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L'obbligo delle vaccinazioni per i bambini che si iscrivono al nido o alla scuola materna, previsto nel decreto annunciato oggi dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, è già legge in Toscana e in Emilia Romagna. Un provvedimento analogo è stato approvato anche dal comune di Trieste e, in generale, dal Friuli Venezia Giulia. Presto si unirà anche la Lombardia: entro giugno saranno approvate le nuove regole per gli asili nido, che prevederanno anche l'obbligo per le strutture di richiedere i certificati vaccinali dei bimbi.

In Piemonte si inizia proprio oggi la discussione della legge per l'obbligo vaccinale all'asilo, con i consiglieri regionali che vengono sommersi da mail di genitori "no-vax" che chiedono di bloccare la norma. E poi ci sono Lazio (l'iter della legge è partito già a gennaio) e Puglia che stanno pensando di seguire l'esempio.

Perché discutere dell'efficacia dei vaccini non ha più alcun senso

Stanno diventando sempre più numerose le regioni che stanno decidendo di affrontare la questione del calo della copertura vaccinale, mentre è al vaglio l'ipotesi di una legge nazionale. L'obbligo di vaccinazione per l'iscrizione a scuola non è del tutto una novità per il nostro paese. Era stato già stabilito nel lontano 1967, per essere in vigore oltre 30 anni e infine decadere nel 1999. E così oggi, nella maggior parte delle regioni italiane, si può frequentare la scuola anche senza le vaccinazioni obbligatorie, cioè quelle antidifterica, antitetanica, antipoliomelitica e antiepatite virale B. Almeno sarà così se e fino quando tutte le regioni seguiranno l'esempio di quelle che hanno reso le vaccinazioni obbligatorie per essere ammessi a scuola o se e fino a quando non verrà approvata una legge nazionale.

Oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini colpiti dal cancro sconfiggono la malattia. Il dato si riferisce alle persone che si sono ammalate nel 2005-2009, che presentano un miglioramento rispetto a coloro che hanno ricevuto la diagnosi nel quinquennio precedente (2000-2004, donne 60%, uomini 51%). Per i cinque tumori più frequenti (seno, colon-retto, polmone, prostata, vescica) questo passo in avanti si traduce in più di 6.270 persone vive.

Complessivamente al Nord si registrano dati migliori rispetto al Sud: le sopravvivenze più elevate sono in Emilia-Romagna e Toscana sia negli uomini (56%) che nelle donne (65% donne). In Emilia-Romagna si registra la sopravvivenza più elevata per colon-retto (69%) e mammella (89%); per la prostata in Friuli Venezia-Giulia (95%); per il polmone, nonostante la sopravvivenza sia rimasta molto bassa, i dati migliori si registrano in Emilia-Romagna e Lombardia (18%).

Perché le donne guariscono più spesso degli uomini

E' quanto emerge nel "Rapporto 2016 sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici in Italia" dell'Associazione italiana registro tumori, presentato oggi al Ministero della Salute nella giornata di studio Survivorship Planning Day. "La migliore sopravvivenza nelle donne è in gran parte legata anche al fatto che fra le italiane il tumore più frequente è quello della mammella, con un programma di screening attivo da anni ed un continuo miglioramento delle cure – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (associazione italiana di oncologia medica)-. La sopravvivenza è il dato principale in campo oncologico perchè permette di valutare l'efficacia del sistema sanitario nei confronti della patologia tumorale ed è condizionata da due aspetti:

  • la fase nella quale viene diagnosticata la malattia e
  • l'efficacia delle terapie.

Su questo parametro epidemiologico influiscono quindi sia gli interventi di prevenzione secondaria che la disponibilità e l'accesso alle terapie più efficaci".

"Fare il punto della situazione italiana, alla luce dell'impostazione della 'European Guide on Quality Improvement in Comprehensive Cancer Control' e identificare contributi specifici per un aggiornamento della pianificazione sono gli obiettivi della giornata di studio e di lavoro organizzata oggi dal Ministero della Salute – sottolinea il dott. Antonio Federici, dirigente medico del Ministero della Salute. I dati del rapporto si riferiscono ai registri tumori di 13 Regioni.

Nei maschi miglioramenti significativi sono stati registrati in particolare nei:

  • tumori ossei (+10%),
  • colon-retto e fegato (+6%),
  • mieloma multiplo (+5%),
  • Linfoma non Hodgkin (+4%) e
  • prostata (+3%).

