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Un farmaco originariamente pensato per curare l'osteoporosi potrà forse risolvere un problema che affligge milioni di persone, la calvizie. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Manchester ha scoperto che il medicinale ha uno straordinaria capacità di attivare i follicoli, almeno in laboratorio, e di stimolarne la crescita: contiene infatti un componente che agisce su una proteina che ostacola la crescita dei capelli e gioca un ruolo determinante nella calvizie. Secondo il responsabile del progetto, Nathan Hawkshaw, il farmaco "potrebbe davvero fare la differenza per chi perdi i capelli".

Attualmente la calvizie (o alopecia androgenetica) è curata con due soli farmaci, il minoxidil, per uomini e donne, e il finasteride, solo per uomini. Entrambi però hanno effetti collaterali e non sempre sono efficaci, tanto che spesso chi proprio non sopporta di essere calvo ricorre al trapianto di capelli.

La ricerca, pubblicata da PLoS Biology e di cui Bbc dà un ampio resoconto, è stata fatta in laboratorio: si è lavorato su follicoli piliferi prelevati dal cuoio capelluto di una quarantina di uomini che si erano sottoposti al trapianto. I ricercatori hanno prima utilizzato un vecchio farmaco immunosoppressivo, la ciclosporina A, utilizzato dagli anni '80 per prevenire il rigetto degli organi trapiantati e ridurre il rischio di eventuali malattie autoimmuni; e hanno scoperto che il farmaco riduce l'attività di una proteina chiamata SFRP1, un regolatore della crescita che interessa molti tessuti tra cui i follicoli del cuoio capelluto.

Ma siccome ha effetti collaterali, la ciclospirina A, non sembra adatta a curare la calvizie. I ricercatori hanno allora cercato un altro agente che avesse efficacia sulla proteina SFRP1 e hanno scoperto che un principio attivo, il WAY-316606, è capace di operare in modo ancora piu' incisivo per inibire quella proteina. Ovviamente Hawkshaw ha sottolineate all'emittente pubblica britannica che saranno necessari ancora altri test di laboratorio per capire se davvero sia efficace sulle persone e soprattutto se sia innocuo. 

Batteri sempre più forti, sempre più coriacei. In Italia, la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media europea. Nel nostro Paese, ad esempio, la Klebsiella pneumoniae carbapenemasi produttrice, considerato un superbatterio killer, è diventato in oltre il 50% dei casi resistente a tutti gli antibiotici.

Le infezioni ospedaliere compaiono in circa 3 casi ogni 1.000 ricoveri acuti che avvengono in Italia, con un impatto sul Servizio Sanitario compreso tra i 72 e 96 milioni di euro.

In Europa i morti sono 25.000 all’anno

«I batteri hanno la capacità di modulare la propria esistenza attraverso la selezione di mutazioni nel genoma che codificano per proprietà che all’origine non erano espresse – dichiara Giovanni Di Perri, Professore Ordinario e Direttore della Clinica di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Torino – questi microrganismi replicano continuamente e rapidamente il proprio patrimonio genetico ma nel copiare fanno diversi errori in modo del tutto casuale, eccetto quando è presente un selettore, come l’antibiotico, che seleziona proprio i batteri resistenti».

Secondo l’European Centre for Disease Control (ECDC) ogni anno in Europa 25.000 persone muoiono a causa di infezioni da germi resistenti con un impegno finanziario vicino a 1,5 miliardi di euro. Nel mondo, sono circa 700.000 i decessi dovuti alle infezioni resistenti.

Le preoccupanti stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede che, agli attuali tassi di incremento delle antibiotico-resistenze, da qui al 2050 i “superbug” saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi annui diventando la prima causa di morte al mondo.

A questa grande emergenza sanitaria, che minaccia la salute e le economie di tutti i Paesi, è dedicato il Corso di Formazione Professionale Continua “Antibiotico-Resistenze: un'emergenza globale. Il ruolo dei media tra informazione e formazione” promosso, insieme al Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” della Sapienza Università di Roma, dalla Fondazione Giovanni Lorenzini che consolida il proprio impegno nella diffusione della conoscenza scientifica e nella promozione della prevenzione nei confronti delle patologie a largo impatto sociale.

Le implicazioni per il sistema alimentare

"Anche l’uso degli antibiotici in veterinaria, negli allevamenti e in agricoltura ha significativamente contribuito al fenomeno dell’antibiotico-resistenza, e pone domande anche in relazione al contesto più ampio della protezione del sistema alimentare", afferma Sergio Pecorelli, Presidente di Giovanni Lorenzini Medical Foundation, New York, NY (USA). "Tutto ciò richiede analisi rigorose ed interventi mirati, perché non venga perduta un’arma indispensabile alla protezione della salute: l’antibiotico".

Un uso prudente degli antibiotici e la promozione di strategie di controllo dell’infezione in tutti i settori della sanità secondo un approccio globale, detto ‘One Health’, sono gli interventi prioritari per prevenire la selezione e la trasmissione di batteri resistenti a questi farmaci.

