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In Italia si stima che siano più di 3 milioni le persone affette da disturbi dell'alimentazione di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Il dato è stato presentato al ministero della Sanità in occasione della Terza Giornata sulla Salute delle donne.

La maggiore vulnerabilità osservata nel sesso femminile in età adolescenziale o giovane adulta sembra indicare che questi disturbi sono associati a difficoltà nelle fasi di passaggio dall'infanzia alla vita adulta, scatenate dai cambiamenti fisici e ormonali che caratterizzano la pubertà.

Le ricerche epidemiologiche ci dicono però che, dal punto di vista demografico, questi disturbi sono in aumento anche nella popolazione maschile. L'incidenza dell'anoressia nervosa è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi.

Bulimia precoce

Per quanto riguarda la bulimia ogni anno si registrano 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Per entrambe, la fascia di età in cui l'esordio si manifesta più spesso è quella tra i 15 e i 19 anni. Alcune osservazioni cliniche recenti hanno segnalato un aumento dei casi a esordio precoce, anche se non mancano insorgenze in età adulta.

Anoressia cronica

L'anoressia è la terza più comune "malattia cronica" fra i giovani; pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni hanno un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggira intorno al 6%, al 2% per bulimia nervosa e sempre intorno al 2% per gli altri disturbi alimentari non specificati.

Diversi studi sembrano suggerire che circa il 50% del rischio sia dovuto a fattori genetici. Molteplici sono i fattori ambientali che possono ugualmente giocare un ruolo importante. Data la sua complessità è evidente che il fenomeno ha una forte implicazione di politica sanitaria, perché la programmazione e l'organizzazione dei servizi devono riuscire a garantire il riconoscimento precoce dei casi, anche tramite protocolli di collaborazione con i pediatri di libera scelta e con i medici di medicina generale. 

Ambienti di vita assistiti e tecnologie a sostegno della qualità di vita e assistenza alla persona anziana: innovazione tecnologica e applicazioni digitali sono gli  strumenti strategici per affrontare la sfida della sostenibilità del sistema sanitario nazionale. 

In Italia, complice anche l’invecchiamento della popolazione,  la spesa sanitaria, in termini nominali, cresce: dai 143,6 miliardi di euro del 2013 si è arrivati ai 149,5 miliardi del 2016. Gli indicatori mostrano che, tra i fattori che incidono in modo rilevante sull’equilibrio del sistema, c’è il cronicizzarsi di alcune patologie, conseguenza dell’invecchiamento demografico e della lunga sopravvivenza.

Ed è una situazione destinata a complicarsi: se infatti gli italiani sopra i 65 anni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione), 8 su 10 soffrono di patologie croniche. Di questi, 4 sono affetti da almeno due patologie e 3 ne presentano una grave: percentuali decisamente superiori alla media e che fanno sì che il costo sanitario di un over 65 sia circa 4 volte superiore a quello di un under 65.

Inoltre, il tasso di riospedalizzazione delle persone anziane, in Italia, si aggira attorno al 20%. Nel 2045 gli ultra sessantacinquenni passeranno dall’essere l’attuale 22% al 32,5% della popolazione con un costo medio pro capite della spesa sanitaria specifica che salirà dall’attuale 2,8 al 3,5%.  Il sostegno alla “vita quotidiana” degli anziani che ancora possono restare nella propria abitazione è un intervento di prevenzione e quindi produrrà, per il futuro, un risparmio.

Cosa vedremo a Exposanità

Sarà presentato ad Exposanià – mostra internazionale dedicata alla sanità e all’assistenza, in calendario dal 18 al 21 aprile a Bologna, giunta alla sua 21esima edizione (in contemporanea, il 20 e 21 aprile,  con Cosmofarma), –  il progetto speciale Habitat. Coordinato da CIRI-ICT, Centro di Ricerca Industriale dell’Università di Bologna e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, Habitat ha come obiettivo lo studio di una piattaforma che consenta di far dialogare gli oggetti di uso quotidiano mediante l’uso delle tecnologie dell’Internet of Things (IoT) come la radio-frequenza, wearable electronics, wireless sensor networks e l’intelligenza artificiale.

Lo scopo è garantire un continuo e affidabile monitoraggio dei comportamenti quotidiani dei soggetti in fragilità, come  le persone anziane, che  saranno connesse con la rete dei servizi socio sanitari e con le figure di riferimento familiare. Le soluzioni tecnologiche individuate sono a basso consumo energetico e non invasive. Ad Exposanità sarà possibile vedere e provare le potenzialità di questa piattaforma.

Le 5 innovazioni in mostra

My Doro Manager: consente da remoto di 'controllare' il dispositivo del 'senior', e in particolare di configurare i numeri da chiamare in caso di emergenza, abbassare o alzare la suoneria, verificare lo stato della batteria. Con Doro connect & care – messa in atto da Doro, azienda leader a livello mondiale nel settore della telefonia semplificata –   invece, si crea una vera e propria rete tra persone autorizzate, all'interno della quale il senior può chiedere aiuto, per esempio, per fare la spesa o per andare a una visita medica. azienda leader a livello mondiale nel settore della telefonia semplificata

CollegaMENTI:  è un progetto innovativo sviluppato da Cba Group, azienda informatica trentina con sede a Rovereto fondata nel 1974 ( 9 milioni di fatturato, 130 dipendenti, leader nel campo dell'informatizzazione dei processi delle Rsa). Partito due anni fa, conta di diventare operativo tra meno di un anno: l'obiettivo è creare una rete virtuale tra i 3 protagonisti principali (anziani, operatori, familiari), per farli comunicare tra loro. Sulla piattaforma“CollegaMENTI” verranno aggiornati il profilo dell'anziano, il suo stato di salute ma anche sociale, in modo da permettere a tutti i soggetti coinvolti di interagire, e ai parenti di tenersi informati sulla vita del proprio caro grazie a informazioni che arrivano direttamente sullo smartphone. Le app, assieme ad altre soluzioni tecnologiche permetteranno anche di tenersi in stretto contatto con l'anziano, perfino tramite videoconferenza, mantenendo un legame anche quando si è distanti fisicamente.

