Newsletter
Video News
Oops, something went wrong.
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Tre quarti del miele proveniente da ogni parte del mondo contengono pesticidi. In prevalenza neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, da oltre 20 anni ampiamente utilizzata in agricoltura e ritenuta anche responsabile della moria di api. Secondo uno studio pubblicato su Science, i ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato quasi 200 campioni prelevati in ogni parte del mondo, 

Lo studio

A partire dal 2012 – racconta la rivista Focus – Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai cittadini di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele. In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Ne è venuto fuori che, con diverse percentuali, gran parte del miele proveniente da ogni parte del mondo, comprese le isole sperdute del Pacifico e con la sola eccezione dell'Antartico, è contaminato. Dati alla mano, i campioni raccolti in Nord America sono quelli con una percentuale più alta di neonicotinoidi: ben l'86% contro l'80% del miele asiatico e il 79% di quello europeo. Più sano il Sud America che vanta 'solo' il 57% di pesticidi nei campioni di miele. 

Un elettroshock per le api

Il dato più inquietante emerso dallo studio, però, è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori. In altre parole, questi pesticidi, presenti in concentrazioni così alte, riducono le funzioni cerebrali delle api, minacciano il loro sistema immunitario e rallentano la loro capacità riproduttiva. Come lo assumono? Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica, sostengono gli scienziati. Il problema è ben conosciuto anche in Italia, dove secondo l'Arpat (l’Associazione toscana degli apicoltori), le api, falcidiate da una moria provocata da questi pesticidi e impazzite per il clima anomalo della scorsa estate, non riescono a impollinare e la perdita di fertilità delle piante rischia di aumentare l’effetto desertificazione. Il risultato è che secondo le stime degli apicoltori, quest'anno non si arriverà a 90mila quintali di mieli su una media di 230mila. "In Italia la produzione è calata del 70% con punte dell'80% in Toscana". 

A rischio tutto il cibo

Nel 2014 uno studio globale sui neonicotinoidi è giunto alla conclusione che l'impiego diffuso di questa sostanza ha messo a rischio l'intero sistema di produzione del cibo. Le conseguenze sono già visibili e non potranno essere ignorate a lungo. Secondo Jean-Marc Bonmatin, del Centre National de la Recherche Scientifique di Orléans, in Francia, "L'impiego di questi pesticidi rema contro le pratiche dell'agricoltura sostenibile. Non fornisce alcun vantaggio agli agricoltori, impoverisce la qualità del terreno, danneggia la biodiversità, contamina l'acqua, l'aria e, di conseguenza, il cibo. Non c'è alcun motivo per proseguire su questa strada dell'autodistruzione". Lo ha capito – per anni parzialmente – l'Unione europea che nel 2013 ha messo al bando l'utilizzo di tre neonicotinoidi nella coltivazione dei fiori. La Commissione europea, inoltre, ha emanato nuove direttive che prevedono il divieto di usare questo tipo di pesticida in tutti i campi. La misura dovrebbe essere approvata a novembre.

L'ultima tazzina di caffè

Ma se le api continueranno a morire sarà un problema anche bere un caffè. Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), questi insetti, infatti, sono fondamentali per la buona resa delle coltivazioni. Il loro contributo in questo senso è stato stimato intorno al 20-25% di aumento della resa delle piante. Le api, insomma, sarebbero infatti in grado di migliorare la qualità dei chicchi. Come ha dichiarato l'autore dello studio Pablo Imbach del Centro Internazionale per l'Agricoltura Tropicale (CIAT): "Se ci sono api tra le piante di caffè sono molto efficienti e buone per impollinare, aumenta la produttività e anche il peso delle bacche".

 

 

 

 

 

“L'utilizzo scorretto di smartphone o di tablet o anche del personal computer sui cui lavoriamo ogni giorno, le condizioni di illuminazione degli ambienti dove operiamo, possono avere ripercussioni sulla la vista appunto”. A parlare è Idor De Simone, ottico e optometrista, dell'ICS Milano Clefi della clinica Maugeri di Milano, in vista della giornata mondiale della vista, giovedì 12 ottobre. “Fare prevenzione visiva è una necessità –  spiega De Simone – da ricerche inglesi e giapponesi emerge infatti che le nuove generazioni utilizzano in media quattro dispositivi. L'impiego di tecnologia connessa supera le otto ore al giorno negli adulti e raggiunge le 14 ore nella fascia tra i 16 e i 24 anni, la maggior parte trascorse in modalità multi-tasking, con l'uso simultaneo di computer, cellulare, tablet. Per gli occhi ciò si traduce in un eccesso di lavoro”.