La necessità di un approccio globale

"L'Organizzazione Mondiale della Sanità si è dotata di un Piano globale per arginare le antimicrobico-resistenze – spiega Ranieri Guerra, Assistant Director General, Organizzazione Mondiale della Sanità – L'Italia è uno dei pochi Paesi a gestire insieme la salute umana, animale e ambientale: è necessario che possa portare avanti questa singolarità per raggiungere gli standard dei Paesi europei nella gestione dell'antibiotico-resistenza".

Uno studio di farmaco-epidemiologia condotto in sei grandi ospedali degli USA ha rivelato come il 60% dei pazienti al quarto giorno di ricovero sia esposto a un antibiotico, nel 30% dei casi prescritto in assenza di segni o sintomi di infezione e in poco più del 50% con un corretto work out microbiologico precedente la prescrizione.

A 40 anni dalla legge Basaglia, la rivoluzione che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici (tristemente noti come manicomi) e fece dell'Italia un esempio ancora unico in Europa, tra elogi e diffidenze, il bilancio è complessivamente positivo pur con qualche ombra: "Abbiamo introdotto un modello nuovo, che sostituisce al trattamento del malato psichiatrico in senso esclusivamente contenitivo – li 'rinchiudiamo' e risolviamo il problema – una concezione terapeutica, di inserimento, di socialità. Ed è un merito enorme", è la convinzione di Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore della Clinica Psichiatrica della Azienda Ospedaliero Universitaria di Cagliari.

Proprio la Sip il 9 maggio alla Camera terrà una conferenza per fotografare, dati alla mano, lo stato dell'arte della cura del disagio mentale nel nostro Paese. "Forniremo dati, riflessioni e proposte", spiega Carpiniello in una conversazione con l'Agi. Uno scenario si può già delineare: "La riforma di Basaglia ha cambiato radicalmente la psichiatria italiana, portandola nella modernità. Gli ospedali psichiatrici erano assolutamente antiterapeutici: enormi, con due o tremila persone, le terapie mirate erano impossibili. Lo psichiatra, fino a 40 anni fa, doveva semplicemente custodire il malato, ritenuto pericoloso socialmente: una concezione ottocentesca di mera passivizzazione della persona". In situazioni spesso di degrado profondo, incompatibile con il XX secolo, descritte da tanti memoriali e ricordi.

Curare, non rinchiudere

Oggi è tutto cambiato: "Il ricovero esiste ancora, ma in unità operative più piccole all'interno degli ospedali, e non più con il concetto di custodia giudiziaria, ma seguendo le esigenze terapeutiche del paziente". Ma soprattutto, esiste una rete di servizi sociali "diffusa su tutto il territorio, con un'organizzazione omogenea da Nord a Sud. Strutturata sui dipartimenti di salute mentale e i centri di salute mentale, vero cuore del sistema, con visite e terapie ambulatoriali o a domicilio. E poi, naturalmente – ricorda Carpiniello – ci sono le strutture semiresidenziali o residenziali, dove i pazienti, in numeri ridotti, possono interagire, vivere autonomamente, essere seguiti capillarmente dagli operatori". Varie gradazioni terapeutiche, insomma, ma un minimo comune denominatore: i "matti" si curano, non si rinchiudono. "E l'Italia ha dimostrato che si può fare – spiega lo psichiatra – a dispetto di molti in Europa che pensavano fosse troppo rischioso chiudere i manicomi, non ci credevano. Tanto che le riforme che sono state fatte in questi decenni in diversi paesi vanno sì verso l'umanizzazione delle cure, ma non si ha il coraggio di chiudere queste strutture tout court. Noi l'abbiamo fatto, con coraggio, e con una delle leggi più democratiche al mondo".

Per un trattamento sanitario obbligatorio, ad esempio, sono previsti numerosi passaggi, a tutela del paziente.E c'è un buon sistema di welfare, a cui si aggiunge la recente legge sul 'Dopo di noi'". Una rivoluzione che gli psichiatri hanno abbracciato: "Anche noi siamo usciti dalla logica manicomiale per passare a una logica di lavoro sul territorio, di equipe, multidisciplinare, che lavora insieme sulla persona", conferma il presidente Sip.

Cosa manca ancora

Ovviamente non tutto va bene: alle molte luci si sommano anche diverse ombre: "Intanto c'è ancora da fare un lavoro culturale – spiega Carpiniello – perché troppi in Italia concepiscono ancora il malato mentale come uno pericoloso, da rinchiudere. C'è una scarsa attenzione a lavorare sullo stigma che ancora colpisce queste persone, e le campagne informative ed educative scarseggiano. Molte famiglie si sentono sole". Anche perché, ed e' il problema principale, "purtroppo registriamo un progressivo sottofinanziamento della salute mentale. Che porta al depauperamento dei servizi, con un ricasco pesante su strutture, operatori, mezzi, dotazioni. Il risultato è che noi psichiatri siamo con la lingua di fuori, col fiatone". Anche perché nel frattempo una nuova riforma, "figlia minore" della Basaglia, ha eliminato un'altra stortura ma dato altro lavoro agli operatori: la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. "Le Rems che li hanno sostituiti stanno prendendo piede nel territorio, ma le risorse sono poche, e questo ha portato ulteriori oneri che gravano sugli psichiatri", denuncia Carpiniello.