App Storygram:  è questa una vera e propria 'chicca' in CollegaMENTI, pensata soprattutto per quei 'nonni' affetti da demenza senile, una patologia purtroppo sempre più diffusa: si tratta di una  app  che non a caso richiama nel nome il più famoso social di foto, e che realizza l'album dei ricordi digitale dell'ospite. Qui vengono raccolti foto e racconti caricati o condivisi sui social da familiari e dalla comunità: una sorta di diario virtuale che compone la vita dell'anziano così da recuperare contatti e storie comuni che andrebbero dimenticate. 

WiMonitor:  sempre da Rovereto arriva WiMonitor, giovanissima startup innovativa nata nel 2017, con l'idea di sfruttare la tecnologia a vantaggio dell'assistenza, in modo da favorire l'indipendenza delle persone e la domiciliarità.

Tre i prodotti di punta che saranno presentati al salone:

  • WiMBeds, adatto per strutture e ospedali in cui il personale di assistenza abbia la necessità di essere tempestivamente avvisato, via telefono, se un particolare ospite ha abbandonato il letto. 
  • Il sistema WiMHome invece permette di monitorare continuamente un ambiente domestico, fornendo informazioni sulla regolarità delle attività in casa della persona anziana e segnalando tempestivamente le anomalie (caduta, chiamata di soccorso, abbandono letto, fuga da appartamento…). Il sistema si basa su tecnologia wireless, così da minimizzare l'invasività dell'installazione. Tramite l'impiego di piccoli sensori ambientali e personali si possono distinguere profili regolari da quelli irregolari, oltre a ricevere le tempestive segnalazioni di allarme. Tutte le segnalazioni critiche sono inviate al destinatario (parente o assistente) tramite chiamata telefonica: è possibile, inoltre, grazie l'applicazione web, avere accesso al monitoraggio continuo e ai dettagli di tutti gli eventi che si verificano. Il sistema è particolarmente indicato per persone anziane che necessitano di essere supervisionate.
  • WiMDoor, adatto a strutture residenziali e privati che abbiano la necessità di minimizzare i rischi di fuga delle persone assistite. Il sistema permette, infatti, di segnalare tempestivamente un allarme quando la persona monitorata si avvicina o oltrepassa una soglia (porta o varco) stabilita. Il sistema è composto da una centralina di prossimità (una per ogni varco monitorato) e da uno o più braccialetti di identificazione (di cui esiste anche la versione con cinturino "non rimovibile").

Sensor-Care: Neuranix, di Treviso, presenta SENSOR-CARE che consente all'anziano di mantenere la propria indipendenza il più a lungo possibile.  Il sistema opera in modo discreto, nel pieno rispetto della privacy – non utilizzando telecamere o microfoni – offrendo informazioni tempestive e continue 24 ore su 24. Il monitoraggio costante è in grado di individuare le possibili situazioni anomale, come l’alterazione dei ritmi di alimentazione, dell'igiene personale, del rapporto sonno/veglia, l’irregolarità delle attività quotidiane etc. Le informazioni, elaborate in tempo reale, segnalano automaticamente – attraverso sms, email e notifiche eventuali anomalie rispetto ad attività e abitudini quotidiane consolidate nonché, con l’aggiunta di altri sensori opzionali, di eventi quali la presenza di gas, fumo o acqua.

In Francia un euro al giorno per l'assistenza da casa

E mentre nelle case degli italiani non sono ancora entrate soluzioni quali quelle proposte dalla robotica, il telemonitoraggio, la teleassistenza, in Francia, al costo di un solo euro al giorno a carico dell’utente, esiste un servizio pubblico di teleassistenza e di intervento sanitario che consente alle persone anziane e malate di starsene a casa e ricorrere all’aiuto solo quando serve e se serve. La personalizzazione delle risposte terapeutiche e riabilitative viene comunque riconosciuta come la strada per affrontare l’invecchiamento della popolazione, una strada che passa attraverso una rivoluzione culturale e politica sostenuta dall’avvento delle nuove tecnologie.In Europa oltre il 90% degli over 65 vive a casa ma, sempre più spesso, in solitudine. Infatti, nella fascia dai 65 agli 80 anni, oltre il 30% degli anziani vive da solo e, superati gli 80, tale percentuale è prossima al 50%.

Uno strumento in grado di diagnosticare il morbo di Parkinson sin dalle primissime fasi della malattia, in tempi rapidi e con bassissimo margine di errore, da utilizzarsi anche nello studio del medico di famiglia. E altri apparecchi per tenere a bada la patologia e di conseguenza, portare l'aspettativa – ma soprattutto la qualità – di vita di questi pazienti al livello dei loro pari età sani: sono le novità più interessanti e promettenti presentate durante il lancio dell'evento 'Open Accelerator', tenutosi oggi presso la sede dell'azienda farmaceutica Zambon, a Bresso (MI).

Gli apparecchi sono stati ideati dal dr. Lazzaro Di Biase, 32 anni, neurologo e dottorando dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, che ha appena creato una start-up – PD Innovations (PD sta per Parkinson's Disease, ovvero 'malattia di Parkinson') – proprio per rendere presto possibile un'efficace diagnosi precoce, il monitoraggio dell'evoluzione della patologia e la gestione del trattamento, sia orale che infusionale, in tempo reale e in base alle specifiche condizioni cliniche di ogni singolo paziente.

