stesso. Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi, antineoplastici, antirigetto), nè, per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nel mese successivo. Invece, è consigliato alle persone infette da Hiv che non hanno ancora sviluppato l'Aids.

Lorenzin: "Intervenire rapidamente"

"Nonostante il Piano di eliminazione del morbillo sia partito nel 2005 – sottolinea il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – e la vaccinazione contro il morbillo sia tra quelle fortemente raccomandate e gratuite, nel 2015 la copertura vaccinale contro il morbillo nei bambini a 24 mesi (coorte 2013) è stata dell'85,3% (con il valore più basso pari al 68% registrato nella PA di Bolzano e quello più alto in Lombardia con il 92,3%), ancora lontana dal 95% che è il valore soglia necessario ad arrestare la circolazione del virus nella popolazione. E' ora indispensabile – precisa – intervenire rapidamente con un impegno e una maggiore responsabilità a tutti i livelli, da parte di tutte le istituzioni e degli operatori sanitari, per rendere questa vaccinazione fruibile, aumentandone l'accettazione e la richiesta da parte della popolazione". 

Iss:"Non abbassare la guardia sui vaccini"

Non solo morbillo. Abbassare la guardia sui vaccini può fare ricomparire anche malattie che non vediamo da tempo, come la poliomelite e la difterite. A lanciare l'allarme è il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi, interpellato dall'Agi sul boom dei casi di morbillo registrato in Italia (+240% in un anno).

Leggi anche: Vaccini, con boom allarmismi crolla copertura dei bimbi

"La prima preoccupazione è per la difterite – spiega il professore -. Ci sono stati casi purtroppo mortali in Belgio e in Spagna. In Italia ci sono stati due contatti, fortunatamente neutralizzati, ma potevano infettare un bambino non vaccinato. L'altra grande preoccupazione è la poliomielite – prosegue Ricciardi -. E' una malattia che noi non vediamo da tanti anni, ma che ha avuto dei casi in alcuni paesi lontani ma non tanto, come l'Ucraina, l'Albania, la Siria. Per non parlare del tetano per il quale abbiamo il record negativo di mortalità in Europa".

 "La vaccinazione rimane una cosa da consigliare a tutti – spiega il professore -, abbiamo abbassato troppo la guardia. In questo momento sono migliaia i bambini non vaccinati contro il morbillo, soprattutto in alcune regioni come il Piemonte, la Lombardia e il Lazio, che più delle altre hanno tardato ad adeguarsi". C'è poi un altri rischio. I bambini non coperti possono trasmettere la malattia ai più grandi "e il morbillo quando si prende in età adulta è molto fastidioso e può essere ancora più pericoloso".

Per approfondire:

Non dobbiamo assolutamente stupirci di questo allarme lanciato dal Ministero della Salute in merito alla comparsa di così tanti nuovi casi di morbillo. Dopo che, negli ultimi anni avevamo assistito a una progressiva ma inesorabile riduzione del numero di persone vaccinate e dunque del tasso di copertura vaccinale della popolazione, c'era da attendersi, che presto o tardi questo abbassamento delle nostre difese immunitarie sociali favorisse un ritorno consistente del morbillo.

Non poteva, del resto essere altrimenti, con questo particolare virus (Paramyxovirus) che è estremamente veloce nel diffondersi e ha un tasso di contagiosità quattro volte piùelevato di quello dell'influenza. Si tratta di un virus da non sottovalutare.

Quando il morbillo arrivò per la prima volta nelle isole Fiji alla fine dell'800, trovando una popolazione priva di difese immunitarie, uccise 30000 persone.

 

In un contesto del genere, vedere dati come quelli resi noti oggi dal Ministero (700 casi in soli due mesi contro gli 844 dello scorso anno, un incremento pari al 230 per cento) davvero non sorprende. La riduzione del numero dei bambini vaccinati soprattutto contro il morbillo è la diretta conseguenza di un caso emblematico di post-verità scientifica. Nel 1998 un medico Britannico, Andrew Wakefield pubblicò una ricerca su una importante rivista scientifica in cui si dimostrava che esisteva un rischio autismo per i bambini che venivano vaccinati con il vaccino trivalente.

Nonostante successivamente sia stato dimostrato che Wakefield aveva falsificato i dati, e la sua conseguente radiazione da parte dell'ordine dei medici, quella bufala scientifica ha alimentato un vasto fronte di opinione pubblica da sempre diffidente nei confronti dei vaccini in particolare e della scienza in generale. Se il livello di vaccinazione scende sotto una certa soglia che è quella del 95 per cento è difficile contenere la diffusione del virus, soprattutto all'interno di settori della popolazione ben definiti.

Purtroppo negli ultimi anni si è diffusa e consolidata una certa resistenza contro la vaccinazione da parte dei genitori dei bambini in età prescolare che, a loro volta sono scoperti dalla vaccinazione. Così il virus passa, attraverso le famiglie dalle scuole ai luoghi di lavoro e nel breve giro di una settimana è in grado di diffondersi in una intera città. Il sistema attuale della vaccinazione consigliata e gratuita non funziona e questi dati indicano con certezza che è arrivato il momento di avviare sul punto una discussione molto seria. Serve la vaccinazione obbligatoria.

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