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Il Premio Nobel per la medicina del 2017 è stato assegnato a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e a Michael W. Young. Sono i tre ricercatori che hanno scoperto un meccanismo biologico molto particolare: il ciclo circadiano. E’ il meccanismo che regola le funzioni di base del nostro organismo come, per esempio il ciclo del sonno e della veglia.  Utilizzando le mosche della frutta come organismo di modello, i neo premi Nobel hanno isolato un gene che controlla il normale ritmo biologico quotidiano. Dimostrando che questo gene codifica una proteina che si accumula nelle cellule durante la notte, e poi viene degradata durante il giorno.

Si tratta di un annuncio che spiazza rispetto alle indiscrezioni che erano circolate alla vigilia. Del resto, salvo poche eccezioni, come fu quella del Nobel per la Fisica a Peter Higgs nel 2013, avvenuta subito dopo la scoperta del Bosone di Higgs al Cern di Ginevra, l’Accademia Reale della Scienza di Stoccolma difficilmente si lascia anticipare nelle scelte.

Ad accogliere con grande entusiasmo la notizia dell’assegnazione di questo premio, Liborio Perrino, direttore del Centro per la salute del sonno dell'Azienda Ospedaliera dell'Università di Parma. "Finalmente – dice all’Agi – davvero un grande riconoscimento che fa uscire dal cono d'ombra tutto il nostro lavoro. Il ritmo circadiano – aggiunge Parrino – è il pilastro intorno al quale gira il nostro organismo. La cronobiologia (i meccanismi biologici legati allo scorrere del tempo n.d.r.) è come il letto del fiume che permette all'acqua di raggiungere la valle. Si tratta di meccanismi fondamentali dei quali dobbiamo assolutamente tener conto''.

L'alterazione di questi ritmi ha infatti ripercussioni dirette per la salute. ''Sappiamo –  aggiunge Parrino – che il ciclo veglia-sonno ha un ruolo molto importante per quanto riguarda una serie di equilibri che stanno alla base della salute. Per esempio la mancanza di sonno induce molto più frequentemente a sviluppare ipertensione e con essa i rischi correlati di infarto ed ictus. Sappiamo inoltre che la mancanza di sonno ha un importante impatto sulla salute delle donne e sui loro cicli ormonali. Per esempio quelle che fanno turni di notte hanno un rischio maggiore di cancro al seno, così come sappiamo che anche il metabolismo in generale subisce ripercussioni dalla mancanza di sonno''.

Per Parrino l'assegnazione del Nobel agli scopritori del ritmo circadiano è anche una occasione per riflettere, come società, sul modo con cui organizziamo la nostra vita. ''Siamo molto sollecitati – spiega – in continuazione a essere svegli quando dovremmo dormire. Televisioni, chat, smartphone, orari di lavoro sempre più flessibili, hanno come impatto quello di indebolire la nostra capacità di avere un sonno regolare. Dobbiamo imparare a difenderci da queste aggressioni e a dare al sonno la dimensione di cura che merita''. 

La meningite torna a far paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Solo questa settimana si contano due casi: un 13enne morto all'ospedale di Monza, e una donna di 79 anni uccisa da una forma fulminante a Genova. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

"Tutti i malati di SLA hanno diritto alla prescrizione del farmaco Radicut, ora possibile solo a chi ha avuto una diagnosi da meno di 2 anni": è l'appello lanciato sulla piattaforma Change e indirizzato al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. La lettera contiene un'accusa pesante: "Il Sistema Sanitario Nazionale vuole risparmiare abbandonando la maggior parte delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica".  In Italia, infatti, sarebbero appena 1.500 su 6000 i pazienti di Sla che potranno ricevere le prescrizioni

L'appello arriva qualche mese dopo la decisione da parte dell'Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) di inserire, con Determina numero 1224 del 28 giugno 2017, il farmaco nella Lista 648/96 dei farmaci erogabili a totale carico del S.S.N il medicinale Edaravone, meglio noto con il nome commerciale Radicut.