Perché una diagnosi precoce è importante

"Attualmente – spiega Di Biase – l'errore diagnostico sul Parkinson è del 30 per cento in qualsiasi fase della malattia. Alcuni mesi fa avevamo realizzato un 'orologio' particolare, dotato di un algoritmo in grado di ridurre questa percentuale all'8 per cento. Con il nuovo device confidiamo di riuscire a portare pressoché a zero questo margine d'errore". Ecco anche perché la sua scoperta è stata premiata, lo scorso 12 dicembre, proprio da Zcube, che finanzierà la ricerca e lo sviluppo dei dispositivi con 25 mila euro. In effetti, il problema del Parkinson oggi è proprio la diagnosi precoce: di questa patologia non si guarisce, ma è possibile conviverci se viene diagnosticata precocemente e trattata farmacologicamente. Le terapie disponibili, infatti, sono efficaci nel migliorare i sintomi motori, soprattutto nelle prime fasi di malattia. Ma accanto al paziente parkinsoniano 'doc' e' possibile trovare tante persone affette dal 'tremore essenziale' o dai cosiddetti 'parkinsonismi atipici', molto difficili da distinguere nelle prime fasi anche se osservati da specialisti esperti. Di solito, quando si riesce a 'inquadrare' in modo certo la patologia sono trascorsi ormai diversi anni.

Le speranze per chi è malato

"Su questi casi noi vogliamo incidere con i nostri dispositivi – sottolinea Di Biase – anche perché in genere si può morire di Parkinson, ma il rischio di morte è legato spesso alle sue complicanze: l'impossibilità di muoversi che può produrre cadute e quindi rotture di femore, oppure allettamento, ulcere e polmoniti. Se, viceversa, diventasse possibile mantenere la mobilità lungo tutta la vita di un parkinsoniano, la sua aspettativa di vita potrebbe raggiungere quella di una persona sana".

Il Parkinson è, tra le patologie neurologiche, quella con le terapie attualmente più efficaci, anche se non ci sono cure vere e proprie per bloccare o rallentare lo sviluppo della malattia. "Il nostro algoritmo – spiega ancora di Biase – sarà in grado di analizzare il movimento globale del paziente, tutto in modo mininvasivo: basteranno i sensori presenti in un normale smartphone". Una novità che, dunque, potrà essere utilizzata da tutti i medici, anche quelli di base, e che li metterà in grado di emettere un responso diagnostico inequivocabile rispetto a un'ipotesi di Parkinson, già nelle primissime fasi della malattia.

"Non solo – prosegue di Biase -, stiamo lavorando anche a uno strumento per ottimizzare l'efficacia delle terapie, che attraverso micro-sensori impiantabili sarà in grado di 'dosare' la quantità di farmaco piu' adatta e indicata per le specifiche condizioni del paziente, variandola se necessario di ora in ora, in modo da mantenerlo sempre adeguatamente mobile". "Un sistema simile a ciò che esiste oggi per i malati di diabete (l'aghetto sottocutaneo che 'legge' la glicemia e rilascia il quantitativo d'insulina necessario per tenerla entro un range stabilito, ndr)", chiarisce Di Biase. Il ricercatore è fiducioso di riuscire a concludere tutti i trials clinici di validazione dei quattro device entro il 2020. A quel punto, se tutto andrà come sperato, potrebbe davvero iniziare un'altra vita per i pazienti parkinsoniani: una giornata non più tormentata da multiple fluttuazioni giornaliere della propria capacità di movimento – tra momenti di 'blocco' motorio, fasi caratterizzate da movimenti involontari e altre in cui torna nuovamente possibile controllare il proprio corpo.

Sette miliardi di persone, oltre il 95% della popolazione mondiale, respirano aria inquinata. E’ il dato allarmante pubblicato dall’Health Effects Institute che ha appena condotto sul tema uno studio su larghissima scala. E secondo la ricerca sono i Paesi in via di sviluppo a soffrire di più con altissimi livelli di smog e aria contaminata sia dentro casa che fuori. Al contrario, le nazioni più industrializzate hanno registrato dei miglioramenti.

Dal 1990, +20% di morti

Le conseguenze sono gravissime: solo nel 2016 l’inquinamento ha fatto 6,1 milioni di vittime, diventando così la quarta causa di morte, dopo la pressione alta, la cattiva alimentazione e il fumo. In generale, secondo i ricercatori, i decessi collegati all’inquinamento atmosferico sono saliti del 20% dai 3,3 milioni del 1990.

In Cina e India l’aria più irrespirabile

Il problema, sostiene l’Health Effects Institute, è strettamente collegato con la rapida urbanizzazione, con le emissioni presenti nell'atmosfera e per le esalazioni delle combustioni domestiche. Per effettuare lo studio, l’Istituto si è basato anche sui dati satellitari secondo i quali i livelli di emissioni nocive nell'aria vanno ben oltre i limiti imposti dall'Organizzazione mondiale della sanità che ha individuato il valore massimo di riferimento per il PM2.5 – il particolato che finisce nei polmoni e provoca il cancro – a livello di 10 microgrammi/m3 come media annuale.

Per l’Health Effects Institute, il 95% della popolazione vive in zone in cui l’inquinamento atmosferico non rientra nelle linee guida dell’OMS, mentre il 60% vive in aree che superano di molto il livello massimo consentito. Il problema è particolarmente presente in Asia, con India e Cina che registrano il 51% delle morti per inquinamento atmosferico.  Nel primo caso, la maggior parte della tossicità è causata dalla combustione di biomasse e del carbone. Un agente inquinante quest’ultimo particolarmente presente anche in Cina dove il grosso dell’industria e dei riscaldamenti domestici si basano ancora sul carbone.