I problemi non mancano, insomma, ma osservando con distacco questi 40 anni, oltre i quali si scaglia l'ombra inquietante degli enormi manicomi, "la mia croce senza giustizia" secondo la lapidaria descrizione della poetessa Alda Merini, che vi passò anni atroci, non si può negare cosa è significata la legge Basaglia: "È innegabile che sia stata una svolta da cui non si torna indietro, la fine di un impianto ottocentesco, degradato e degradante, e l'inizio di qualcosa di nuovo, che torna a guardare alla persona. C'è tanto da fare, ma quello che è stato fatto deve essere un orgoglio per il Paese, che in questo settore è sicuramente un faro di modernità e tolleranza".

La Scozia ha stabilito il prezzo minimo per l’alcol. È il primo Paese al mondo a introdurre una misura simile, dopo che lo stesso tentativo era stato fatto nel 2012 ma era naufragato per l’opposizione dei produttori. “Cerchiamo di ridurre il significativo danno dell’alcol a basso costo”, ha scritto su Twitter il primo ministro Nicola Sturgeon dicendosi sicura che la nuova decisione “salverà vite”.

Mai più birra a meno di un euro

Il prezzo minimo è in vigore dal primo maggio e avrà effetti su ogni tipo di bevanda alcolica. Il meccanismo per calcolare gli aumenti non è semplice: i nuovi prezzi verranno stabiliti secondo la gradazione alcolica dei drink, quello che in Scozia si chiama unit. “Un'unità corrisponde a 8 grammi di alcol, pari a uno shot da 25 millilitri di alcol al 40%, come il whisky, o a un bicchiere da 76 ml di vino al 13%”, scrive la Cnn. “Un classico bicchiere di vino è da 175 ml, cioè 2,4 unità”. Il prezzo minimo imposto dal governo scozzese per una unit di alcol è 50 pence di sterlina, circa 57 centesimi di euro. Un report del Servizio sanitario nazionale (Nhs) aveva rivelato che nel 2016 oltre la metà degli alcolici era stato venduto a un prezzo per unit inferiore a questa soglia.

Il sidro, che sventola!

Il tabloid britannico Daily Mail ha già calcolato le variazioni delle bevande più diffuse in Scozia: +40% per il whisky, che partirà da 14 sterline, per esempio, e +53% per il vino rosso che non si troverà più in commercio a meno di quasi 5 sterline. Alle stelle anche il prezzo della birra, che Rsi calcola a più di un euro per ogni mezzo litro da 5 gradi.

La bevanda che più delle altre subirà gli effetti del rincaro è il sidro, cioè il prodotto della fermentazione di mele o pere. In questo caso una bottiglia arriverà a costare 5 sterline, una volta e mezza il prezzo in vigore fino ad aprile. Stangata anche sugli alcolpop, i drink zuccherati a bassa gradazione alcolica, dolci e rivolte al consumo soprattutto di giovani e giovanissimi.

 

Più di tre morti al giorno per l’alcol

Il governo scozzese già da tempo ha indicato le linee guida nel consumo di alcol, suggerendo di non superare il limite di 14 unità da assumere nell’arco di una settimana. Secondo Cnn, fino alla scorsa settimana – prima cioè dell’entrata in vigore del nuovo provvedimento – questa soglia poteva facilmente essere superata con una spesa di appena 2 sterline e mezza. Oggi, per bere altrettanto, gli scozzesi dovranno tirar fuori dal portafogli il triplo. Anche muoversi verso sud, oltre il confine con l’Inghilterra, per comprare alcol a un prezzo inferiore potrebbe risultare inutile: il governo di Theresa May sembra indirizzato a seguire la stessa linea scozzese.

Secondo l'Nhs, nel 2016 sono morte in media 24 persone ogni settimana per malattie causate dall’alcol. Un abuso che ha un costo enorme sulle casse del paese: nel 2007 il peso sull’economia era stato di oltre tre miliardi e mezzo, in media 900 sterline per persona. Con questo provvedimento il governo spera di salvare 392 vite nei prossimi cinque anni, riporta Cnn.

È il piatto di emergenza degli universitari: veloce e saporita, la pasta con il tonno salva pranzi e cene. E non stupisce che il tonno (in scatola) sia consumato in Italia soprattutto dai giovani. Ma a dare la benedizione sono anche i nutrizionisti che ne riconoscono i benefici nutrizionali e l’Onu che nel 2016 ha istituito una giornata mondiale per celebrare il valore del tonno sotto tutti i punti di vista:

•     per la sicurezza alimentare e la nutrizione

•     lo sviluppo economico

•     l’occupazione

•     le entrate del governo

•     i mezzi di sostentamento

•     la cultura e la ricreazione

•     la gestione sostenibile di questa pesca

•     per adempiere all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

L’Italia è il secondo mercato europeo

Ad oggi, più di 80 Stati praticano la pesca al tonno e la sua portata continua a crescere negli oceani Indiano e Pacifico. Il primo prodotto a guidare la produzione è il tonno in scatola, un mercato che, solo in Italia, ha un valore di 1,3 miliardi di euro (2017), come confermano i dati dell’ANCIT (Associazione Nazionale dei Conservieri Ittici e delle Tonnare), con una produzione nazionale di 75.800 tonnellate e un consumo di 155.000 tonnellate (+3% rispetto al 2016) pari a circa 2,5 kg pro capite. Il comparto del tonno in scatola si conferma come uno dei più virtuosi dell’industria alimentare italiana, posizionando il nostro Paese al secondo posto in Europa, dopo la Spagna.