L'immersione, quotidiana e continuativo, nella lettura da piccoli e o grandi monitor ha infatti il suo prezzo: l'occhio umano deve ancora abituarcisi: “Ogni schermo è posto ad una diversa angolazione, costringendo ad una continua variazione della messa a fuoco a cui il nostro sistema visivo, formatosi durante il lungo processo evoluzionistico, non è ancora abituato”. Ciò che sarà quasi naturale per i nostri pronipoti, insomma, è una fatica per il nostro organismo, anche quello dei nostri figli, per quanto nativi digitali. Infatti, fa osservare lo specialista Maugeri, “il 30% della popolazione 'digitale' sviluppa un difetto visivo, prevalentemente miopia. Per correggerlo è importante utilizzare occhiali o lenti a contatto, con correzione adeguata, prescritta da personale competente. Il 70% soffre di disturbi visivi come la difficoltà di messa a fuoco e di lettura, la secchezza oculare, il mal di testa, che, se non risolti, si riflettono negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo”.   
 

Quattro regole d'oro

  1. Curare la postura. La distanza ideale dal computer è infatti decisiva. Quale? Settanta centimetri dal monitor, che sono misurabili abbastanza semplicemente: stendete il braccio davanti a voi”. E la tastiera? “Suggerisco una distanza corrispondente a quella del proprio avambraccio”, meglio se posta “su un piano inclinato di 20 gradi”. E questa è anche la modalità corretta per leggere un libro.
  2. Fare la pause di lavoro. Dopo due ore davanti allo schermo di un computer, conviene un break, purché lo sguardo non si sposti immediatamente sullo smartphone, allora lo stacco è vano.
  3. Calibrare l'illuminazione. La luce deve essere diffusa ed uniforme in tutta la stanza. Altrimenti si genera affaticamento”. E, parlando di illuminazione, “attenzione poi alla luce blu degli schermi dei dispositivi. Una particolare lunghezza d'onda che, col tempo, può danneggiare la retina. Per usi continuativi sono utili, regola numero 4, “lenti con trattamenti antiriflesso”. Non basta, però, l'occhio deve essere allenato.
  4. Allenare la 'convergenza'. “Con poco tempo al giorno si possono fare alcuni  esercizi che allenano la convergenza, che è molto sollecitata in quest'epoca digitale”. Uno dura pochi minuti: “Si copre alternativamente un occhio, per metà del tempo, e poi l'altro, osservando l'avvicinamento lento alla punta del naso di una penna che poi allontaniamo”.  Dopo una settimana di esercizio, si può passar a ripeterlo “ma utilizzando entrambi gli occhi, allontanando la penna appena si percepisce fastidio. L'obiettivo”, conclude, “è riuscire ad avvicinare l'oggetto almeno a 10 centimetri dal naso. 

Irresistibili per il loro gusto e per la loro croccantezza, le patatine in busta sono uno degli alimenti più amati dagli italiani. Soprattutto per i patiti degli aperitivi. Frutto proibito per chi soffre di colesterolo o di diabete, le patatine rappresentano una minaccia anche per chi ha una salute di ferro. Il motivo? Contengono una sostanza potenzialmente tossica: l'acrilammide. 

Cos'è l'acrilammide

Secondo uno studio ABR l’acrilammide è una sostanza che si forma in seguito alle alte temperature e che si sviluppa durante i processi di frittura, di cottura al forno o alla griglia, come "conseguenza di specifiche reazioni chimiche che coinvolgono gli zuccheri e gli amminoacidi, i mattoni delle proteine (principalmente l’asparagina libera), all’interno delle complesse ed ancora in parte poco conosciute reazioni di Maillard". Diversi studi hanno evidenziato che non solo l’acrilammide, ma anche il suo prodotto metabolico principale, ossia la glicidammide, possono avere carattere neurotossico, genotossico e cancerogeno. In sostanza fanno male al sistema nervoso, possono far venire il cancro e alterano il Dna. I dati in realtà sono ben conosciuti da diversi anni, tanto da portare già dal 1994 a far classificare tale sostanza dallo IARC (International Agency for research on Cancer) come appartenente al gruppo A2 cioè “probabile cancerogeno”.
 