“Restano le grandi sfide”

“L’inquinamento atmosferico è ormai diffuso in tutto il mondo rendendo difficile la vita alle persone – giovani e anziani – con problemi respiratori. E provocando sempre più decessi”, sostiene Bob O'Keefe, vicepresidente dell'Health Effects Institute. “I nostri dati mostrano un miglioramento della situazione in alcune zone del mondo, ma restano grandi sfide in altre aree”.

 

Uomini e topi: un’accoppiata antica quanto la civiltà. Dove vive l’uomo c’è anche il topo che trasmette malattie e contribuisce allo sviluppo dei super-batteri. La tesi trova conferma in due studi pubblicati sulla rivista mBio. I ricercatori della Columbia University e dell’US Centers for Disease Control hanno analizzato campioni di fegato, di reni e di feci prelevati da oltre 400 topi che vivono in cinque edifici residenziali e due edifici commerciali in diverse zone di New York: Laconia (Brooklyn), Allerton (Bronx), Upper West Side e Chelsea (Manhattan) e Fresh Meadows (Queens).

I superbatteri si rafforzano nei topi

Dall’analisi gli studiosi hanno riscontrato agenti patogeni in grado di farci ammalare, e alcuni dei microbi in grado di rendere i batteri resistenti a determinati antibiotici. Più nello specifico, i topi sono portatori di diverse malattie infettive per l’uomo, quali:

·      Salmonella

·      Escherichia coli

·      Shigella

·      Klebsiella pneumoniae

·      Clostridium perfringens

·      Leptospira

Ma a preoccupare di più i ricercatori è la presenza nei campioni prelevati dai topi di 22 batteri in grado di trasformare infezioni assolutamente curabili in superbatteri resistenti agli antibiotici.

Ma per ora i newyorkesi stanno bene

Siamo spacciati? Non esattamente. Nonostante i ricercatori abbiano scoperto virus che sembrano essere stati trasmessi da maiali o cani ai topi, e che potenzialmente mutare per infettare anche gli umani, non ci sono prove che i roditori stiano facendo ammalare i newyorkesi. Di certo, afferma Quartz, è meglio tenerli d’occhio. E non solo quelli di New York: se i roditori della Grande Mela sono portatori di agenti patogeni e batteri, è molto probabile che anche quelli delle città di tutto il mondo lo siano.

 

Il cervello ha fame. E sete. Forse non ne abbiamo mai avuto la consapevolezza ma oltre che a influire sulle arterie, sullo stomaco, sulla pelle e sul cuore, il cibo che ingeriamo ha un determinato peso anche sul cervello. Che in questo modo si difende dal rischio Alzheimer e resta lucido e reattivo più a lungo. Lo sa bene Lisa Mosconi, neuroscienziata di origini italiane e vicedirettrice della Clinica per la prevenzione dell’Alzheimer presso il Weill Cornell Medical College/NewYork-Presbyterian Hospital, che ha appena pubblicato il libro: “Nutrire il cervello – Tutti gli alimenti che ti rendono più intelligente”. Ma quali sono i cibi giusti da inserire nella dieta? Eccoli uno per uno, spiegati dalla stessa Mosconi in un’intervista a Focus.

Il cervello ha sete

 

Il primo elemento essenziale per il nostro cervello è l’acqua. “Oltre l'80% del contenuto del nostro cervello è composto di acqua”, spiega Mosconi. “Ogni reazione chimica che ha luogo nel cervello ne ha bisogno, compresa la produzione di energia nel cervello. Niente acqua, niente energia. E anche una minima perdita di acqua, come una diminuzione del 3-4%, può causare sintomi neurologici come mente annebbiata, affaticamento, vertigini e confusione. Non solo: gli studi di imaging cerebrale hanno dimostrato che la disidratazione lieve (subclinica) fa restringere il cervello e perdere volume. Ecco perché abbiamo bisogno di bere molto per il nostro cervello”. I tipici 8 bicchieri (1,5 litri) al giorno sono un buon inizio, ma molti ricercatori suggeriscono di superare i 2 litri.

 

Zucchero sì ma dipende quale

 

Chi lo ha detto che lo zucchero fa sempre male? Al cervello serve eccome: “Quando il cervello ha bisogno di energia, si basa esclusivamente sul tipo di energia rapida dei carboidrati (gli zuccheri semplici) e in particolare uno zucchero specifico chiamato glucosio.

Il 99% dell'energia cerebrale deriva dal glucosio in condizioni fisiologiche normali. Inoltre, il glucosio è il substrato di molti neurotrasmettitori (i messaggeri chimici del nostro cervello), come il glutammato e il GABA, che sono l'interruttore unico di tutte le nostre cellule cerebrali. Quindi sì, il glucosio fa bene al cervello”. Non per questo però bisogna sentirsi autorizzati a consumare cioccolata e caramelle, Mosconi consiglia fonti naturali di glucosio quali:

 

  • Cipolle
  • Rape
  • Rutabaga (anche conosciuta come la rapa svedese)
  • Miele 
  • Sciroppo d'acero 
  • Kiwi
  • Uva
  • Datteri
  • Barbabietola rossa

 

“Soltanto una piccola barbabietola rossa – la caramella della natura – contiene il 31% di tutto il glucosio necessario per la giornata”.

 

Perché il pesce fa bene al cervello

 

Per anni ci è stato detto che mangiare pesce fa bene al cervello. “Per il fosforo”, ci hanno anche spiegato. Sbagliato. Secondo Mosconi, la ragione per cui fa bene al nostro cervello è un’altra: “Il pesce grasso dei mari freddi è il cibo numero uno per il cervello a causa del suo alto contenuto di acidi grassi omega-3, in particolare di un tipo specifico chiamato DHA. Il 70% dei grassi di cui è composto il cervello, è composto da Omega-3 DHA. Questo grasso proviene esclusivamente dalla dieta, quindi abbiamo bisogno di consumarne abbastanza, su base regolare.