Un business da 42 miliardi di dollari

La pesca di tonno apporta all’economia globale un contributo annuale di 42 miliardi di dollari. Lo dice uno studio in cui si evince che, per le sette specie di tonno più consumate commercialmente negli ultimi due anni, i pescatori sono stati retribuiti con somme tra i 10 e i 12 miliardi di dollari l’anno. La vendita al consumatore finale ha infine fruttato un profitto del valore di 42,2 miliardi nel 2014. Il Pacifico si stabilisce tra gli oceani più fruttuosi in termini economici, producendo introiti pari a 22 miliardi nel 2014. Per quanto riguarda le specie, il tonnetto striato primeggia tra quelle consumate, in ragione del suo utilizzo da parte dell’industria conserviera mondiale. Anche il tonno a pinne gialle, tipologia prediletta dall’industria di conservazione ittica italiana, ha una significativa importanza a livello economico. Infine il tonno rosso, il cui valore oscilla tra i 2 e 2,5 miliardi di dollari all’anno.

Tutti i benefici del tonno (anche quello in scatola)

“Il tonno è un alimento estremamente nutriente e una risorsa importante per il benessere e la sussistenza dell’organismo – spiega Pietro Migliaccio, Presidente Emerito della SISA (Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione) -. Oltre ad essere parte integrante della dieta mediterranea, consente di ottimizzare tutte le funzioni vitali, anche nella versione in scatola che, grazie alle tecniche di conservazione, mantiene le caratteristiche nutrizionali simili a quelle del tonno fresco”. Entrambi “sono ricchi di proteine nobili, (addirittura il tonno in scatola ne contiene una quantità maggiore rispetto a quello fresco). Ambedue apportano acidi grassi omega 3, e anche il contenuto di vitamine e sali minerali rimane inalterato: il tonno in scatola come quello fresco, è ricco di iodio, potassio, ferro, fosforo e vitamine del gruppo B. Inoltre, il tonno in scatola, a parità di apporto nutrizionale con quello fresco, è più economico ed offre numerosi vantaggi in relazione alla sua facile reperibilità, conservabilità e versatilità in cucina.”

Non si butta niente!

Un altro dei vantaggi del tonno è che non si butta nulla, a patto che si sappia come impiegare gli scarti. In Sicilia, ad esempio, le raschiature della coda, della testa, della pelle e della lisca vengono cotte e conservate sott’olio con il nome di buzzonaglia o buzzonaccia.

Nemmeno le viscere del tonno sono destinate allo scarto; il cuore, la trippa (o stomaco) e il fegato del tonno possono essere consumati cotti come le frattaglie, mentre le uova rappresentano il tipo di bottarga più famoso dopo quello del cefalo muggine. Particolare l’utilizzo della sacca seminale del tonno maschio dalla quale si ottiene un prodotto definito lattume. Purtroppo l’eccessiva richiesta di tonno, soprattutto della specie tonno rosso del Mediterraneo, accanto al mancato rispetto del periodo di pausa necessario per permettere a questo animale di riprodursi, hanno contribuito a un eccessivo incremento del prelievo provocando il rischio di estinzione per questo pesce.

I più giovani tra i consumatori più assidui

Questo alimento piace soprattutto agli under 25 e alle famiglie dove ci sono i bambini. I consumatori totali di tonno sono il 94% della popolazione e quasi 1 italiano su 2 (43%) lo mangia ogni settimana, soprattutto perché è facile, veloce da preparare e versatile. Ma anche in virtù dei suoi valori nutrizionali e tra gli italiani che praticano sport – circa il 50% del campione analizzato – 7 su 10 lo inseriscono nella “top five” degli alimenti a cui non saprebbero rinunciare (insieme a carni bianche, legumi, yogurt e bresaola).

Ma non bisogna esagerare

È pratico da utilizzare e fa bene ma nemmeno il tonno è privo di controindicazioni. I grandi pesci predatori, infatti, sono maggiormente soggetti ad accumulo di metalli pesanti (come il mercurio, una sostanza tossica a livello neurologico) e tossine algali rispetto ai pesci di minori dimensioni, poiché il loro regime alimentare li porta a nutrirsi di altri pesci e molluschi. Ecco perché alle donne in gravidanza o che allattano e ai bambini piccoli è pertanto consigliato di evitare di consumare elevate quantità di pesce con alto contenuto di mercurio. Occhio poi al tonno in scatola: in generale l'olio impiegato è di scarsa qualità, per cui una scelta intelligente sarebbe quella di acquistarlo al naturale ed aggiungere l'olio in seguito. Il contenuto lipidico varia anche in base alla parte del tonno, poiché nella parte ventrale del pesce (la più pregiata) vi è una maggior percentuale di grassi. 

Il nemico pubblico numero uno delle api è sconfitto. Almeno in Europa, dove gli Stati dell'Ue hanno approvato una proposta della Commissione che vieta l'uso all'aperto di tre pesticidi neonicotinoidi ritenuti pericolosi per le api. Potranno essere utilizzati solo in serra, senza contatto con le api.