Nelle femmine miglioramenti significativi nel: 

  • Linfoma non Hodgkin (+6%),
  • colon-retto (+5%) e fegato, osso, pelvi e vie urinarie, tiroide e
  • mieloma multiplo (+4%).

"Complessivamente – afferma la prof.ssa Lucia Mangone, Presidente AIRTUM (associazione italiana registri tumori) – la sopravvivenza registrata in Italia è più elevata della media europea sia negli uomini (54% vs 49%) che nelle donne (63% vs 57%) con due sole eccezioni: la leucemia linfatica (sopravvivenza identica, pari al 39%) e i tumori della colecisti e vie biliari (17% in Europa e 16% in Italia)".

La sopravvivenza è un indicatore importante perchè rappresenta quella porzione di pazienti che ha beneficiato di un approccio diagnostico e terapeutico efficace e che quindi, in molti casi, può tornare ad essere attiva nella vita reale, facendo controlli periodici o che, in altri casi, possono dire di essere guariti". "Una novità in questa monografia – continua la prof.ssa Mangone – è la valutazione dell'aspettativa di vita, che a 40 anni è pari a 45 anni nei maschi e 50 anni nelle femmine, ma nelle persone con tumore è di circa 15 anni inferiore: tale gap si riduce con il passare degli anni. Negli uomini con tumore della prostata e nelle donne con cancro della mammella l'aspettativa di vita è molto simile a quella della popolazione generale".

Le 5 neoplasie a buona prognosi negli uomini sono quelle del

  • testicolo (91%),
  • prostata (91%),
  • tiroide (90%),
  • melanoma (85%) e s
  • arcoma Kaposi (85%).

Nelle donne quelle: 

  • alla tiroide (95%),
  • melanoma (89%),
  • seno (87%),
  • Linfoma di Hodgkin (87%) e
  • vescica (78%).

"La nuova sfida della sopravvivenza al cancro, per i pazienti e i clinici – conclude il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO – è quella di andare oltre la qualità delle cure e garantire la qualità della vita. I pazienti guariti chiedono di tornare a una vita come prima, inclusi il ritorno al lavoro e agli affetti". 

La proposta di Legge del ministro della salute Lorenzin di introdurre l'obbligatorietà vaccinale per l'accesso alla scuola dell'obbligo servirà ad armonizzare iniziative ad oggi prese in maniera autonoma da Regioni come Toscana, Emilia Romagna, Venezia Giulia e Lombardia, e in discussione in altre Regioni. Questa misura va letta nell'ottica di un'attenzione verso la salute pubblica. Dopo decenni di campagne vaccinali mondiali, con centinaia di milioni di dosi somministrate, non c'è spazio per alcun dubbio riguardo all'efficacia dei vaccini nell'allontanare le malattie infettive dalla popolazione. Considerare scomparse certe malattie come la difterite o la poliomielite solo a ragione delle migliorate condizioni igienico-sanitarie è un errore sia da un punto di vista storico che scientifico. I microbi e i virus non scompaiono nel nulla ma continuano a circolare (come provano i vari focolai epidemici nel mondo di molte malattie da noi ormai rarissime come la poliomielite). L'unica difesa efficace è addestrare il nostro corpo a difenderesti grazie all'immunizzazione derivante dai vaccini.

Là dove la copertura vaccinale è bassa, le epidemie riesplodono rapidamente. L'incertezza o addirittura il timore verso i vaccini sono sentimenti del tutto ingiustificati. I vaccini oggi hanno profili di sicurezza superiori alla maggior parte dei farmaci che assumiamo quotidianamente senza pensarci due volte. Coi vaccini vengono iniettate le stesse proteine che incontreremmo durante la malattia, con il vantaggio che però non ci ammaliamo, ma semplicemente alziamo le nostre difese immunitarie. Il rischio di avere reazioni avverse gravi è centinaia o migliaia di volte inferiore a quello di ammalarci a causa del patogeno contro cui ci vacciniamo. Di fronte alla scarsa sensibilità della popolazione all'importanza delle vaccinazioni, era necessario attuare uno strumento che tutelasse i più deboli: bambini, anziani, ammalati, soprattutto quelli che non possono vaccinarsi. Due altre azioni però sono necessarie per rendere veramente efficace questa legge: una migliore e più ampia informazione al cittadino sui benefici delle vaccinazioni e sui rischi correlati ed uno sforzo da parte delle istituzioni per aiutare le famiglie, specie quelle più in difficoltà, ad effettuare le vaccinazioni obbligatorie: chiamando, sollecitando, offrendo servizi flessibili e che vadano incontro alle esigenze delle famiglie.