 

Quali pesci preferire?

 

  • Il salmone è una fonte eccellente
  • Il pesce azzurro
  • Lo sgombro
  • Le sarde
  • Le acciughe

La ricerca mostra che le persone la cui dieta aveva meno di 4 grammi di omega 3 al giorno avevano i più alti tassi di contrazione del cervello nel tempo (che ovviamente non è un risultato positivo), e il più alto rischio di Alzheimer. Coloro la cui dieta quotidiana prevedeva 6 grammi o più, avevano il cervello più sano e più "giovane”.

 

L’importanza di uno stomaco in salute

 

Anche i nostri batteri intestinali comunicano con le nostre cellule cerebrali e influenzando il nostro umore, la depressione e i livelli di ansia – “quindi è importante mangiare cibi che supportino i batteri buoni”, spiega Mosconi. “La nostra salute dell'intestino dipende dal consumo regolare di cibi prebiotici e probiotici.

I prebiotici sono letteralmente cibo per i buoni microbi del nostro corpo. Questo perché questi alimenti sono particolarmente ricchi di un particolare tipo di carboidrati chiamati oligosaccaridi, che sono i preferiti della flora intestinale e provengono da cibi che, sebbene non particolarmente dolci, hanno un retrogusto sempre leggermente dolce.

Le fonti di prebiotici:

  • Cipolle
  • Asparagi
  • Carciofi
  • Carote
  • Rape
  • Aglio
  • Banane
  • Avena
  • Latte

 

Oltre ai prebiotici, i nostri microbi intestinali bramano cibi probiotici. Questi alimenti contengono batteri vivi (probiotici) che, dopo aver raggiunto l'intestino, reintegrano i batteri buoni del microbioma.

 

I probiotici sono naturalmente forniti da alimenti fermentati e coltivati:

 

  • Yogurt
  • Kefir
  • Verdure come i crauti

 

 

Le diete migliori? Quelle con molta verdura

 

In “Nutrire il cervello” la ricercatrice prende in esame le diete più salutari del mondo, dalla dieta mediterranea alla dieta di Okinawa, cercando le cose che hanno in comune. Ebbene, prescindendo dalle differenze si è scoperto che sono tutte diete ricche di nutrienti per almeno l'80% vegetale (vegetariano).

“Per ciascuna di queste diete, il consumo regolare di verdure selvatiche e fresche è integrale”, chiosa Mosconi. “Queste verdure sono dotate di un arsenale di vitamine, minerali e antiossidanti che le cellule cerebrali hanno bisogno di rimanere in salute e comunicative. La frutta fresca, raccolta matura dagli alberi, è un'eccellente fonte di dolcezza naturale che allo stesso tempo frena l'appetito per gli zuccheri raffinati. Noci e semi sono un altro alimento base di molte comunità centenarie, così come i cereali integrali locali, i fagioli e gli amidi, che forniscono un lento rilascio di carboidrati e fibre di supporto del cervello, riducendo il carico glicemico del pasto, evitando i picchi e gli sbalzi di zucchero. In particolare, le patate dolci sono i punti principali delle diete delle popolazioni più longeve”.

 

Poca carne rossa, zucchero e latticini

 

Ma non è solo quello che si mangia a fare la differenza. “Un'altra lezione importante è che non si tratta solo di ciò che si mangia, ma anche di ciò che non si fa.

Tutte le diete che gli studi e le ricerche collegano alla longevità sono caratterizzate da un consumo raro di carne rossa, zucchero e latticini”.

Farmaci costosissimi destinati agli ospedali perlopiù per cure oncologiche: su questo avevano puntato il loro illecito giro d’affari da quasi 20 milioni di euro tredici persone, finite in manette lunedì a Milano. L’accusa è quella di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dell’Erario, truffa ad aziende farmaceutiche, autoriciclaggio, ricettazione di farmaci, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

A capo dell'organizzazione, legata alla 'ndrangheta di San Luca e in particolare alla famiglia Calabrò, c’era Giampaolo Giammassimo il titolare di origine calabrese della Farmacia Caiazzo nel centro di Milano. Tra gli arrestati c'è anche un carabiniere che fino al 2013 ha lavorato al Nas: il militare era entrato in contatto con gli organizzatori della truffa e svolgeva un ruolo di consulente per sfruttare le pieghe della legislazione.

 

 La tecnica della banda

Gli accusati – si legge su Repubblica – acquistavano illegalmente oppioidi ma anche farmaci oncologici e altri psichiatrici, destinati alla sanità pubblica, a un prezzo scontato ex factory (cioè il costo di vendita del farmaco stabilito dall’Aifa prima dell’immissione in commercio del medicinale). L’associazione fingeva che fossero destinati a ospedali pubblici o privati, salvo poi rivenderli a prezzi favorevoli sul mercato nero italiano ed estero.

La banda aveva, infatti, messo in piedi una rete di riciclaggio dei farmaci, la cui documentazione veniva in tutto o in parte falsificata per poi rivenderli nel mercato parallelo estero, in particolare in Nord Africa e nel Sud-est Asiatico. Il più famoso dei marchi utilizzati era il “Contramal”, un oppioide noto come “droga del combattente”, perché era già l’oggetto di altre inchieste, in quanto usato dai militanti dell’Isis.

 

I rischi per la salute

I farmaci così “riciclati” – riporta il Corriere – venivano venduti all’estero a prezzi molto maggiori di quelli d’acquisto, tra l’altro esponendo a gravi pericoli per la salute gli utilizzatori, poiché la vendita avveniva tramite una “filiera” non autorizzata e non controllabile ed utilizzando intermediari stranieri che in molti casi era addirittura estranei al settore sanitario. Per esempio, grosse forniture sono state destinate a cittadini stranieri che facevano tutt’altro lavoro (ristoratori, impiegati di banca), e quindi si dedicavano allo smercio di farmaci soltanto per lucro.