La restrizione è considerata essenziale per preservare la "biodiversità", ha spiegato Il commissario responsabile della Salute, Vytenis Andriukaitis. Il 28 febbraio scorso l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) aveva concluso che "la maggior parte dei modi in cui i pesticidi neonicotinoidi vengono usati rappresenta un rischio per le api selvatiche e quelle mellifere".

A favore della proposta della Commissione, scrive EuNews, hanno votato 16 Stati membri, solo 4 i contrari


Chi ha votato a favore del divieto

  • Germania,
  • Estonia,
  • Irlanda,
  • Grecia,
  • Spagna,
  • Francia,
  • Cipro,
  • Italia,
  • Lussemburgo,
  • Malta,
  • Olanda,
  • Austria,
  • Svezia,
  • Slovenia,
  • Portogallo,
  • Regno Unito

Chi ha votato contro

  • Repubblica Ceca,
  • Danimarca,
  • Ungheria,
  • Romania

Chi si è astenuto

  • Bulgaria,
  • Belgio,
  • Croazia,
  • Lettonia,
  • Lituania,
  • Polonia,
  • Slovacca,
  • Finlandia

Da anni l’uso massiccio in agricoltura dei pesticidi, e in particolare di quelli “sistemici” come i neonicotinoidi, che penetrano all’interno dell’organismo delle piante, è sotto accusa per il fenomeno della morìa delle api, che ha assunto dimensioni estremamente preoccupanti in tutti i continenti.

Con questa misura l’Ue si pone all’avanguardia nel mondo nella protezione delle api e degli altri insetti impollinatori, che è essenziale, oltre che per la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche per la produzione alimentare, visto il ruolo nell’impollinazione per le piante coltivate dall’uomo, oltre che per la maggior parte delle piante selvatiche.

Il regolamento che vieta i tre neonicotinoidi, basato su una rigorosa valutazione dei rischi dell’Efsa, l’Autorità europea di sicurezza alimentare di Parma, sarà ora adottato formalmente dalla Commissione nelle prossime settimane, per entrare in vigore entro la fine dell’anno.

Cosa fa di noi esattamente quello che siamo? I pensieri, i sentimenti. E i batteri. O almeno questo è quello che sostiene un team di ricercatori dell’Università di Kyushu, in Giappone, secondo cui le migliaia di miliardi di microbi che vivono all’interno del nostro corpo – il cosiddetto microbioma – determinano e influenzano non solo la nostra salute fisica, ma anche lo stato di salute del cervello e – in ultimo – il nostro carattere. Sappiamo, da studi sempre più numerosi, che depressione, autismo e malattie neurodegenerative, sono collegati a queste piccolissime creature. Ma la scoperta potenzialmente rivoluzionaria dei ricercatori giapponesi è che, allo stesso modo ma invertendo il senso di marcia, è possibile utilizzare il microbioma per migliorare la salute mentale.

Cos’è il microbioma (e cosa il microbiota)

Ci sembrerà strano ma la verità è che appena il 43% delle nostre cellule è “umano”, per il resto siamo formati da microbi. Il 57% delle cellule del nostro corpo appartengono al microbioma e includono batteri, virus, archeobatteri e funghi. Molto spesso le parole microbiota e microbioma sono usate come se fossero sinonimi, eppure la differenza che passa tra i due termini è la stessa che esiste tra popolazione umana e genoma umano. Microbiota si riferisce a una popolazione di microrganismi che colonizza un determinato luogo. Il termine microbioma invece indica la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere. Funzionando come una specie di secondo genoma, il microbioma è collegato ad allergie, obesità, malattie infiammatorie, depressione, autismo e persino all’efficacia di farmaci anti-tumorali.

In che modo i batteri alterano il cervello?

Il cervello è l’organo più complesso in assoluto e, per alcuni versi, ancora molto misterioso. In che modo, allora, i batteri intestinali riescono a influenzarlo? I ricercatori si basano su 4 punti fermi:

1 – La rotta è segnata dal nervo vago, una sorta di autostrada che collega il cervello allo stomaco

2 – I batteri disintegrano le fibre assunte dagli alimenti e le trasformano in acidi grassi a catena corta, che hanno effetto su tutto il corpo. Una dieta povera di fibre indebolisce il microbioma

3 – Il microbioma influenza il sistema immunitario ed è coinvolto nei disturbi legati al cervello

4 – Ci sono prove che questi batteri che risiedono nello stomaco utilizzano piccoli frammenti di codice genetico chiamato microRNA in grado di alterare il modo in cui il DNA interagisce con le cellule neuronali.

Se si mettono a confronto il microbioma di una persona depressa e quello di una sana si noteranno profonde differenze. “Non dico che questa sia l’unica causa, ma sono convinto che in molte persone giochi un ruolo di primo piano nella genesi della depressione”, spiega alla BBC, Ted Dinan dell’ospedale universitario di Cork.