Cos'è Radicut?
 

Il farmaco rallenta la degenerazione

Sperimentato in Giappone, Radicut è la prima vera opportunità terapeutica dopo 20 anni che, non promette miracoli, ma aiuta a rallentare in maniera moderata la degenerazione motoria causata dalla malattia. L’unico farmaco approvato per la Sla, nel 1995 era stato il Rilutek (Riluzolo) che ha dimostrato una modesta efficacia nel prolungare di pochi mesi la sopravvivenza dei pazienti I primi risultati del Radicut – spiega La Stampa  – non furono incoraggianti, visto che non fu registrata alcuna differenza significativa tra i pazienti trattati con l’Edaravone e quelli trattati con il placebo. In altri casi, addirittura, si erano verificati importanti effetti collaterali. Ma analizzando i dati, i ricercatori notarono che una determinata popolazione mostrava una risposta interessante al farmaco. Ed è su questa specifica tipologia di pazienti che si sono concentrate le sperimentazioni successive. S’è così potuti arrivare, come documentato da uno studio pubblicato a maggio sulla rivista scientifica "The Lancet Neurology", a riscontrare che il Radicut induce un lieve rallentamento nel peggioramento dello stato funzionale in pazienti con specifiche caratteristiche: come la comparsa della malattia da non oltre due anni, una disabilità moderata e una buona funzionalità respiratoria.  

Andrea, il primo italiano ad averlo sperimentato

Andrea Zicchieri, presidente dell'associazione CnSLAncio e malato di sclerosi laterale amiotrofica, è stato il primo italiano a volare in Giappone per sottoporsi al trattamento col Radicut. E se oggi il farmaco è arrivato in italia il merito è anche un po' suo. Zicchieri era venuto a conoscenza del nuovo farmaco leggendo su Internet: "Setaccio la rete alla ricerca di ogni notizia che riguardi la malattia e se trovo qualcosa di interessante, cerco di verificare le fonti e l’attendibilità", ha spiegato Andrea in un'intervista rilasciata a Vanity Fair lo scorso luglio. In Giappone il Radicut è stato approvato nel giugno 2015, e la sua efficacia era stata dimostrata". Zicchieri ha preso contatti con il professor Yoshino, che ha seguito la sperimentazione del farmaco e che ha una clinica a Tokyo, poi ha deciso di partire per il Giappone. "Ci sono stato un mese e mezzo, e ho provato il Radicut. Mi ha fatto bene: me ne accorgevo io, ma se ne rendevano conto anche le persone che mi sono vicine. Stavo meglio. È per questo che ho deciso di lottare per far sì che il farmaco potesse essere disponibile anche in Italia". 

La battaglia (mediatica) di Andrea

"Ci hanno messo i bastoni fra le ruote in tutti i modi, hanno provato a bloccare le importazioni, a fermare il farmaco in dogana". Zicchieri non si è comunque arreso. "Ho chiesto un incontro con l’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, poi ho cominciato una battaglia mediatica". Il risultato è che 1.500 persone malate da meno di due anni riceveranno il farmaco gratis, mentre le altre dovranno rinunciarvi. Oppure acquistare una scatola, che dura cinque giorni, alla Farmacia Vaticana al prezzo di 1.200 euro. Per Zicchieri è ingiusto prescrivere il farmaco solo a chi è malato da poco. "Il farmaco funziona anche su chi è malato da più tempo, e io ne sono la conferma vivente. Per questo, la mia prossima battaglia avrà l’obiettivo di rendere il farmaco disponibile per tutti i pazienti, e non solo".