 

Farmaci tumorali al centro dei traffici

Non è la prima volta che i farmaci anti-cancro finiscono nelle maglie di organizzazioni mafiose e traffici illeciti. Meno di due anni fa, 17 persone originarie della Campania e appartenenti alla stessa organizzazione criminale erano finite in manette in diverse regioni d’Italia con l’accusa di furto e rivendita all’estero di medicinali oncologici. A ciò si aggiungeva il fatto che questi farmaci venivano tenuti in cattivo stato di conservazione rendendoli inefficaci. “Un reato odioso" aveva commentato il procuratore capo Giuseppe Amato "non solo per i notevoli costi per le casse pubbliche, ma anche perché si tratta di farmaci anti-tumorali destinati ai più deboli”.

Tempo prima, invece, erano stati i magazzinieri della farmacia del Policlinico Umberto I a fare scorte di costosi farmaci anti-cancro, ma anche di Viagra e a rivenderli sul mercato nero. Le manette erano scattate alla conclusione di un’inchiesta avviata dopo che i medici della farmacia avevano notato le sparizioni sospette, soprattutto di quei medicinali particolarmente costosi, come alcuni antitumorali, o le pillole blu dell'amore, entrambi facilmente piazzabili sul mercato nero, forse anche estero. E non si trattava di una cifra da poco. L'indagine, infatti, ha fatto emergere un buco da un milione di euro in meno di due anni.

 

Oltre 400 contagi in due mesi (di cui la metà nella sola Sicilia). Decine di casi medio-gravi. Quattro morti. Il morbillo torna a far paura, e dopo il rallentamento registrato negli ultimi mesi dello scorso anno l'epidemia torna a galoppare, trainata proprio dal caso siciliano. E a fare la parte del leone non sono, come ci si potrebbe attendere, i bambini, che peraltro hanno giovato della legge che reintroduce l'obbligo per dieci vaccinazioni e che, pur tra mille polemiche, ha fatto tornare le coperture (anche se i dati ufficiali sono ancora in elaborazione) a livelli accettabili, sopra il 90%. Ad ammalarsi (e a morire) di più sono gli adulti.

I numeri dell'Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro: nei 411 casi rilevati dal primo gennaio al 28 febbraio di quest'anno, l'età media è stata di 25 anni, mentre 92 sono i contagi riferiti a bambini sotto i 5 anni di età, di cui 28 con meno di un anno.

Anche le morti fotografano questa situazione: una grave insufficienza respiratoria legata al morbillo ha ucciso prima una persona di 38 anni, poi una di 41, mentre una polmonite ha stroncato una ragazza di 25 anni a Catania. A fare eccezione il caso di ieri, con la morte di un bimbo di appena dieci mesi sempre a Catania, non vaccinato perchè troppo piccolo, che pure probabilmente era stato contagiato da un adulto.

"In effetti la campagna legata alla legge sui vaccini ha sensibilizzato la popolazione sulla necessità di proteggere i più piccoli – spiega Gianni Rezza, direttore del dipartimento di epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità – ma forse è arrivato meno un altro concetto, altrettanto importante: anche gli adulti si possono vaccinare gratuitamente, ed è bene che lo facciano soprattutto in casi a rischio, per la presenza di altre patologie o se immunocompressi".

Sono queste categorie ovviamente a rischiare di più le diverse complicanze causate dal morbillo, che non sono poche: degli oltre 400 che si sono ammalati quest'anno, il 42,9% dei casi ha riportato almeno una complicanza. Si va dalla diarrea, riportata in 73 casi (17,8%), alla polmonite (43 casi), fino all'insufficienza respiratoria (18 casi, tra cui come detto quelli fatali), la stomatite (90 casi) e addirittura l'epatite (34 casi).

Il morbillo insomma, specie per chi si ammala in età più avanzata, non è uno scherzo. Non a caso quasi un malato su tre, il 60%, è stato ricoverato in ospedale, e un ulteriore 13,9% si è rivolto ad un Pronto Soccorso.

Questa recrudescenza dell'epidemia è fotografata dai numeri: dopo i picchi di marzo, aprile e maggio dello scorso anno (in tre mesi oltre 2.600 casi) i contagi erano scemati: appena 67 a novembre e 114 a dicembre. Poi l'inversione di tendenza, con i numeri che tornano a salire: 188 ammalati a gennaio, 223 a febbraio. Con un inatteso boom in Sicilia, che nel 2017 non era stata tra le regioni più colpite.

In questo scorcio di 2018, invece, solo a Catania si sono registrati oltre 200 casi sui 411 totali. Perchè? "Evidentemente c'è una coda dell'epidemia del 2017 – spiega ancora Rezza – nei mesi scorsi avevamo assistito a un numero di casi superiore in altre regioni, dalla Lombardia al Lazio, ora l'epidemia si è spostata in Sicilia".

È presto per dire se questo fenomeno è legato a una scarsa adesione alle vaccinazioni: "I dati sulle coperture vaccinali saranno pronti nel giro di due settimane – ricorda l'epidemiologo – ma per ora possiamo dire che le coperture sono aumentate dopo la legge Lorenzin, ma l'anno scorso erano molto basse, quindi è prevedibile che ancora qualche focolaio come quello siciliano si sviluppi ancora".