Un pericolo per i tessuti e per il feto

A far scattare il campanello d'allarme è il fatto che questa sostanza è contenuta nel cibo. All’interno dell’organismo dopo l’ingestione, l’acrilammide e i suoi metaboliti sono rapidamente assorbiti dal tratto gastrointestinale, per poi essere successivamente metabolizzati ed escreti con le urine, ma la cosa forse più interessante, secondo alcuni studi sperimentali su animali, è la dimostrazione che l’acrilammide si distribuisce in tutti i tessuti, senza escludere il feto.

Attenti a patatine, caffè e pane bianco

Ma dove si trova l'acrilammide? Tra i principali prodotti alimentari coinvolti nel rischio di formazione, secondo il Jecfa (Joint FAO/WHO Expert Committee on Food Additives), troviamo:

1. Le patate fritte a bastoncino pronte al consumo;
2. Le patatine fritte chips a base di patate;
3. Il caffè;
4. I biscotti e pasticcini;
5. Il pane bianco, panini e crostini;
6. Altri alimenti.

Promosse e le bocciate dello studio

Lo Studio ABR si è focalizzato sulla presenza di acrilamide all’interno di patatine fritte confezionate a base di patate, vendute nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Dalle analisi condotte è emerso che ben 3 marche su 6 (cioè il 50% dei campioni), presentava concentrazioni superiori ai valori consigliati dalle Linee Guida europee dell’EFSA che ovviamente le aziende dovrebbero tenere in considerazione. "Sebbene  sull’acrilammide la normativa dell’UE e nazionale, stranamente, non impone dei valori limite ben definiti – si legge nello studio – si rammenta che esistono delle Linee Guida dell’EFSA che indicano dei parametri ben chiari da rispettare e che quindi sarebbe consigliato non superare (1000 mcg/Kg)". I dati riscontrati "evidenziano un chiaro superamento dei valori rispetto a quanto raccomandato"

Non rispettano le raccomandazioni

  • Amica Chips Eldorada 
  • Crocchias classiche terranica 
  • Carrefour classiche

Sono in linea con le raccomandazioni

  • Lays classiche senza glutine
  • Patasnack classica senza glutine 
  • San Carlo 1936 

Lay's e San Carlo anche nella top 10 del Gambero Rosso

Lay's e San Carlo occupano anche la classifica delle 10 migliori patatine in busta stilata dal Gambero Rosso che tiene conto della bontà e del prezzo, trascurando l'acrilammide. Una lista che vede le Lay's piazzarsi al primo posto in assoluto e le San Carlo 1936 collocarsi in zona podio. Le americane "conquistano con lo spessore sottile, la piacevole croccantezza, il sapore caratteristico, gli aromi che richiamano in modo netto e centrato la materia prima e un olio corretto, la sapidità perfetta, i ricordi di pinolo e frutta secca. Soddisfa anche l'orecchio con il suo crok godurioso". Quanto alle San Carlo, "le patatine, tagliate a fette sottili, cotte in olio di girasole e condite con sale marino, sono quello che ti aspetti dalle chips: invitanti, dorate, di media grandezza e integre, con un quid artigianale, alcune attaccate tra loro per bocconi che riempiono la bocca. Odori di patata fritta e di olio non pessimo. Le migliori prestazioni si incontrano al palato: sapore della materia prima in primo piano, sale ben dosato, olio non male, consistenza croccantissima". 

Nella classifica compaiono anche le Amica Chips, bocciate dallo studio ABR. Per il Gambero Rosso, non hanno un buon aspetto, ma migliorano dopo averle assaggiate. "Così alla vista: dimensione più piccola che media, faccia color oro carico, cotta e un po' unta, con alcune rotture. L'odore è quasi latitante, e quel poco che si avverte è di olio non preciso. Migliora in bocca: sapore delicatissimo, note di amido che richiamano la patata fresca, untuosità non eccessiva, consistenza croccante, sale molto dosato, sentore di olio senza difetti evidenti, contrariamente a quello che il naso annunciava".

Il Premio Nobel per la medicina del 2017 è stato assegnato a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e a Michael W. Young. Sono i tre ricercatori che hanno scoperto un meccanismo biologico molto particolare: il ciclo circadiano. E’ il meccanismo che regola le funzioni di base del nostro organismo come, per esempio il ciclo del sonno e della veglia.  Utilizzando le mosche della frutta come organismo di modello, i neo premi Nobel hanno isolato un gene che controlla il normale ritmo biologico quotidiano. Dimostrando che questo gene codifica una proteina che si accumula nelle cellule durante la notte, e poi viene degradata durante il giorno.