Dalle malattie del cuore ai tumori, dalle demenze alle malattie respiratorie. L'Istat ha pubblicato per la prima volta i dati di mortalità per causa in Italia negli anni 2003 e 2014, un rapporto che fotografa le prime 25 cause di morte nel nostro paese.

Dal 2003 al 2014 tasso mortalità sceso del 23%

Nel 2014, i decessi in Italia sono stati 598.670, con un tasso standardizzato di mortalità di 85,3 individui per 10mila residenti. Dal 2003 al 2014 il tasso di mortalità si è ridotto del 23%, a fronte di un aumento del 1,7% dei decessi (+9.773) dovuto all'invecchiamento della popolazione. Nel rapporto dell'Istat si legge che sia nel 2003 che nel 2014 le prime tre cause di morte in Italia sono le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore (rappresentative del 29,5% di tutti i decessi), anche se i tassi di mortalità per queste cause si sono ridotti in 11 anni di oltre il 35%. Al quarto posto nella graduatoria delle principali cause di morte figurano i tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni (33.386 decessi). Demenza e Alzheimer risultano in crescita; con i 26.600 decessi rappresentano la sesta causa di morte nel 2014.

LE 25 CAUSE DI MORTE PIU' FREQUENTI IN ITALIA

Tra i tumori specifici di genere, quelli della prostata sono la decima causa di morte tra gli uomini (7.174 decessi), mentre quelli del seno sono la sesta causa tra le donne (12.201 decessi) e la più frequente di natura oncologica. Tra le cause di morte in aumento, la prima è la setticemia (1,3% del totale dei decessi). Nel 2014 i decessi si sono triplicati rispetto al 2003 soprattutto per effetto della maggiore presenza nella popolazione di anziani multicronici.

Significative differenze tra Nord e Sud

Se si riducono le differenze territoriali della mortalità per malattie cerebrovascolari, altre malattie del cuore, tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni e per malattie croniche delle basse vie respiratorie, rimangono invece elevate differenze nei livelli di mortalità tra Nord e Sud per cardiopatie ischemiche, malattie ipertensive e diabete mellito; aumentano per i tumori della prostata.

Ecco le 25 principali cause di morte in Italia

Complessivamente, nel 2014 sono 25 le cause di morte in Italia che spiegano circa il 75% del totale dei decessi e tranne qualche eccezione, sono le stesse del 2003.

  1. Malattie ischemiche del cuore (69.653 decessi, 11,6% del totale),
  2. Malattie cerebrovascolari (57.230, 9,6%)
  3. Altre malattie del cuore (49.554, 8,3%). Sebbene queste siano ancora le cause di morte più rilevanti, osserva l'Istat, vi è stata una forte diminuzione della frequenza assoluta dei decessi e soprattutto una riduzione di oltre il 35% dei tassi di mortalità. Queste tre cause, infatti, contribuiscono maggiormente al calo della mortalità complessiva osservata in Italia in questo periodo.
  4. Tumori di trachea, bronchi e polmoni (quarta posizione, 33.386 decessi, 5,6% del totale), 
  5. Malattie ipertensive (30.690 decessi) che vedono aumentare il proprio peso sul totale dei decessi (da 3,8 a 5,1%).
  6. Demenza e malattia di Alzheimer che hanno causato 26.600 decessi nel 2014, quasi il doppio rispetto a quelli del 2003 (14.685), passando dalla nona alla sesta posizione;
  7. Malattie croniche della basse vie respiratorie che, rispetto al 2003, scendono di due posizioni (20.234 morti nel 2014)
  8. Diabete mellito con 20.183 morti
  9. Tumore del colon, retto e ano (nono posto, 18.671 decessi, 3,1%)
  10. Tumore del seno (decimo posto con 12.330 decessi, 2,1%)
  11. Tumore del pancreas, che sale di ben quattro posizioni fino all'undicesima (11.186 decessi)
  12. Malattie del rene e dell'uretere (10.043 decessi pari all'1,7%)
  13. Tumore del fegato (9.915 morti)
  14. Tumore dello stomaco (9.557 decessi)
  15. Influenza e polmonite (9.413 morti, 1,6%),
  16. Tumori non maligni (8.204 decessi, 1,4%), 
  17. setticemia che nel 2014 causa il triplo dei decessi rispetto al 2003, passando dal trentunesimo al diciassettesimo posto e facendo registrare l'incremento più elevato del tasso standardizzato (+131%).
  18. Tumore della prostata (7.174 decessi)
  19. Leucemia (6.049 decessi, ovvero l'1% del totale)
  20. Cirrosi, fibrosi ed epatite cronica (6.035 decessi) che fanno registrare la maggiore riduzione negli 11 anni considerati, passando dalla tredicesima alla ventesima posizione (riduzione del tasso pari a -48,7%). 
  21. Tumore della vescica (5.610 decessi)
  22. Morbo di Parkinson (5.110 decessi)
  23. Morbo di Hodgkin e linfomi (5.175 morti),
  24. Tumore del cervello e del sistema nervoso centrale (4.237 decessi)
  25. Suicidio (4.147 morti, 0,7% del totale dei decessi).