Il morbillo ha fatto la sua quarta vittima del 2017.  Si tratta di un uomo di 42 anni – immunodepresso e non vaccinato – morto la scorsa settimana a Catania. Il bilancio dell'epidemia di morbillo nel nostro Paese conta oggi 4.575 casi (erano stati 800 in tutto il 2016) con quattro vittime. Tra i contagiati, si legge nel bollettino settimanale del ministero della Salute, l'88% non era vaccinato e il 6% è vaccinato con una sola dose. Il 44% è finito in ospedale, il 35% con almeno una complicanza e il 22% in pronto soccorso. Si contano anche 300 casi tra gli operatori sanitari. Il picco si è registrato a marzo con 890 casi mentre a settembre, complice il lungo periodo estivo con le scuole chiuse, si contano finora 63 contagi.

Non è più una malattia dell'infanzia. L'unica soluzione è il vaccino

L'ultima vittima aveva sviluppato i primi sintomi l'8 settembre, con la febbre. Il 10 settembre è comparso l'esantema, indice di morbillo. Gli esami specifici hanno poi confermato la diagnosi. "C'e' in atto un'epidemia di morbillo che ha picchi più alti del solito, è più prolungata nel tempo e tende a colpire non soltanto l'infanzia, ma anche gli adulti" dice Mario Cuccia, responsabile del servizio epidemiologia dell'Azienda sanitaria provinciale di Catania, "dall'inizio dell'anno a Catania abbiamo avuto 165 casi, numeri inconsueti e molto alti che sono legati alle mancate vaccinazioni. Ci sono anche casi di persone vaccinate, ma sono pochi e il quadro clinico è molto più lieve. Si è alzata anche l'età media si attesta intorno ai 23 anni, con casi limiti che sono un bambino di pochi mesi e un 59enne. Non è più una malattia dell'infanzia. L'unica strada è la prevenzione, e quindi i vaccini".


I numeri dell'epidemia

  • 4.575 casi a settembre 2017
  • 800 in tutto il 2016
  • 88% dei contagiati non era vaccinato
  • Il 6% vaccinato con una sola dose
  • Il 44% è finito in ospedale
  • Il 35% ha sviluppato almeno una complicanza

Tutti, dai 30 anni in su, hanno fatto i conti direttamente o indirettamente da bambini con il morbillo, malattia esantematica per eccellenza, che sembrava debellata da diversi anni ma che è ritornata prepotentemente nel 2017, con il numero dei casi aumentato enormemente rispetto all'anno scorso (nei primi 9 mesi si superano i 4.500 malati, mentre in tutto il 2016 furono 800). Una notizia da non sottovalutare: il morbillo, causato da un virus del genere morbillivirus (famiglia dei Paramixovidae), è una malattia molto contagiosa che colpisce spesso i bambini tra 1 e 3 anni, per cui viene detta infantile, come la rosolia, la varicella, la pertosse e la parotite.

Cinque cose da sapere

  1. Si trasmette solo nell'uomo.
  2. In genere non ha sintomi gravi (provoca principalmente un'eruzione cutanea, simile a quelle della rosolia o della scarlattina, e dura tra i 10 e i 20 giorni), m,a in alcuni casi può essere fatale
  3. E' responsabile di un numero compreso tra le 30 e le 100 morti ogni 100.000 persone colpite.
  4. Le complicazioni sono dovute principalmente a superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti (infiammazioni del cervello).
  5. Più a rischio sono i neonati, i bambini malnutriti o le persone immunocompromesse.

Quali sono i sintomi

Ssono simili a quelli di un raffreddore (tosse secca, naso che cola, congiuntivite) con una febbre che diventa sempre piu' alta. Successivamente appaiono dei puntini bianchi all'interno della bocca. Dopo 3-4 giorni, appare l'eruzione cutanea caratteristica (esantema), composta di piccoli punti rosso vivo, prima dietro le orecchie e sul viso, e poi su tutto il resto del corpo. L'eruzione dura da 4 a 7 giorni, l'esantema scompare a cominciare dal collo. A volte, rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno. Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni: inizia all'entrata del virus nell'organismo e finisce all'insorgenza della febbre. La contagiosita' si protrae fino a 5 giorni dopo l'eruzione cutanea, ed è massima tre giorni prima, quando si ha la febbre.