Secondo le autorità sanitarie locali, comunque, il dato riferito alla provincia di Catania non è incoraggiante: l'85% di copertura tra i bambini, dieci punti sotto rispetto alla 'quota di sicurezza dell'Oms per essere certi di tenere sotto controllo la malattia. I medici parlano di "epidemia in atto" a Catania, tanto che il ministero della Salute ha avviato un piano di monitoraggio per capire come evolve la situazione. La paura, insomma, non è finita. Malgrado i risultati superiori alle aspettative della legge Lorenzin: mesi di campagne 'no vax', con manifestazioni di piazza e feroci attacchi sui social, alla fine hanno partorito un topolino, con pochi bambini respinti dagli asili perchè non vaccinati, sporadici casi di intervento dei vigili urbani a sanare le controversie, e nel complesso un'adesione massiccia, pur penalizzata obiettivamente da strutture vaccinali non sempre all'altezza e da diverse carenze nella fornitura dei sieri.

Tanto che i dati ancora parziali parlano di un ottimo 95% di copertura per il vaccino esavalente, un livello che non si vedeva da dieci anni, e un 93% per morbillo-parotite-rosolia, dato che se confermato segnerebbe un record assoluto per l'Italia. "Sicuramente il trend è positivo – spiega Rezza – segno che la legge funziona. L'obiettivo non era colpevolizzare i genitori, ma alzare le coperture vaccinali per la tutela della salute di tutti".

Certo mancano all'appello ancora migliaia di bambini: 30 mila, secondo il past president della società italiana di igiene Carlo Signorelli, mentre arrivano alla spicciolata i primi numeri dalle Regioni: in Veneto ad esempio risultano 8.500 bimbi ancora non in regola (ma essendo una delle dieci regioni con procedura elettronica i tempi si allungano). Nel Lazio la copertura è altissima, oltre il 97%: per la fascia di età 0-3 anni risultano appena 30 casi ancora da regolarizzare. In Toscana ci sono più problemi, con oltre 13 mila bambini non vaccinati. E se Umbria e Puglia sono in linea con i primi dati nazionali, ossia una copertura del 95%, nelle Marche mancano ancora all'appello quasi 14 mila bambini (ma in questo caso il dato è sulla fascia 0-16 anni).

L'Italia è sempre più anziana: aumentano ictus, lesioni del midollo spinale e sclerosi multipla. E soprattutto, entro 25 anni le demenze negli over 80 raddoppieranno. Se ne è parlato ieri a Trieste, durante il 18 Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica – SIRN, presieduto dal Prof Carlo Cisari, Presidente SIRN. "L'invecchiamento della popolazione è tipicamente accompagnato da un aumento del carico delle malattie non trasmissibili – Stefano Paolucci, Direttore U.O. complessa Riabilitazione Solventi Fondazione S. Lucia – IRCCS di Roma – come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative, tumori, malattie polmonari croniche ostruttive e problemi muscoloscheletrici. Per esempio, il World Alzheimer Report riporta che il numero attuale di 47 milioni di persone affetti da demenza è destinato a salire, a causa dell'invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050".

La riabilitazione è un lavoro di gruppo che riguarda più professionalità: il medico, il fisioterapista, il terapista occupazionale, lo psicologo, l'infermiere, il bioingegnere. Nella SIRN, infatti, non sono iscritti solo medici, ma tutti gli operatori del team riabilitativo. "Il soggetto invecchia normalmente e perde giornalmente le sue competenze, da un punto di vista cognitivo e fisico – spiega Carlo Cisari, Presidente della SIRN –  è ovvio che noi dobbiamo stimolare, nell'ambito della popolazione normale, una serie di attività per ridurre questo invecchiamento, con esercizi ad hoc che stimolino corpo e mente, promuovendo uno stile di vita atto a vivere in maniera sana, senza eccessi, come fumo, stress, malnutrizione e alcol. Purtroppo si è visto che anche molti pazienti neurologici, invecchiando, perdono più rapidamente le loro abilità motorie, quindi anche quelli in fase cronica devono essere riabilitati costantemente per mantenerle attive. Lasciati a sè, infatti, perdono drasticamente le loro capacità". 

È soprattutto l'ictus, la lesione celebrale focale, la malattia più frequente legata all'invecchiamento. I numeri sottolineano, però, una lieve diminuzione di incidenza rispetto agli anni scorsi, ma sono anche migliorate le capacità di cura in fase acuta, soprattutto con la trombolisi. A preoccupare, peroò, sono anche le demenze: queste, nel 2050, supereranno i 130 milioni di casi al mondo. In Italia ne è affetto un over 80enne su 4, per un totale di circa 1 milione e 200 mila casi, ma nell'arco di 25 anni i casi diventeranno 2 milioni e mezzo e riguarderanno un over 80enne su 2.

"Molto frequenti, tra le patologie legate all'età, anche la sclerosi multipla – aggiunge Cisari – nonchè le lesioni del midollo spinale, l'Alzheimer e il Parkinson: tutte queste malattie sono in aumento, costante e preoccupante. Soprattutto il Parkinson, essendo strettamente legato all'aumentare dell'età. Malattie che non si possono prevenire, ma per cui occorre instaurare precocemente una terapia farmacologica corretta e una terapia riabilitativa intensa e continuativa". 

Punti di fumo, temperatura, acidi grassi: quando si versa dell’olio in una padella sarebbe meglio che ognuno di noi avesse padronanza con questi concetti. Il motivo è semplice: sono loro che fanno la differenza tra una frittura sana (per quanto possa esserlo questo tipo di cottura) e una nociva.

Lo sanno nei ristoranti dove spesso, per motivi economici, si sceglie di percorrere la strada meno salutare e rischiare di imbattersi in una multa salata per “utilizzo di olio alterato”. Ma forse ne siamo meno consapevoli quando ci mettiamo ai fornelli a casa. Eppure è facile mettere a dura prova la stabilità di un olio e rischiare che vada incontro a una ossidazione da cui si sprigionano alcune sostanze nocive. Ecco allora come eseguirla in modo sicuro.

Come si riconosce un olio alterato?