Il tasso di mortalità delle varie patologie

Analizzando i trend temporali dei tassi delle principali cause di morte dal 2003 al 2014 si rileva, nella maggior parte dei casi, una diminuzione ma con alcune eccezioni. La demenza e malattia di Alzheimer hanno un andamento crescente fino al 2012, mentre negli ultimi due anni in esame appare una lieve riduzione. La setticemia invece è in aumento in modo quasi costante fino al 2014, con un balzo più rapido nel 2011 e nel 2012. Anche il morbo di Parkinson, sebbene in misura più contenuta e con alcune oscillazioni, ha fatto registrare alcuni incrementi nell'arco del periodo di osservazione. Il gruppo dei disturbi metabolici aumenta dal 2003 tra il 2 e il 7% ogni anno fino al 2012 per poi assestarsi negli ultimi due anni (nel 2014 il tasso di mortalità è pari a 0,54 per diecimila).

Nell'arco di tempo analizzato si possono osservare anche eventuali effetti sulla mortalità di fattori congiunturali legati ad eventi epidemiologici particolari (ad esempio le sindromi influenzali). Il salto che si evidenzia nel 2005 nel trend decrescente delle malattie del sistema circolatorio (malattie ischemiche del cuore, malattie cerebrovascolari e altre malattie del cuore), dell'influenza e polmonite e delle malattie croniche delle basse vie respiratorie, per esempio, può essere correlato al picco di influenza registrato nello stesso anno. Altra oscillazione per le stesse cause, sebbene di entità inferiore, si registra in corrispondenza del picco influenzale del 2012. 

Per combattere la resistenza agli antibiotici e scoprire nuovi, ipermoderni, farmaci anti-microbici in grado di curare le infezioni, gli scienziati stanno tornando al Medio Evo. Letteralmente. Un team di ricercatori dell'università della Pennsylvania specializzati in microbiologia, parassitologia, chimica e farmacia medievale, infatti, sta cercando nei trattati di medicina dei Secoli bui un'illuminazione per rispondere alla crisi dei medicinali.

Una resistenza che uccide 700mila persone all'anno

La resistenza agli antibiotici, frutto di un abuso di questi farmaci, rende necessaria la creazione di nuovi medicinali in grado di superare il blocco e di curare le malattie. Tuttavia, la ricerca è a un punto di stallo, e le conseguenze sono pesantissime: attualmente circa 700mila persone ogni anno muoiono per infezioni resistenti ai farmaci. E se la situazione non cambierà, entro il 2050 le vittime saranno 10 milioni.

Un database di farmaci antichi

L'obiettivo del team di scienziati, secondo quanto riferito dalla Cnn, è quello di studiare le prescrizioni mediche medievali, di individuare gli ingredienti e i principi attivi utilizzati nel passato e catalogarli in un database. La speranza è che sulla base di queste conoscenze e grazie alle moderne tecnologie si possano creare in laboratorio nuovi e più efficaci antibiotici.