Leggi il post di Giovanni Maga: Il sonno della ragione e la ragione del sonno

Come avviene il contagio

Il morbillo è una delle malattie più trasmissibili. Il contagio avviene tramite le secrezioni nasali e faringee, probabilmente per via aerea tramite le goccioline respiratorie che si diffondono nell'aria quando il malato tossisce o starnutisce. Non esiste una cura specifica. Si possono trattare i sintomi (terapia sintomatica) ma non la causa: paracetamolo per abbassare la febbre, sciroppi per calmare la tosse, gocce per gli occhi. Esiste un rischio di prematurità per i bambini che hanno la madre infetta durante la gestazione.

Come funziona la vaccinazione

In Italia è obbligatoria da 0 a 16 anni grazie al decreto Lorenzin, pena la non iscrizione all'asilo e l'erogazione di multe per i genitori per gli anni successivi. Il vaccino esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr). Si consiglia una prima dose del Mpr prima del 24esimo mese di vita, preferibilmente al 12-15esimo mese, con un richiamo verso 5-6 anni o 11-12 anni. Fino a 6-9 mese, il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata. La durata di immunizzazione del neonato e' inferiore se la madre è stata immunizzata da un vaccino e non dal morbillo stesso. Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi, antineoplastici, antirigetto), nè, per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nel mese successivo. Invece, è consigliato alle persone infette da Hiv che non hanno ancora sviluppato l'Aids. 

L'inverno è ancora lontano, le temperature (almeno quelle diurne) sono ancora miti, e la zanzara tigre non molla la presa. A ottobre è molto probabile che l'epidemia di chikungunya, che nel Lazio ha colpito già 102 persone, continuerà con nuovi casi. A spiegarlo all'AGI è Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, che sta monitorando il diffondersi della malattia sin dalla scoperta del primo focolaio ad Anzio.

"Durante il giorno – spiega Rezza – le zanzare sono ancora attive. I focolai a Roma non sono spenti, il contagio continua. Servono interventi pesanti e mirati di disinfestazione". Su questo la sindaca Raggi ha rivendicato la scelta di utilizzare disinfestanti naturali, non nocivi: "Non conosco direttamente le misure prese dal Comune – commenta Rezza – dico solo che neanche il Ddt ha mai fatto male a nessuno… L'importante è disinfestare come si deve".

"Servono interventi pesanti e decisi"

La malattia in sè non è mortale: febbre alta, forti dolori articolari, qualche giorno e generalmente si guarisce. Tuttavia, l'epidemiologo sottolinea che la chikungunya ha avuto anche effetti 'collaterali' pesanti: "Ricordiamo che questa epidemia ha causato il blocco delle donazioni di sangue in tutta la Asl Roma 2, oltre un milione di persone", sottolinea Rezza, che prosegue: "Per questo prima la sconfiggiamo e prima si può tornare alla normalita'. Servono interventi pesanti, decisi, sia in spazi pubblici che privati, per debellare le zanzare tigre (uccidendo sia le larve che gli esemplari adulti) che peraltro si sono giovate delle piogge di queste ultime settimane". 

Dieci contagi al giorno, in attesa del freddo

Non a caso il numero dei contagi rimane stabile, circa dieci al giorno, senza contare tutte le persone che si sono ammalate e di cui non è stata accertata la positività al virus. È il secondo episodio di epidemia di chikungunya in Italia, dopo quello in Emilia Romagna esattamente l'estate di dieci anni fa: "In quel caso – ricorda Rezza – c'era un focolaio ben definito, concentrato in due paesi limitrofi. Ci furono strascichi che arrivarono a Bologna, e registrammo nuovi casi fino ai primi di ottobre. Ma lì si intervenne pesantemente, e la situazione è tornata alla normalita'". Anche a Roma l'auspicio è che in poche settimane si possa mettere la parola fine all'emergenza: "Con una disinfestazione massiccia – insiste l'esperto dell'Iss – e anche, ovviamente, con l'arrivo del freddo, che è il nostro principale alleato".