La prova del nove

Gli scienziati dell’APC centre, at University College Cork, hanno trapiantato il microbioma di pazienti affetti da depressione nel corpo dei ratti, dimostrando che se si trasferiscono i batteri, si tramanda anche il carattere. Collegamenti simili esistono anche nel trattamento del morbo di Parkinson. “I neuroscienziati classici considerano un’eresia cercare nello stomaco le cause di una malattia che risiede nel cervello, ma la verità è che il microbioma di una persona affetta da Parkinson e quello di una sana presentano importanti differenze”, ha spiegato Sarkis Mazmanian, microbiologo al Caltech. L’unica cosa certa è che il microbioma rappresenta una nuova frontiera della medicina. Quello che mangiamo, i farmaci che assumiamo, gli animali domestici che ci fanno compagnia, tutto lo influenza. “E’ il futuro della medicina personalizzata. Sono sicuro che tra 5 anni quando si andrà dal dottore per il colesterolo si tornerà a casa con delle indicazioni per sistemare il microbioma”, sostiene l’esperto John Cryan.

In Italia si stima che siano più di 3 milioni le persone affette da disturbi dell'alimentazione di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Il dato è stato presentato al ministero della Sanità in occasione della Terza Giornata sulla Salute delle donne.

La maggiore vulnerabilità osservata nel sesso femminile in età adolescenziale o giovane adulta sembra indicare che questi disturbi sono associati a difficoltà nelle fasi di passaggio dall'infanzia alla vita adulta, scatenate dai cambiamenti fisici e ormonali che caratterizzano la pubertà.

Le ricerche epidemiologiche ci dicono però che, dal punto di vista demografico, questi disturbi sono in aumento anche nella popolazione maschile. L'incidenza dell'anoressia nervosa è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi.

Bulimia precoce

Per quanto riguarda la bulimia ogni anno si registrano 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Per entrambe, la fascia di età in cui l'esordio si manifesta più spesso è quella tra i 15 e i 19 anni. Alcune osservazioni cliniche recenti hanno segnalato un aumento dei casi a esordio precoce, anche se non mancano insorgenze in età adulta.

Anoressia cronica

L'anoressia è la terza più comune "malattia cronica" fra i giovani; pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni hanno un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggira intorno al 6%, al 2% per bulimia nervosa e sempre intorno al 2% per gli altri disturbi alimentari non specificati.

Diversi studi sembrano suggerire che circa il 50% del rischio sia dovuto a fattori genetici. Molteplici sono i fattori ambientali che possono ugualmente giocare un ruolo importante. Data la sua complessità è evidente che il fenomeno ha una forte implicazione di politica sanitaria, perché la programmazione e l'organizzazione dei servizi devono riuscire a garantire il riconoscimento precoce dei casi, anche tramite protocolli di collaborazione con i pediatri di libera scelta e con i medici di medicina generale. 

Ambienti di vita assistiti e tecnologie a sostegno della qualità di vita e assistenza alla persona anziana: innovazione tecnologica e applicazioni digitali sono gli  strumenti strategici per affrontare la sfida della sostenibilità del sistema sanitario nazionale. 

In Italia, complice anche l’invecchiamento della popolazione,  la spesa sanitaria, in termini nominali, cresce: dai 143,6 miliardi di euro del 2013 si è arrivati ai 149,5 miliardi del 2016. Gli indicatori mostrano che, tra i fattori che incidono in modo rilevante sull’equilibrio del sistema, c’è il cronicizzarsi di alcune patologie, conseguenza dell’invecchiamento demografico e della lunga sopravvivenza.

Ed è una situazione destinata a complicarsi: se infatti gli italiani sopra i 65 anni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione), 8 su 10 soffrono di patologie croniche. Di questi, 4 sono affetti da almeno due patologie e 3 ne presentano una grave: percentuali decisamente superiori alla media e che fanno sì che il costo sanitario di un over 65 sia circa 4 volte superiore a quello di un under 65.

Inoltre, il tasso di riospedalizzazione delle persone anziane, in Italia, si aggira attorno al 20%. Nel 2045 gli ultra sessantacinquenni passeranno dall’essere l’attuale 22% al 32,5% della popolazione con un costo medio pro capite della spesa sanitaria specifica che salirà dall’attuale 2,8 al 3,5%.  Il sostegno alla “vita quotidiana” degli anziani che ancora possono restare nella propria abitazione è un intervento di prevenzione e quindi produrrà, per il futuro, un risparmio.

Cosa vedremo a Exposanità

Sarà presentato ad Exposanià – mostra internazionale dedicata alla sanità e all’assistenza, in calendario dal 18 al 21 aprile a Bologna, giunta alla sua 21esima edizione (in contemporanea, il 20 e 21 aprile,  con Cosmofarma), –  il progetto speciale Habitat. Coordinato da CIRI-ICT, Centro di Ricerca Industriale dell’Università di Bologna e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, Habitat ha come obiettivo lo studio di una piattaforma che consenta di far dialogare gli oggetti di uso quotidiano mediante l’uso delle tecnologie dell’Internet of Things (IoT) come la radio-frequenza, wearable electronics, wireless sensor networks e l’intelligenza artificiale.

Lo scopo è garantire un continuo e affidabile monitoraggio dei comportamenti quotidiani dei soggetti in fragilità, come  le persone anziane, che  saranno connesse con la rete dei servizi socio sanitari e con le figure di riferimento familiare. Le soluzioni tecnologiche individuate sono a basso consumo energetico e non invasive. Ad Exposanità sarà possibile vedere e provare le potenzialità di questa piattaforma.