Da vino, aglio e bile di bue un potente antimicrobico

Intanto, la ricerca degli scienziati ha già prodotto il primo risultato: replicando la ricetta del 'balsamo per occhi' contenuto nel "Bald's Leechbook" (un antico testo inglese di medicina sull'uso delle sanguisughe risalente al nono secolo), il team ha ricreato un composto che si è rivelato essere un potente agente antistafilococcico. Per metterlo a punto, Bald raccomandava di mescolare vino, aglio e bile di bue e poi lasciarli a riposare in un contenitore di ottone per 9 notti.

Il Nobel che arriva dalla medicina cinese

I ricercatori dell'università della Pennsylvania non sono i primi a tornare al passato per affrontare le moderne sfide. Il premio Nobel per la medicina 2015, la chimica Tu Youyou, ha creato un potente anti-malarico partendo dall'artemisia annuale, una pianta erbacea molto utilizzata nella medicina tradizionale cinese. 

Dopo la puntata di Report dedicata al vaccino contro il papilloma virus (Hpv) c'è chi a caldo si è schierato contro la trasmissione di Rai3, dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin alla comunità scientifica, e chi l'ha difesa, come Beppe Grillo che in rete ha lanciato l'appello #IoStoConReport.

Leggi anche: Perché la puntata di Report ha scatenato le polemiche degli esperti

Intanto, il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ha affidato a una lettera al Corriere della Sera le sue scuse per non essere stato chiaro:

Tutto questo è stato inteso come un servizio contro i vaccini obbligatori. Se è stato compreso in questo modo, prestando di conseguenza il fianco a strumentalizzazioni, significa che non sono stato sufficientemente chiaro. Di questo mi assumo ogni responsabilità, e anticipo attraverso il suo giornale l'intenzione di fornire ogni chiarimento ai telespettatori nella prossima puntata di Report. Ci tengo a ribadire l'importanza delle vaccinazioni obbligatorie e quelle consigliate anche perché ho sempre fatto vaccinare i miei figli.


"Chiudere Report non serve a niente. Serve vaccinarsi"

Non ci uniamo al coro di chi vorrebbe chiudere Report, il settimanale della Rai al centro delle polemiche per le sue discutibili inchieste, ultima quella sulla presunta pericolosità dei vaccini. Non perché concordiamo con la folla tesi presentata nella puntata (il vaccino per il papilloma virus è dannoso), ma perché riconosciamo a qualsiasi collega il diritto di sostenere ciò che vuole (certo, sulla Rai servizio pubblico qualche cautela in più non guasterebbe, visto che paghiamo anche noi). Quella di Report in realtà non è un'informazione falsa, è semplicemente vigliacca, basta saperlo e scegliere se cambiare canale. Vigliacca perché  presenta iun fatto vero come se fosse il fatto e non un suo spicchio, spesso insignificante… La verità è che vivere – e curarsi – fa male, ma è meglio che morire.

Alessandro Sallusti, Il Giornale 


"Non si gioca coi vaccini"

Si dice che l'Italia ha 60 milioni di allenatori di calcio. A navigare in internet in queste ore si potrebbe concludere che gli scienziati siano appena un po' meno. E che, come i primi, spesso si lascino guidare dal tifo più che dalla perizia. Però il calcio è un gioco (o almeno dovrebbe esserlo), la scienza no

Danilo Paolini, Avvenire


"Chi fa la guerra ai vaccini è peggio dell'Isis"

E' stato un atto di vilipendio alla scienza, un intollerabile discredito della ricerca e un ignorante e grave caso di disinformazione. Il rigore fino a ieri incontestato della trasmissione di Rai3 "Report", conquistato negli anni di Milena Gabanelli, è stato disintegrato dal suo successore in un servizio di 23 minuti, polverizzato da un titolo "Effetti indesiderati", che ha diffuso il sospetto di reazioni avverse, ridicole riscpetto ai vantaggi, del vaccino Hpv contro il Papilloma Virus, presentato come veicolo di malattie, oltre che origine di imbrogli, sprechi e corruzione. Ma come, oggi che abbiamo il primo vaccino al mondo contro il cancro dell'utero, contro un tumore maligno provocato da un virus potenzialmente cancerogeno, il servizio pubblico della Rai, quello che dovrebbe informarci sulla sua straordinaria utilità, sul suo effetto preventivo e terapeutico, gli spara contro, e invece di incoraggiarne la diffusione nel Paese, ci insinua dubbi e perplessità parlando di farmacovigilanza carente e di effetti collaterali? Roba da non crederci.