Leggi ancheChe cos'è l'infezione Chikungunya e quali zanzare la trasmettono

Come ha fatto una zanzara asiatica a portarci un virus africano?

 

Dalle aule della politica alle aule scolastiche, lo scontro sull’introduzione del vaccino obbligatorio ha messo i presidi in una situazione scomoda e delicata: quella degli sceriffi. “Stiamo applicando la legge sui vaccini ma ci sentiamo presi tra l’incudine del principio etico dell’accoglienza e del diritto allo studio e il martello della tutela della salute” ha spiegato alla Stampa Ezio Delfino, presidente della sigla Dirigenti Scuole Autonome e Libere.

Per molti dirigenti scolastici l’obbligo di dover controllare lo stato vaccinale degli studenti è un peso, ma se la legge li grava con questo compito, loro vorrebbero cedere ‘la stella’ alle Asl. Se non altro perché le baruffe agli ingressi delle scuole non sono un buon esempio per gli studenti. In realtà la situazione, fanno sapere, è sotto controllo, salvo qualche tensione all’ingresso di pochi – per ora – istituti. A Milano, dove le proteste per l’obbligo di vaccinazione sono state poche decine, su 33mila studenti, una famiglia ha addirittura chiamato i carabinieri quando si è trovata il passo sbarrato dal personale scolastico. Come spiegano molti dirigenti, alcune famiglie non hanno neanche ben capito fin dall’inizio cosa si stesse chiedendo loro. Insomma, non no-vac, ma genitori appena tornati dalle vacanze e che non hanno avuto il tempo di adeguarsi alla nuova regola.

In fondo la legge è stata approvata a fine luglio e questa confusione, più che dal provvedimento in sé, sembra derivare dai tempi strettissimi: la circolare con la quale il ministero dell’Istruzione ha fornito gli istituti delle necessarie indicazioni per favorire l’obbligo di vaccinazione è arrivata il 16 agosto, a un mese dall’inizio delle lezioni. Con tutti gli uffici chiusi e i bambini al mare.

Basta un’autocertificazione

La scadenza per la presentazione del certificato per chi ha i figli alla materna e all’asilo era il 10 settembre. Tuttavia gli istituti hanno dieci giorni prima di trasmettere le liste dei non vaccinati alle Asl, e li stanno usando appunto per lasciare che le famiglie si mettano in regola e per attuare delle strategie last-minute di sensibilizzazione. Il ministero ha chiarito che è sufficiente produrre una prova della volontà di prendere appuntamento per fare i vaccini. In parole povere il genitore deve dimostrare che sta cercando di far vaccinare il figlio. Naturalmente nel caso di autocertificazione vale il principio che dichiarare il falso comporta un reato.

Perché un 'possibile' da furbetti non può bastare

Scadenza diversa invece è quella per tutti gli altri gradi d’istruzione, che hanno tempo fino al il 31 ottobre per fornire una prova di essere stati vaccinati o di aver richiesto un appuntamento. A questo punto le famiglie avranno tempo fino al 10 marzo per mettersi in regola e non incorrere in sanzioni che possono andare dai 100 euro ai 500. Il tempo per prendere un appuntamento, certificarlo e vaccinarsi insomma c’è tutto.

Secondo la Stampa, in Friuli e in altre regioni le Asl avrebbero ricevuto decine di raccomandate dove si richiede un appuntamento “per effettuare possibili vaccinazioni”. Insospettisce quel ‘possibili’ che sembra spianare la strada per delle proroghe fai da te. La Lorenzin ha chiarito che in questo caso la richiesta non si considera effettuata.

 

Il Viagra non avrebbe mai visto la luce, e con lui milioni di uomini, se un’infermiera zelante non avesse fatto scrupolosamente il suo lavoro. Come racconta Quartz in un articolo sulla nascita ‘casuale’ della miracolosa pillola blu, il principio attivo della più famosa medicina per la disfunzione erettile mai messa in commercio, il Sildenafil, in origine era impiegato nel trattamento dei problemi cardiovascolari. 