Si tratta di un annuncio che spiazza rispetto alle indiscrezioni che erano circolate alla vigilia. Del resto, salvo poche eccezioni, come fu quella del Nobel per la Fisica a Peter Higgs nel 2013, avvenuta subito dopo la scoperta del Bosone di Higgs al Cern di Ginevra, l’Accademia Reale della Scienza di Stoccolma difficilmente si lascia anticipare nelle scelte.

Ad accogliere con grande entusiasmo la notizia dell’assegnazione di questo premio, Liborio Perrino, direttore del Centro per la salute del sonno dell'Azienda Ospedaliera dell'Università di Parma. "Finalmente – dice all’Agi – davvero un grande riconoscimento che fa uscire dal cono d'ombra tutto il nostro lavoro. Il ritmo circadiano – aggiunge Parrino – è il pilastro intorno al quale gira il nostro organismo. La cronobiologia (i meccanismi biologici legati allo scorrere del tempo n.d.r.) è come il letto del fiume che permette all'acqua di raggiungere la valle. Si tratta di meccanismi fondamentali dei quali dobbiamo assolutamente tener conto''.

L'alterazione di questi ritmi ha infatti ripercussioni dirette per la salute. ''Sappiamo –  aggiunge Parrino – che il ciclo veglia-sonno ha un ruolo molto importante per quanto riguarda una serie di equilibri che stanno alla base della salute. Per esempio la mancanza di sonno induce molto più frequentemente a sviluppare ipertensione e con essa i rischi correlati di infarto ed ictus. Sappiamo inoltre che la mancanza di sonno ha un importante impatto sulla salute delle donne e sui loro cicli ormonali. Per esempio quelle che fanno turni di notte hanno un rischio maggiore di cancro al seno, così come sappiamo che anche il metabolismo in generale subisce ripercussioni dalla mancanza di sonno''.

Per Parrino l'assegnazione del Nobel agli scopritori del ritmo circadiano è anche una occasione per riflettere, come società, sul modo con cui organizziamo la nostra vita. ''Siamo molto sollecitati – spiega – in continuazione a essere svegli quando dovremmo dormire. Televisioni, chat, smartphone, orari di lavoro sempre più flessibili, hanno come impatto quello di indebolire la nostra capacità di avere un sonno regolare. Dobbiamo imparare a difenderci da queste aggressioni e a dare al sonno la dimensione di cura che merita''. 

La meningite torna a far paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Solo questa settimana si contano due casi: un 13enne morto all'ospedale di Monza, e una donna di 79 anni uccisa da una forma fulminante a Genova. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

"Tutti i malati di SLA hanno diritto alla prescrizione del farmaco Radicut, ora possibile solo a chi ha avuto una diagnosi da meno di 2 anni": è l'appello lanciato sulla piattaforma Change e indirizzato al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. La lettera contiene un'accusa pesante: "Il Sistema Sanitario Nazionale vuole risparmiare abbandonando la maggior parte delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica".  In Italia, infatti, sarebbero appena 1.500 su 6000 i pazienti di Sla che potranno ricevere le prescrizioni

L'appello arriva qualche mese dopo la decisione da parte dell'Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) di inserire, con Determina numero 1224 del 28 giugno 2017, il farmaco nella Lista 648/96 dei farmaci erogabili a totale carico del S.S.N il medicinale Edaravone, meglio noto con il nome commerciale Radicut.

Cos'è Radicut?
 

Il farmaco rallenta la degenerazione

Sperimentato in Giappone, Radicut è la prima vera opportunità terapeutica dopo 20 anni che, non promette miracoli, ma aiuta a rallentare in maniera moderata la degenerazione motoria causata dalla malattia. L’unico farmaco approvato per la Sla, nel 1995 era stato il Rilutek (Riluzolo) che ha dimostrato una modesta efficacia nel prolungare di pochi mesi la sopravvivenza dei pazienti I primi risultati del Radicut – spiega La Stampa  – non furono incoraggianti, visto che non fu registrata alcuna differenza significativa tra i pazienti trattati con l’Edaravone e quelli trattati con il placebo. In altri casi, addirittura, si erano verificati importanti effetti collaterali. Ma analizzando i dati, i ricercatori notarono che una determinata popolazione mostrava una risposta interessante al farmaco. Ed è su questa specifica tipologia di pazienti che si sono concentrate le sperimentazioni successive. S’è così potuti arrivare, come documentato da uno studio pubblicato a maggio sulla rivista scientifica "The Lancet Neurology", a riscontrare che il Radicut induce un lieve rallentamento nel peggioramento dello stato funzionale in pazienti con specifiche caratteristiche: come la comparsa della malattia da non oltre due anni, una disabilità moderata e una buona funzionalità respiratoria.  