Melania Rizzoli, Libero


"Viale Vaccini"

Nasce così un nuovo reato: il leso vaccino. E un nuovo dogma di fede: l'Immacolata Vaccinazione. Il tutto, quando si dice la combinazione, pochi giorni dopo che Report ha smascherato u conflitti d'interesse fra 'Unità e del figlio di Tiano e il costruttore Pessina. Ma davvero questi impuniti pensano di farci credere che sparano su Report per difendere i vaccini? Ma pensano che siamo tutti fessi?

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano

Report ancora una volta al centro delle polemiche. Stavolta a far discutere è il servizio dedicato al vaccino contro il papilloma virus (Hpv). Durante la trasmissione è stata citata una review del Nordic Cochrane Center dell'anno scorso che accusava l'Agenzia europea del farmaco (Ema) di aver sottovalutato le reazioni avverse. La tesi esposta dagli autori della trasmissione ha provocato la ferma risposta della ministra della Salute e della comunità scientifica, tutti compatti nel difendere "il primo vaccino contro il cancro che l'uomo è riuscito a produrre". La redazione di Report in un comunicato ha sottolineato che "come abbiamo detto ieri sera in onda: l'inchiesta sull'anti-Hpv non è contro l'utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione della scoperta più importante degli ultimi 300 anni. Abbiamo parlato di farmacovigilanza: cosa accade quando ti inietti il vaccino e hai una reazione avversa". 

 

Secondo l'Ema i vantaggi del vaccino contro il Papilloma Virus, che protegge dal tumore al collo dell'utero, sono di gran lunga superiori agli svantaggi; dall'altro lato, Nordic Cochrane Center critica il fatto che tutti i dati in materia siano stati diffusi dalle aziende farmaceutiche. 


Ecco come si sviluppa il cancro dopo l'infezione da HPV 

L'HPV è responsabile di oltre 600.000 nuovi casi di tumore ogni anno nel mondo. Alcuni si sviluppano solo sulla pelle, mentre altri crescono nelle membrane mucose, quali la bocca, la gola (distretto testa-collo) o il tratto genito-urinario: per esempio il collo dell'utero, il tessuto in cui è più frequente il tumore causato da HPV, ma anche l'ano o il pene. Gli HPV, di cui esistono oltre 120 varianti che si differenziano per le tipologie di tessuto che infettano, si contraggono tramite contatto diretto (sessuale, orale e cutaneo) o in luoghi poco puliti (ad esempio bagni pubblici non disinfettati a norma). L'infezione da HPV è asintomatica nella maggior parte dei casi. A volte si può, invece, manifestare con condilomi acuminati in sede genitale. Le lesioni da HPV del collo uterino possono essere riconosciute mediante il Pap test, la colposcopia o tecniche di patologia molecolare.

E' fondamentale capire meglio il legame fra HPV e cancerogenesi. I ricercatori dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) hanno scoperto il i meccanismi molecolari che entrano in gioco a seguito della infezione da HPV (Human Papilloma virus) e che portano alla insorgenza di gravi forme di tumore, come, per esempio, quello al collo dell'utero. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Plos Pathogens
L'accumulo di un enzima, UBC9, gioca un ruolo fondamentale nella formazione dei tumori. Questo meccanismo a forte effetto patologico, hanno evidenziato i ricercatori, è innescato proprio dal virus HPV nei tessuti precancerosi del collo dell'utero e del distretto testa-collo. 


Da Lorenzin alla comunità scientifica tutti contro Report

"Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione", ha attaccato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, parlando di "un vaccino sicuro e di grande efficacia, a differenza di quanto è stato fatto affermare sulla tv pubblica, senza alcun contraddittorio". Per la ministra, "Report ha dato spazio a teorie prive di base scientifica instillando timore nei confronti di una pratica sicura, efficace e in grado di salvare migliaia di donne da un cancro aggressivo e spesso mortale". 

"Diffondere la paura raccontando bugie è un atto grave e intollerabile – ha rincarato la dose via facebook Roberto Burioni, ordinario di Microbiologia e Virologia Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Vita-Salute San Raffaele di Milano – è abusare in maniera perversa della libertà di opinione. E' come gridare 'c'è una bomba" in uno stadio affollato per vedere la gente che fuggendo calpesta i bambini. Diffondere la paura raccontando bugie è quello che ha fatto ieri sera la trasmissione di Rai3", dando spazio "a teorie prive di base scientifica". 