Una scoperta casuale

In particolare, all’inizio degli anni ’90 i ricercatori stavano lavorando sulla possibilità che questo dilatasse i vasi sanguigni del cuore bloccando una particolare proteina di nome Pde-5. Dopo il discreto successo dei test sugli animali, era arrivato il momento di passare alla sperimentazione umana. E qui accadde il ‘miracolo’: tra le infermiere che controllavano le reazione dei pazienti, una “molto coscienziosa” si accorse che “parecchi di loro stavano sdraiati a pancia in giù”. Annotò la cosa, sottolineando che “gli uomini erano imbarazzati perché avevano erezioni”. Sembrava quindi che il sildenafil funzionasse, ma nella zona del corpo sbagliata: i vasi sanguigni si dilatavano ma non nel cuore, bensì nel pene.

La scoperta portò la Pfizer, che stava sperimentando il medicinale, a lanciare qualche tempo dopo il Viagra. Il medicinale per la disfunzione erettile venne approvata dalla Fda – la Food and Drug Administration americana – nel 1998. Da allora, nel giro di vent’anni, si è diffuso su scala mondiale: sono 62 milioni gli uomini che l’hanno comprata ai quattro angoli della Terra, le forze armate statunitensi vi spendono 41,6 milioni di dollari all’anno e dal 2012 a oggi, Usa, Messico e Canada hanno speso annualmente circa 1,4 miliardi di dollari. Un giro d’affari colossale che si presumerà calerà una volta che il brevetto della Pfizer terminerà nel 2020.

Secondo questa ricerca della Coop il consumo di Viagra in Italia è diminuito.

Altri usi terapeutici della pillola blu

Non solo. Spesso si scopre che le medicine, una volta lanciate in commercio su larga scala, sono utili per curare anche altre patologie. E il Viagra non fa eccezioni. Circa un decennio dopo il suo arrivo nelle farmacie, i ricercatori sono tornati a interrogarsi se potesse essere utile anche per problemi cardiaci, come originariamente previsto. Nel 2005 l’Fda ha approvato l’uso della stesso composto per l’ipertensione arteriosa polmonare, che colpisce sia uomini che donne, in commercio con il nome di Revatio.  

Un percorso niente affatto sorprendente in medicina. L’uso di un farmaco da parte di un gran numero di pazienti favorisce infatti la scoperta di effetti collaterali che possono indicare un uso alternativo degli stessi principi attivi per curare altre patologie. Lo stesso è avvenuto con il canakinumab, usato dalla Novartis per trattare una forma di artrite, che si è scoperto funzionare bene anche per il trattamento dei problemi cardiaci.

Ugualmente, dal 2008 il bimatoprost, presente nel medicinale Lumagen prodotto dall’Allergan per l’alta pressione oculare, ha un secondo utilizzo per aumentare la crescita delle ciglie sotto il nome di Latisse. Così il finasteride, inizialmente usato nel Proscar della Merck per problemi alla prostata, oggi è utile anche per chi ha problemi di calvizie. Tutto grazie all’attenzione con cui i pazienti riferiscono gli effetti collaterali: questo può accendere una ‘lampadina’ nella mente degli scienziati e dare il via a nuove sperimentazioni.

Un esame del sangue per scovare il tumore. Senza biopsie, senza test radiologici o colonscopie. Uno dei 'sacri Graal' dell'oncologia mondiale, da sempre evocato ma mai raggiunto, potrebbe diventare presto realtà: "Penso in pochi anni, è solo una questione di sviluppo tecnologico ma sappiamo già come fare". A parlare all'Agi è il biologo Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell'Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo (Torino), considerato unanimemente il pioniere della 'biopsia liquida', che tra i primi nel 2009, al suo ritorno da un periodo di ricerca negli Usa (un "cervello di ritorno", dunque: "E non mi pento"), ha messo in piedi un programma di analisi di mille pazienti con tumore al colon tramite esame del sangue "per monitorare nel tempo l'evoluzione dei tumori".