Andrea, il primo italiano ad averlo sperimentato

Andrea Zicchieri, presidente dell'associazione CnSLAncio e malato di sclerosi laterale amiotrofica, è stato il primo italiano a volare in Giappone per sottoporsi al trattamento col Radicut. E se oggi il farmaco è arrivato in italia il merito è anche un po' suo. Zicchieri era venuto a conoscenza del nuovo farmaco leggendo su Internet: "Setaccio la rete alla ricerca di ogni notizia che riguardi la malattia e se trovo qualcosa di interessante, cerco di verificare le fonti e l’attendibilità", ha spiegato Andrea in un'intervista rilasciata a Vanity Fair lo scorso luglio. In Giappone il Radicut è stato approvato nel giugno 2015, e la sua efficacia era stata dimostrata". Zicchieri ha preso contatti con il professor Yoshino, che ha seguito la sperimentazione del farmaco e che ha una clinica a Tokyo, poi ha deciso di partire per il Giappone. "Ci sono stato un mese e mezzo, e ho provato il Radicut. Mi ha fatto bene: me ne accorgevo io, ma se ne rendevano conto anche le persone che mi sono vicine. Stavo meglio. È per questo che ho deciso di lottare per far sì che il farmaco potesse essere disponibile anche in Italia". 

La battaglia (mediatica) di Andrea

"Ci hanno messo i bastoni fra le ruote in tutti i modi, hanno provato a bloccare le importazioni, a fermare il farmaco in dogana". Zicchieri non si è comunque arreso. "Ho chiesto un incontro con l’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, poi ho cominciato una battaglia mediatica". Il risultato è che 1.500 persone malate da meno di due anni riceveranno il farmaco gratis, mentre le altre dovranno rinunciarvi. Oppure acquistare una scatola, che dura cinque giorni, alla Farmacia Vaticana al prezzo di 1.200 euro. Per Zicchieri è ingiusto prescrivere il farmaco solo a chi è malato da poco. "Il farmaco funziona anche su chi è malato da più tempo, e io ne sono la conferma vivente. Per questo, la mia prossima battaglia avrà l’obiettivo di rendere il farmaco disponibile per tutti i pazienti, e non solo".

Il morbillo ha fatto la sua quarta vittima del 2017.  Si tratta di un uomo di 42 anni – immunodepresso e non vaccinato – morto la scorsa settimana a Catania. Il bilancio dell'epidemia di morbillo nel nostro Paese conta oggi 4.575 casi (erano stati 800 in tutto il 2016) con quattro vittime. Tra i contagiati, si legge nel bollettino settimanale del ministero della Salute, l'88% non era vaccinato e il 6% è vaccinato con una sola dose. Il 44% è finito in ospedale, il 35% con almeno una complicanza e il 22% in pronto soccorso. Si contano anche 300 casi tra gli operatori sanitari. Il picco si è registrato a marzo con 890 casi mentre a settembre, complice il lungo periodo estivo con le scuole chiuse, si contano finora 63 contagi.

Non è più una malattia dell'infanzia. L'unica soluzione è il vaccino

L'ultima vittima aveva sviluppato i primi sintomi l'8 settembre, con la febbre. Il 10 settembre è comparso l'esantema, indice di morbillo. Gli esami specifici hanno poi confermato la diagnosi. "C'e' in atto un'epidemia di morbillo che ha picchi più alti del solito, è più prolungata nel tempo e tende a colpire non soltanto l'infanzia, ma anche gli adulti" dice Mario Cuccia, responsabile del servizio epidemiologia dell'Azienda sanitaria provinciale di Catania, "dall'inizio dell'anno a Catania abbiamo avuto 165 casi, numeri inconsueti e molto alti che sono legati alle mancate vaccinazioni. Ci sono anche casi di persone vaccinate, ma sono pochi e il quadro clinico è molto più lieve. Si è alzata anche l'età media si attesta intorno ai 23 anni, con casi limiti che sono un bambino di pochi mesi e un 59enne. Non è più una malattia dell'infanzia. L'unica strada è la prevenzione, e quindi i vaccini".