Di "puntata piena di inesattezze" ha parlato anche Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di Sanità: "Per ora non c'è alcuna evidenza scientifica che il vaccino contro il papilloma virus provochi eventi avversi. Non c'è dunque motivo di allarmare la popolazione. Ogni evento avverso che si verifica dopo una vaccinazione va registrato e verificato con molta cura, ma non è detto che ci sia un nesso causa-effetto". 

Più cauto il farmacologo Silvio Garattini, che pur sottolineando di essere "assolutamente favorevole ai vaccini", si è detto convinto che serva comunque "una farmacovigilanza più attenta, seria e attiva. Il vaccino che agisce contro il virus Hpv è efficace, però ancora non sappiamo quanto poi, effettivamente, il suo risultato finale lo sia. Per vedere se i tumori diminuiranno ci vorranno anni. Bisogna stare attenti e vedere bene gli effetti collaterali". 

Veementi le reazioni anche a livello politico

Il senatore del Pd, Francesco Verducci, vicepresidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha annunciato la presentazione di una interrogazione urgente per "verificare la correttezza della trasmissione. E' inammissibile che il servizio pubblico tratti il tema dei vaccini senza poggiare su basi scientifiche con il rischio di provocare confusione e disincentivare l'uso di vaccini che sono veri e propri 'salvavita' comprovati. Ci sono in gioco vite e destini di milioni di persone". 

Anche la senatrice pd Francesca Puglisi, prima firmataria di un ddl per rendere obbligatorie le vaccinazioni fin dalla scuola dell'obbligo, giudica "incredibile che il servizio pubblico ieri si sia unito alla campagna contro i vaccini ed in particolare quello contro l'Hpv, con una totale assenza di pluralismo scientifico. Spero che il dg Campo Dall'Orto e Raitre trovino il modo per riparare al danno fatto, magari concordando una campagna con il ministero della Sanita'". 

Grillo lancia su twitter #IoStoConReport

Di tutt'altro avviso il leader M5S, Beppe Grillo che su twitter scrive: "L'informazione libera non si tocca #IoStoConReport". Sul suo blog i 5 Stelle scrivono: "Il Pd non è intoccabile. L'Unità non è intoccabile. Benigni non è intoccabile. L'Ema non è intoccabile. La libera informazione invece è intoccabile. Report non chiuderà a causa della censura di regime che contamina altri programmi RAI (come il TG1), il Pd impari a rispettare l'informazione indipendente". 

Viale Mazzini ha affidato a una nota la sua 'difesa' ufficiale 

La Rai, intanto, ha affidato a un comunicato la sua difesa ufficiale. "Rai è da sempre a supporto delle campagne vaccinali. I vaccini sono un fondamento della medicina moderna che non può essere messo in discussione. Proprio per questo, su temi così rilevanti, l'informazione del Servizio pubblico continuerà a sostenere la divulgazione scientifica. Proprio in queste settimane Rai sta lavorando ad una campagna che sensibilizzi ulteriormente l'opinione pubblica sull'importanza dei vaccini, non solo da un punto di vista individuale, ma anche da quello della responsabilità verso la società intera".

Trasloco in forse per l'Agenzia europea per il farmaco (Ema), attualmente ospite a Londra ma, a causa della Brexit, costretta a trovare una nuova dimora. La notizia aveva scatenato l'interesse di diverse città del Vecchio Continente, decise ad aggiudicarsi quella che, con 890 dipendenti, un budget da 300 milioni di euro e un programma di eventi ricchissimo, è una delle agenzie comunitarie che attira più fondi e visibilità

Leggi anche: Milano vuole l’Agenzia Europea del Farmaco: colosso da 900 dipendenti e 300 milioni di budget

Ma il ministro britannico per la Brexit, David Davis, ha rimesso tutto in discussione, come sottolinea Il Corriere della Sera. "Non è stata presa alcuna decisione sulla collocazione dell'Ema e dell'Eba (l'autorità bancaria europea, ndr) – ha detto il suo portavoce. Quelle agenzie saranno oggetto di negoziati". E' probabile, dice sempre Il quotidiano milanese, che la sortita del governo britannico punti a mettere sul tavolo un'altra carta da giocare nella partita complessiva tra Londra e Bruxelles sui termini dell'uscita del Regno Unito dalla Ue. 