Una biopsia poco invasiva, che potrebbe aiutare quando quella tradizionale non è possibile

Ma non solo: i tumori sono uno diverso dall'altro, e le potenziali risposte alle terapie dipendono da particolari mutazioni genetiche difficili da individuare, ma fondamentali per decidere appunto quale terapia sarà più efficace, e quando farla. La biopsia tradizionale, cioè il prelievo di una piccola parte del tumore, non è sempre possibile, e presenta diversi rischi per la salute del paziente. "Per questo stiamo lavorando da anni su quella che abbiamo definito 'biopsia liquida' – spiega Bardelli – e siamo i primi, con lo studio 'Kronos', a adottarla per decidere le tempistiche delle terapie in base alle mutazioni genetiche che riscontriamo nei diversi pazienti".

Obiettivo: la diagnosi precoce del cancro

Ma l'obiettivo grosso è la diagnosi precoce del cancro, riuscire con un esame del sangue a individuare, per esempio, il tumore al colon senza bisogno di colonscopia. "Un esame, lo sappiamo tutti, non gradevole, e che anche per questo non viene fatto da tutti coloro che invece, per età o per fattori di rischio familiare, dovrebbero farlo. Un semplice esame del sangue non darebbe gli stessi problemi, e penso che con la diagnosi precoce così a tappeto il tumore al colon sarebbe praticamente sconfitto. Se preso in tempo, infatti, è perfettamente guaribile".

Un cervello in fuga, di ritorno dall'America

Ma la visione del biologo italiano tornato dall'America, e premiato proprio in questi giorni al congresso di oncologi europei Esmo a Madrid per le sue ricerche pionieristiche sulla biopsia liquida, guarda anche oltre: "Pensiamo all'importanza che potrebbe avere fare l'esame del sangue, una volta l'anno, a tutti i fumatori. I costi sarebbero contenuti, e potremmo scoprire precocemente praticamente tutti i casi di cancro al polmone, alzando enormemente le percentuali di efficacia delle terapie". Non è solo un sogno: in America il progetto 'Grail' (chiamato così proprio per richiamare il 'Graal', il sogno di tutti gli oncologi), innovativa startup con dietro colossi come Bill Gates e Jeff Bezos, sta lavorando con questo obiettivo, con il coinvolgimento diretto dei ricercatori italiani: "Io sono ottimista – sottolinea Bardelli – credo che in pochi anni ci si arriverà, e sarà una rivoluzione".

"In pochi anni ci sarà una rivoluzione". E parlerà anche italiano 

Una rivoluzione che parla italiano: non a caso il biologo torinese, fresco di premio (dato per la prima volta a un ricercatore del nostro Paese) è presidente eletto dell'Eascr, l'associazione europea dei ricercatori. Nello stesso periodo in cui Fortunato Ciardello, medico napoletano, è presidente degli oncologi europei Esmo. Un tandem italiano alla guida sia dei medici che dei ricercatori d'Europa. "Perchè l'Italia ha enormi potenzialità – si congeda Bardelli – abbiamo grandi ricercatori, grandi medici e alcune strutture d'eccellenza. Sappiamo bene quali e quanti siano i problemi, ma questo non dimentichiamocelo mai". 

Quando si pensa agli effetti del fumo sulla nostra salute difficilmente vengono in mente le possibili conseguenze sullo stato dei nostri denti. Eppure, non solo il fumo è considerato un importante fattore di rischio per le malattie parodontali (gengiviti e parodontiti), aumentandone  prevalenza e gravità. Fumare riduce anche il successo dei trattamenti a cui ci sottoponiamo per curare queste malattie e riduce il successo dei costosi impianti dentali.