I numeri dell'epidemia

  • 4.575 casi a settembre 2017
  • 800 in tutto il 2016
  • 88% dei contagiati non era vaccinato
  • Il 6% vaccinato con una sola dose
  • Il 44% è finito in ospedale
  • Il 35% ha sviluppato almeno una complicanza

Tutti, dai 30 anni in su, hanno fatto i conti direttamente o indirettamente da bambini con il morbillo, malattia esantematica per eccellenza, che sembrava debellata da diversi anni ma che è ritornata prepotentemente nel 2017, con il numero dei casi aumentato enormemente rispetto all'anno scorso (nei primi 9 mesi si superano i 4.500 malati, mentre in tutto il 2016 furono 800). Una notizia da non sottovalutare: il morbillo, causato da un virus del genere morbillivirus (famiglia dei Paramixovidae), è una malattia molto contagiosa che colpisce spesso i bambini tra 1 e 3 anni, per cui viene detta infantile, come la rosolia, la varicella, la pertosse e la parotite.

Cinque cose da sapere

  1. Si trasmette solo nell'uomo.
  2. In genere non ha sintomi gravi (provoca principalmente un'eruzione cutanea, simile a quelle della rosolia o della scarlattina, e dura tra i 10 e i 20 giorni), m,a in alcuni casi può essere fatale
  3. E' responsabile di un numero compreso tra le 30 e le 100 morti ogni 100.000 persone colpite.
  4. Le complicazioni sono dovute principalmente a superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti (infiammazioni del cervello).
  5. Più a rischio sono i neonati, i bambini malnutriti o le persone immunocompromesse.

Quali sono i sintomi

Ssono simili a quelli di un raffreddore (tosse secca, naso che cola, congiuntivite) con una febbre che diventa sempre piu' alta. Successivamente appaiono dei puntini bianchi all'interno della bocca. Dopo 3-4 giorni, appare l'eruzione cutanea caratteristica (esantema), composta di piccoli punti rosso vivo, prima dietro le orecchie e sul viso, e poi su tutto il resto del corpo. L'eruzione dura da 4 a 7 giorni, l'esantema scompare a cominciare dal collo. A volte, rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno. Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni: inizia all'entrata del virus nell'organismo e finisce all'insorgenza della febbre. La contagiosita' si protrae fino a 5 giorni dopo l'eruzione cutanea, ed è massima tre giorni prima, quando si ha la febbre.

Leggi il post di Giovanni Maga: Il sonno della ragione e la ragione del sonno

Come avviene il contagio

Il morbillo è una delle malattie più trasmissibili. Il contagio avviene tramite le secrezioni nasali e faringee, probabilmente per via aerea tramite le goccioline respiratorie che si diffondono nell'aria quando il malato tossisce o starnutisce. Non esiste una cura specifica. Si possono trattare i sintomi (terapia sintomatica) ma non la causa: paracetamolo per abbassare la febbre, sciroppi per calmare la tosse, gocce per gli occhi. Esiste un rischio di prematurità per i bambini che hanno la madre infetta durante la gestazione.

Come funziona la vaccinazione

In Italia è obbligatoria da 0 a 16 anni grazie al decreto Lorenzin, pena la non iscrizione all'asilo e l'erogazione di multe per i genitori per gli anni successivi. Il vaccino esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr). Si consiglia una prima dose del Mpr prima del 24esimo mese di vita, preferibilmente al 12-15esimo mese, con un richiamo verso 5-6 anni o 11-12 anni. Fino a 6-9 mese, il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata. La durata di immunizzazione del neonato e' inferiore se la madre è stata immunizzata da un vaccino e non dal morbillo stesso. Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi, antineoplastici, antirigetto), nè, per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nel mese successivo. Invece, è consigliato alle persone infette da Hiv che non hanno ancora sviluppato l'Aids. 

L'inverno è ancora lontano, le temperature (almeno quelle diurne) sono ancora miti, e la zanzara tigre non molla la presa. A ottobre è molto probabile che l'epidemia di chikungunya, che nel Lazio ha colpito già 102 persone, continuerà con nuovi casi. A spiegarlo all'AGI è Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, che sta monitorando il diffondersi della malattia sin dalla scoperta del primo focolaio ad Anzio.

"Durante il giorno – spiega Rezza – le zanzare sono ancora attive. I focolai a Roma non sono spenti, il contagio continua. Servono interventi pesanti e mirati di disinfestazione". Su questo la sindaca Raggi ha rivendicato la scelta di utilizzare disinfestanti naturali, non nocivi: "Non conosco direttamente le misure prese dal Comune – commenta Rezza – dico solo che neanche il Ddt ha mai fatto male a nessuno… L'importante è disinfestare come si deve".