Lo spostamento è inevitabile, ribadisce La Stampa, ricordando che Oltre Manica lo vorrebbero il più tardi possibile, nel continente invece quanto prima. L'Agenzia del farmaco piace all'Italia, che la vorrebbe a Milano. Vale 900 addetti (con famiglie al seguito), più le cirxa 36mila persona che vi si recano ogni anno. Gente che spende nell'economia locale. Ma vale anche un centro di potere, un polo di attrazione per tutte le aziende del settore, multinazionali in testa. Il tutto, con un italiano alla guida (Guido Rasi, attuale direttore). Palazzo Chigi, prima con Matteo Renzi e adesso con Paolo Gentiloni, ha avviato la corsa all'agenzia che ingolosisce anche Irlanda, Danimarca, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

Leggi anche: L'agenzia europea del farmaco poteva arrivare a Roma. Ma la Raggi non era interessata

Facebook fa male alla salute mentale delle persone. E più lo si usa, più la situazione peggiora. Lo dice uno studio di due ricercatori americani, Holly Shakya e Nicholas Christakis, pubblicato sulla rivista scientifica Harvard Business Review, che hanno messo a confronto il comportamento di un gruppo di individui quando si relazionano con altre persone tramite Facebook e quando lo fanno nella vita reale. In particolare, è stato chiesto a ogni intervistato di indicare fino a quattro amici con cui ha discusso questioni importanti e fino a quattro amici con cui ha passato del tempo libero.

Il potere benefico delle relazioni reali

La ricerca è stata condotta su 5.208 adulti: ne sono state analizzate le attività compiute su Facebook nell’arco di due anni e le risposte a un questionario sulle loro relazioni sociali. Lo studio è stato condotto su diversi aspetti psicosomatici, quali la soddisfazione, il benessere mentale, il benessere fisico, e la massa corporea. I risultati mostrano che mentre le relazioni sociali reali aumentano il benessere, quelle effettuate solamente su Facebook lo fanno diminuire. E questo vale soprattutto per la salute mentale.

Il (doloroso) confronto con la vita degli altri

Non è stato possibile sapere quale azione compiuta sul social network sia determinante perché non sono state registrate differenze fondamentali nelle tre studiate (mettere mi piace, postare, aprire un link). La sensazione dei due ricercatori, comunque è che il malessere provenga soprattutto dal confronto che si fa con la vita degli altri attraverso quanto viene diffuso sul social. Solitamente, infatti, si tende a postare gli aspetti più belli o goliardici della propria esistenza, dalle feste con gli amici alle vacanze in posti esotici e simili.

"L'esposizione alle immagini curate con attenzione della vita degli altri porta a un confronto negativo, e l'enorme quantità di interazione con i social media può sminuire esperienze di vita reale più significative", sostiene il rapporto. 

Conseguenze sulla salute fisica, mentale e sulla soddisfazione di vita

I risultati dello studio hanno mostrato conseguenze particolarmente forti sulla salute mentale, con una correlazione sulla diminuzione di questa nell'anno successivo: "Abbiamo rilevato costantemente che sia mettere mi piace sui contenuti altrui che rilanciare link ha preannunciato una riduzione successiva nella propria salute fisica, mentale e soddisfazione di vita".

L’effetto negativo di Facebook sul benessere psicologico non è comunque dovuto tanto a cosa vi si faccia di preciso, ma a quanto lo si usa. "I nostri risultati – hanno concluso i ricercatori – suggeriscono che la natura e la qualità di questa sorta di connessione non è un sostituto per l'interazione con il mondo reale di cui abbiamo bisogno per una vita in salute".

Nel consumo di bevande alcoliche eccedono più gli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne), i giovani di 18-24 anni (22,8% e 12,2%) e gli adolescenti di 11-17 anni (22,9% e 17,9%). La categoria più a rischio di "binge drinking" (cioè l'assunzione smodata di alcol, finalizzata a un rapido raggiungimento dell'ubriachezza) è quella dei giovani tra i 18 e i 24 anni. E' quanto emerge dai dati del report dell'Istat su "Il consumo di alcol in Italia".

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