Le 5 innovazioni in mostra

My Doro Manager: consente da remoto di 'controllare' il dispositivo del 'senior', e in particolare di configurare i numeri da chiamare in caso di emergenza, abbassare o alzare la suoneria, verificare lo stato della batteria. Con Doro connect & care – messa in atto da Doro, azienda leader a livello mondiale nel settore della telefonia semplificata –   invece, si crea una vera e propria rete tra persone autorizzate, all'interno della quale il senior può chiedere aiuto, per esempio, per fare la spesa o per andare a una visita medica. azienda leader a livello mondiale nel settore della telefonia semplificata

CollegaMENTI:  è un progetto innovativo sviluppato da Cba Group, azienda informatica trentina con sede a Rovereto fondata nel 1974 ( 9 milioni di fatturato, 130 dipendenti, leader nel campo dell'informatizzazione dei processi delle Rsa). Partito due anni fa, conta di diventare operativo tra meno di un anno: l'obiettivo è creare una rete virtuale tra i 3 protagonisti principali (anziani, operatori, familiari), per farli comunicare tra loro. Sulla piattaforma“CollegaMENTI” verranno aggiornati il profilo dell'anziano, il suo stato di salute ma anche sociale, in modo da permettere a tutti i soggetti coinvolti di interagire, e ai parenti di tenersi informati sulla vita del proprio caro grazie a informazioni che arrivano direttamente sullo smartphone. Le app, assieme ad altre soluzioni tecnologiche permetteranno anche di tenersi in stretto contatto con l'anziano, perfino tramite videoconferenza, mantenendo un legame anche quando si è distanti fisicamente.

App Storygram:  è questa una vera e propria 'chicca' in CollegaMENTI, pensata soprattutto per quei 'nonni' affetti da demenza senile, una patologia purtroppo sempre più diffusa: si tratta di una  app  che non a caso richiama nel nome il più famoso social di foto, e che realizza l'album dei ricordi digitale dell'ospite. Qui vengono raccolti foto e racconti caricati o condivisi sui social da familiari e dalla comunità: una sorta di diario virtuale che compone la vita dell'anziano così da recuperare contatti e storie comuni che andrebbero dimenticate. 

WiMonitor:  sempre da Rovereto arriva WiMonitor, giovanissima startup innovativa nata nel 2017, con l'idea di sfruttare la tecnologia a vantaggio dell'assistenza, in modo da favorire l'indipendenza delle persone e la domiciliarità.

Tre i prodotti di punta che saranno presentati al salone:

  • WiMBeds, adatto per strutture e ospedali in cui il personale di assistenza abbia la necessità di essere tempestivamente avvisato, via telefono, se un particolare ospite ha abbandonato il letto. 
  • Il sistema WiMHome invece permette di monitorare continuamente un ambiente domestico, fornendo informazioni sulla regolarità delle attività in casa della persona anziana e segnalando tempestivamente le anomalie (caduta, chiamata di soccorso, abbandono letto, fuga da appartamento…). Il sistema si basa su tecnologia wireless, così da minimizzare l'invasività dell'installazione. Tramite l'impiego di piccoli sensori ambientali e personali si possono distinguere profili regolari da quelli irregolari, oltre a ricevere le tempestive segnalazioni di allarme. Tutte le segnalazioni critiche sono inviate al destinatario (parente o assistente) tramite chiamata telefonica: è possibile, inoltre, grazie l'applicazione web, avere accesso al monitoraggio continuo e ai dettagli di tutti gli eventi che si verificano. Il sistema è particolarmente indicato per persone anziane che necessitano di essere supervisionate.
  • WiMDoor, adatto a strutture residenziali e privati che abbiano la necessità di minimizzare i rischi di fuga delle persone assistite. Il sistema permette, infatti, di segnalare tempestivamente un allarme quando la persona monitorata si avvicina o oltrepassa una soglia (porta o varco) stabilita. Il sistema è composto da una centralina di prossimità (una per ogni varco monitorato) e da uno o più braccialetti di identificazione (di cui esiste anche la versione con cinturino "non rimovibile").

Sensor-Care: Neuranix, di Treviso, presenta SENSOR-CARE che consente all'anziano di mantenere la propria indipendenza il più a lungo possibile.  Il sistema opera in modo discreto, nel pieno rispetto della privacy – non utilizzando telecamere o microfoni – offrendo informazioni tempestive e continue 24 ore su 24. Il monitoraggio costante è in grado di individuare le possibili situazioni anomale, come l’alterazione dei ritmi di alimentazione, dell'igiene personale, del rapporto sonno/veglia, l’irregolarità delle attività quotidiane etc. Le informazioni, elaborate in tempo reale, segnalano automaticamente – attraverso sms, email e notifiche eventuali anomalie rispetto ad attività e abitudini quotidiane consolidate nonché, con l’aggiunta di altri sensori opzionali, di eventi quali la presenza di gas, fumo o acqua.