"Servono interventi pesanti e decisi"

La malattia in sè non è mortale: febbre alta, forti dolori articolari, qualche giorno e generalmente si guarisce. Tuttavia, l'epidemiologo sottolinea che la chikungunya ha avuto anche effetti 'collaterali' pesanti: "Ricordiamo che questa epidemia ha causato il blocco delle donazioni di sangue in tutta la Asl Roma 2, oltre un milione di persone", sottolinea Rezza, che prosegue: "Per questo prima la sconfiggiamo e prima si può tornare alla normalita'. Servono interventi pesanti, decisi, sia in spazi pubblici che privati, per debellare le zanzare tigre (uccidendo sia le larve che gli esemplari adulti) che peraltro si sono giovate delle piogge di queste ultime settimane". 

Dieci contagi al giorno, in attesa del freddo

Non a caso il numero dei contagi rimane stabile, circa dieci al giorno, senza contare tutte le persone che si sono ammalate e di cui non è stata accertata la positività al virus. È il secondo episodio di epidemia di chikungunya in Italia, dopo quello in Emilia Romagna esattamente l'estate di dieci anni fa: "In quel caso – ricorda Rezza – c'era un focolaio ben definito, concentrato in due paesi limitrofi. Ci furono strascichi che arrivarono a Bologna, e registrammo nuovi casi fino ai primi di ottobre. Ma lì si intervenne pesantemente, e la situazione è tornata alla normalita'". Anche a Roma l'auspicio è che in poche settimane si possa mettere la parola fine all'emergenza: "Con una disinfestazione massiccia – insiste l'esperto dell'Iss – e anche, ovviamente, con l'arrivo del freddo, che è il nostro principale alleato".

Leggi ancheChe cos'è l'infezione Chikungunya e quali zanzare la trasmettono

Come ha fatto una zanzara asiatica a portarci un virus africano?

 

Dalle aule della politica alle aule scolastiche, lo scontro sull’introduzione del vaccino obbligatorio ha messo i presidi in una situazione scomoda e delicata: quella degli sceriffi. “Stiamo applicando la legge sui vaccini ma ci sentiamo presi tra l’incudine del principio etico dell’accoglienza e del diritto allo studio e il martello della tutela della salute” ha spiegato alla Stampa Ezio Delfino, presidente della sigla Dirigenti Scuole Autonome e Libere.

Per molti dirigenti scolastici l’obbligo di dover controllare lo stato vaccinale degli studenti è un peso, ma se la legge li grava con questo compito, loro vorrebbero cedere ‘la stella’ alle Asl. Se non altro perché le baruffe agli ingressi delle scuole non sono un buon esempio per gli studenti. In realtà la situazione, fanno sapere, è sotto controllo, salvo qualche tensione all’ingresso di pochi – per ora – istituti. A Milano, dove le proteste per l’obbligo di vaccinazione sono state poche decine, su 33mila studenti, una famiglia ha addirittura chiamato i carabinieri quando si è trovata il passo sbarrato dal personale scolastico. Come spiegano molti dirigenti, alcune famiglie non hanno neanche ben capito fin dall’inizio cosa si stesse chiedendo loro. Insomma, non no-vac, ma genitori appena tornati dalle vacanze e che non hanno avuto il tempo di adeguarsi alla nuova regola.

In fondo la legge è stata approvata a fine luglio e questa confusione, più che dal provvedimento in sé, sembra derivare dai tempi strettissimi: la circolare con la quale il ministero dell’Istruzione ha fornito gli istituti delle necessarie indicazioni per favorire l’obbligo di vaccinazione è arrivata il 16 agosto, a un mese dall’inizio delle lezioni. Con tutti gli uffici chiusi e i bambini al mare.

Basta un’autocertificazione

La scadenza per la presentazione del certificato per chi ha i figli alla materna e all’asilo era il 10 settembre. Tuttavia gli istituti hanno dieci giorni prima di trasmettere le liste dei non vaccinati alle Asl, e li stanno usando appunto per lasciare che le famiglie si mettano in regola e per attuare delle strategie last-minute di sensibilizzazione. Il ministero ha chiarito che è sufficiente produrre una prova della volontà di prendere appuntamento per fare i vaccini. In parole povere il genitore deve dimostrare che sta cercando di far vaccinare il figlio. Naturalmente nel caso di autocertificazione vale il principio che dichiarare il falso comporta un reato.