Secondo quanto scrive su Alimenti e Sicurezza Sabina Rubini, biologa ed esperta in sicurezza degli alimenti, la progressiva alterazione dell'olio e dei grassi, durante il processo di frittura, si evidenzia attraverso una serie di cambiamenti fisico-chimici quali:

  • Intensificazione del colore o imbrunimento
  • Aumento della viscosità
  • Aumento della tendenza a formare schiuma
  • Abbassamento del punto di fumo

Quest’ultimo rappresenta la temperatura alla quale un olio inizia spontaneamente a ossidarsi per contatto con l’aria e produce una colonna di fumo simile a quello di una sigaretta. In generale non bisognerebbe mai friggere a una temperatura inferiore a 160 e superiore a 180 gradi. È in questo intervallo che, con un tempo adeguato, si ottiene la migliore cottura senza la liberazione di sostanze tossiche. Per essere sicuri di non raggiungere l punto di fumo ci si dovrebbe dotare di un termometro da cucina. 

Quale olio preferire

Non ce n’è uno migliore in assoluto, si legge sul magazine della Fondazione Veronesi. “Ci sono alcune regole da rispettare, però. Un olio è più resistente se contiene una quota maggiore di acidi grassi monoinsaturi”. È il caso, ad esempio, dell’olio di oliva, il cui contenuto di acido oleico è superiore a tutti gli altri. Ma anche l’olio di arachide ha un’alta resistenza che lo rende ideale per una buona frittura. L’extravergine di oliva, non essendo raffinato e quindi dotato di una scorta di acidi grassi liberi superiore, ha una quota di sostanze che lo rendono pregiato, ma che ad alte temperature vengono degradate, assieme all’aroma, che tende a svanire. “Ecco perché, se non a basse temperature o in presenza di una bassa acidità (ma il pH non è indicato in etichetta), il suo utilizzo nelle fritture non è consigliato. Gli oli di semi di girasole, mais e soia tendono a deteriorarsi facilmente se esposti all’aria e ad alte temperature”. 

Le regole di una buona frittura

Ecco alcune norme indicate dal Fatto alimentare e dalla Fondazione Veronesi per realizzare una buona frittura:

  • Innanzitutto occhio alla quantità di olio, che deve sempre essere adeguata. Quando se ne usa poco e si cuoce tutto assieme, la temperatura scende anche fino a 150 gradi e gli alimenti tendono ad assorbire l’olio, senza completare la cottura.


  • Utilizzare preferibilmente una friggitrice elettrica. Il termostato regolabile, di cui sono forniti tali elettrodomestici, consente il controllo preciso della temperatura, che sarebbe impossibile con il fornello a gas. Inoltre le friggitrici sono progettate per non oltrepassare i 190 °C, quindi la frittura rimane al di sotto del punto di fumo della maggior parte degli oli. Alcuni modelli sono dotati di un apposito coperchio che lascia uscire il vapore d’acqua ma limita il contatto dell’olio bollente con l’aria, ritardando in questo modo sia l’idrolisi che l’ossidazione dei trigliceridi.
  • Scartare l’olio quando si nota che il colore inizia ad imbrunire, o se il liquido prende fuoco accidentalmente.
  • Evitare il “flaming wok”, la finta frittura infuocata tipica di alcuni ristoranti asiatici e anche di qualche cuoco occidentale). Il sistema conferisce un retrogusto pungente ritenuto una prelibatezza da alcuni consumatori per la formazione di acroleina e di acidi grassi liberi.  Questo sistema di frittura non ha nulla a che vedere con la tecnica flambé.
  • Quanto al riutilizzo, in casa è sempre meglio evitarlo. Se proprio necessario, comunque, è meglio non rabboccarlo. Una volta finita la cottura, conviene gettare l’olio vecchio e metterne altro in padella.

Le regole per i ristoratori

Il Ministero della Salute già nel 1991 ha emanato una circolare con la quale ha fissato per gli esercizi pubblici e le aziende che producono cibi fritti alcune regole che assicurano l’utilizzo e l’eventuale riutilizzo sicuro degli oli.

Tra queste regole le più importanti, facilmente verificabili nel caso di un controllo sono:

  1. Utilizzare per la frittura solo oli e grassi idonei a questo utilizzo;
  2. Non fare superare all’olio la temperatura di 180 gradi: per questo motivo è obbligatorio utilizzare friggitrici dotate di termostato;
  3. Sostituire frequentemente l’olio da frittura: un olio non più utilizzabile si riconosce dall’imbrunimento, dalla viscosità e dall’eccessiva produzione di fumo durante la cottura;
  4. Filtrare l’olio usato, prima del riutilizzo;
  5. Non mescolare mai olio nuovo e olio già usato per friggere.

Il punto 3) però, osserva il sito La legge per tutti, non impone un limite esplicito al riutilizzo, cioè non dice se l’olio può essere riutilizzato 2, 10 o 100 volte. La circolare del Ministero vieta però di riutilizzare per friggere un olio che al suo interno contenga più di 25 grammi di “costituenti polari” ogni 100 grammi di olio. Per evitare di superare la soglia di legge, gli esperti consigliano di non riscaldare l’olio più di due volte. La Corte di Cassazione ha stabilito che il ristoratore o il responsabile dell’azienda che violi una delle regole imposte dalla circolare e, soprattutto, utilizzi per friggere olio che contenga al suo interno un tasso di “costituenti polari” superiori al consentito, commette il reato di preparazione, somministrazione o vendita di alimenti nocivi. Chi viene denunciato rischia la pena dell’arresto da tre mesi a un anno e dell’ammenda da € 2582 a € 46481. Nei casi più gravi o quando il responsabile ha già commesso in precedenza altri reati in materia di alimenti, il giudice può anche ordinare la chiusura definitiva dell’esercizio o dello stabilimento.

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