In Francia un euro al giorno per l'assistenza da casa

E mentre nelle case degli italiani non sono ancora entrate soluzioni quali quelle proposte dalla robotica, il telemonitoraggio, la teleassistenza, in Francia, al costo di un solo euro al giorno a carico dell’utente, esiste un servizio pubblico di teleassistenza e di intervento sanitario che consente alle persone anziane e malate di starsene a casa e ricorrere all’aiuto solo quando serve e se serve. La personalizzazione delle risposte terapeutiche e riabilitative viene comunque riconosciuta come la strada per affrontare l’invecchiamento della popolazione, una strada che passa attraverso una rivoluzione culturale e politica sostenuta dall’avvento delle nuove tecnologie.In Europa oltre il 90% degli over 65 vive a casa ma, sempre più spesso, in solitudine. Infatti, nella fascia dai 65 agli 80 anni, oltre il 30% degli anziani vive da solo e, superati gli 80, tale percentuale è prossima al 50%.

Uno strumento in grado di diagnosticare il morbo di Parkinson sin dalle primissime fasi della malattia, in tempi rapidi e con bassissimo margine di errore, da utilizzarsi anche nello studio del medico di famiglia. E altri apparecchi per tenere a bada la patologia e di conseguenza, portare l'aspettativa – ma soprattutto la qualità – di vita di questi pazienti al livello dei loro pari età sani: sono le novità più interessanti e promettenti presentate durante il lancio dell'evento 'Open Accelerator', tenutosi oggi presso la sede dell'azienda farmaceutica Zambon, a Bresso (MI).

Gli apparecchi sono stati ideati dal dr. Lazzaro Di Biase, 32 anni, neurologo e dottorando dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, che ha appena creato una start-up – PD Innovations (PD sta per Parkinson's Disease, ovvero 'malattia di Parkinson') – proprio per rendere presto possibile un'efficace diagnosi precoce, il monitoraggio dell'evoluzione della patologia e la gestione del trattamento, sia orale che infusionale, in tempo reale e in base alle specifiche condizioni cliniche di ogni singolo paziente.

Perché una diagnosi precoce è importante

"Attualmente – spiega Di Biase – l'errore diagnostico sul Parkinson è del 30 per cento in qualsiasi fase della malattia. Alcuni mesi fa avevamo realizzato un 'orologio' particolare, dotato di un algoritmo in grado di ridurre questa percentuale all'8 per cento. Con il nuovo device confidiamo di riuscire a portare pressoché a zero questo margine d'errore". Ecco anche perché la sua scoperta è stata premiata, lo scorso 12 dicembre, proprio da Zcube, che finanzierà la ricerca e lo sviluppo dei dispositivi con 25 mila euro. In effetti, il problema del Parkinson oggi è proprio la diagnosi precoce: di questa patologia non si guarisce, ma è possibile conviverci se viene diagnosticata precocemente e trattata farmacologicamente. Le terapie disponibili, infatti, sono efficaci nel migliorare i sintomi motori, soprattutto nelle prime fasi di malattia. Ma accanto al paziente parkinsoniano 'doc' e' possibile trovare tante persone affette dal 'tremore essenziale' o dai cosiddetti 'parkinsonismi atipici', molto difficili da distinguere nelle prime fasi anche se osservati da specialisti esperti. Di solito, quando si riesce a 'inquadrare' in modo certo la patologia sono trascorsi ormai diversi anni.

Le speranze per chi è malato

"Su questi casi noi vogliamo incidere con i nostri dispositivi – sottolinea Di Biase – anche perché in genere si può morire di Parkinson, ma il rischio di morte è legato spesso alle sue complicanze: l'impossibilità di muoversi che può produrre cadute e quindi rotture di femore, oppure allettamento, ulcere e polmoniti. Se, viceversa, diventasse possibile mantenere la mobilità lungo tutta la vita di un parkinsoniano, la sua aspettativa di vita potrebbe raggiungere quella di una persona sana".

Il Parkinson è, tra le patologie neurologiche, quella con le terapie attualmente più efficaci, anche se non ci sono cure vere e proprie per bloccare o rallentare lo sviluppo della malattia. "Il nostro algoritmo – spiega ancora di Biase – sarà in grado di analizzare il movimento globale del paziente, tutto in modo mininvasivo: basteranno i sensori presenti in un normale smartphone". Una novità che, dunque, potrà essere utilizzata da tutti i medici, anche quelli di base, e che li metterà in grado di emettere un responso diagnostico inequivocabile rispetto a un'ipotesi di Parkinson, già nelle primissime fasi della malattia.

"Non solo – prosegue di Biase -, stiamo lavorando anche a uno strumento per ottimizzare l'efficacia delle terapie, che attraverso micro-sensori impiantabili sarà in grado di 'dosare' la quantità di farmaco piu' adatta e indicata per le specifiche condizioni del paziente, variandola se necessario di ora in ora, in modo da mantenerlo sempre adeguatamente mobile". "Un sistema simile a ciò che esiste oggi per i malati di diabete (l'aghetto sottocutaneo che 'legge' la glicemia e rilascia il quantitativo d'insulina necessario per tenerla entro un range stabilito, ndr)", chiarisce Di Biase. Il ricercatore è fiducioso di riuscire a concludere tutti i trials clinici di validazione dei quattro device entro il 2020. A quel punto, se tutto andrà come sperato, potrebbe davvero iniziare un'altra vita per i pazienti parkinsoniani: una giornata non più tormentata da multiple fluttuazioni giornaliere della propria capacità di movimento – tra momenti di 'blocco' motorio, fasi caratterizzate da movimenti involontari e altre in cui torna nuovamente possibile controllare il proprio corpo.

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