Perché un 'possibile' da furbetti non può bastare

Scadenza diversa invece è quella per tutti gli altri gradi d’istruzione, che hanno tempo fino al il 31 ottobre per fornire una prova di essere stati vaccinati o di aver richiesto un appuntamento. A questo punto le famiglie avranno tempo fino al 10 marzo per mettersi in regola e non incorrere in sanzioni che possono andare dai 100 euro ai 500. Il tempo per prendere un appuntamento, certificarlo e vaccinarsi insomma c’è tutto.

Secondo la Stampa, in Friuli e in altre regioni le Asl avrebbero ricevuto decine di raccomandate dove si richiede un appuntamento “per effettuare possibili vaccinazioni”. Insospettisce quel ‘possibili’ che sembra spianare la strada per delle proroghe fai da te. La Lorenzin ha chiarito che in questo caso la richiesta non si considera effettuata.

 

Il Viagra non avrebbe mai visto la luce, e con lui milioni di uomini, se un’infermiera zelante non avesse fatto scrupolosamente il suo lavoro. Come racconta Quartz in un articolo sulla nascita ‘casuale’ della miracolosa pillola blu, il principio attivo della più famosa medicina per la disfunzione erettile mai messa in commercio, il Sildenafil, in origine era impiegato nel trattamento dei problemi cardiovascolari. 

Una scoperta casuale

In particolare, all’inizio degli anni ’90 i ricercatori stavano lavorando sulla possibilità che questo dilatasse i vasi sanguigni del cuore bloccando una particolare proteina di nome Pde-5. Dopo il discreto successo dei test sugli animali, era arrivato il momento di passare alla sperimentazione umana. E qui accadde il ‘miracolo’: tra le infermiere che controllavano le reazione dei pazienti, una “molto coscienziosa” si accorse che “parecchi di loro stavano sdraiati a pancia in giù”. Annotò la cosa, sottolineando che “gli uomini erano imbarazzati perché avevano erezioni”. Sembrava quindi che il sildenafil funzionasse, ma nella zona del corpo sbagliata: i vasi sanguigni si dilatavano ma non nel cuore, bensì nel pene.

La scoperta portò la Pfizer, che stava sperimentando il medicinale, a lanciare qualche tempo dopo il Viagra. Il medicinale per la disfunzione erettile venne approvata dalla Fda – la Food and Drug Administration americana – nel 1998. Da allora, nel giro di vent’anni, si è diffuso su scala mondiale: sono 62 milioni gli uomini che l’hanno comprata ai quattro angoli della Terra, le forze armate statunitensi vi spendono 41,6 milioni di dollari all’anno e dal 2012 a oggi, Usa, Messico e Canada hanno speso annualmente circa 1,4 miliardi di dollari. Un giro d’affari colossale che si presumerà calerà una volta che il brevetto della Pfizer terminerà nel 2020.

Secondo questa ricerca della Coop il consumo di Viagra in Italia è diminuito.

Altri usi terapeutici della pillola blu

Non solo. Spesso si scopre che le medicine, una volta lanciate in commercio su larga scala, sono utili per curare anche altre patologie. E il Viagra non fa eccezioni. Circa un decennio dopo il suo arrivo nelle farmacie, i ricercatori sono tornati a interrogarsi se potesse essere utile anche per problemi cardiaci, come originariamente previsto. Nel 2005 l’Fda ha approvato l’uso della stesso composto per l’ipertensione arteriosa polmonare, che colpisce sia uomini che donne, in commercio con il nome di Revatio.  

Un percorso niente affatto sorprendente in medicina. L’uso di un farmaco da parte di un gran numero di pazienti favorisce infatti la scoperta di effetti collaterali che possono indicare un uso alternativo degli stessi principi attivi per curare altre patologie. Lo stesso è avvenuto con il canakinumab, usato dalla Novartis per trattare una forma di artrite, che si è scoperto funzionare bene anche per il trattamento dei problemi cardiaci.

Ugualmente, dal 2008 il bimatoprost, presente nel medicinale Lumagen prodotto dall’Allergan per l’alta pressione oculare, ha un secondo utilizzo per aumentare la crescita delle ciglie sotto il nome di Latisse. Così il finasteride, inizialmente usato nel Proscar della Merck per problemi alla prostata, oggi è utile anche per chi ha problemi di calvizie. Tutto grazie all’attenzione con cui i pazienti riferiscono gli effetti collaterali: questo può accendere una ‘lampadina’ nella mente degli scienziati e dare il via a nuove sperimentazioni.

Flag Counter
Video Games
Oops, something went wrong.