Lo conferma uno studio presentato al Congresso della European Respiratory Society  da un team di ricercatori tunisini guidati dalla dottoressa Imen Youssef. I ricercatori hanno  esaminato per un periodo di 4 anni, dal 2013 al 2016, 576 pazienti fumatori attivi. All'interno di questo gruppo di fumatori, il fumo è stato ritenuto responsabile del 20% delle cheratosi da tabacco, soprattutto fra chi fumava da oltre 20 anni. L'80% dei fumatori riscontrava inoltre malattie parodontali, il 70% recessioni o distacco dei denti, il 62% tasche gengivali e il 61% alveolisi, un riassorbimento dell'osso alveolare dentario che mette progressivamente a nudo la radice dei denti.

Ai fumatori si modifica la mucosa orale

La ricerca mostra che nei fumatori abituali si osservano diverse modificazioni della mucosa orale che molto probabilmente sono il risultato dell’esposizione ai numerosi agenti irritanti, tossine e prodotti cancerogeni derivati dalla combustione del tabacco, o dell’effetto essiccante dell’aria calda inspirata, delle alte temperature, dei cambiamenti di pH nella bocca, e della risposta immunitaria o di un’alterata resistenza a infezioni virali o micotiche. Secondo i dati più recenti della Sorveglianza PASSI 2008-2015 dell'Istituto Superiore di Sanità, a fumare di più è chi vive in condizioni economiche più svantaggiate (il 35% contro il 20% di chi vive in condizioni economiche medio-alte). Le stesse persone che poi si troverebbero più in difficoltà a sostenere le spese odontoiatriche. Smettere di fumare fa dunque bene ai polmoni, al cuore ma anche ai denti.

Cosa fare per smettere di fumare, senza drammi

  1.  Imposta la data dell' “ultima sigaretta”
  2.  Cerca di individuare che cosa fa scattare in te la voglia di fumare e cerca di evitare questa situazione
  3.  Ricorda spesso a te stesso perché senti il bisogno di smettere di fumare
  4.  Frequenta luoghi dove le persone non fumano
  5.  Tieni occupata la tua mente. L'esercizio fisico quotidiano per esempio è una buona distrazione e aiuta a contrastare il possibile aumento di peso dovuto all'astinenza.
  6.  Bevi molta acqua.
  7.  Fai respiri profondi.
  8.  Chiedi aiuto: al medico, al farmacista o all'infermiere. Esistono anche servizi di helpline telefonico o tramite internet.

Healthy Lungs for Life’ e l’importanza dell’aria pulita per la nostra salute

Respirare aria pulita e smettere di fumare: questi i temi al centro della campagna 'Healthy Lungs for Life', organizzata dalla European Lung Foundation in contemporanea con il Congresso annuale della European Respiratory Society, che quest'anno si svolgerà a Milano dal 9 al 13 settembre. La campagna propone attività e incontri pubblici per sensibilizzare sull'importanza dell'aria pulita per la nostra salute. Nella centralissima via Luca Beltrami, davanti al Castello Sforzesco, l'8 e il 9 settembre medici e operatori sanitari della European Respiratory Society misureranno la funzionalita' respiratoria di chi si presenterà nella struttura Healthy Lungs for Life.

L'evento culminante della campagna sarà un incontro pubblico l'11 settembre (dalle 18,30 alle 20,30) con gli esperti sul tema "Respirare aria pulita e smettere di fumare" nella Sala Conferenze di Palazzo Reale di Milano. Risponderanno alle domande di associazioni e cittadini vari specialisti della materia fra i quali Francesco Forastiere del Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, Anna Gerometta, presidente dell'associazione "Cittadini per l'aria", Sara de Matteis dell'Imperial College London, Giulia Veronesi di Humanitas, Roberto Boffi, dell'Istituto Nazionale dei Tumori e Dan Smyth, presidente della European Lung Foundation.

Non è solo una questione di malaria o di flussi migratori: tra aerei, valigie e container, le zanzare ormai viaggiano da un continente all'altro, ampliando a dismisura il raggio in cui possono portare i virus di cui sono vettore. E' per questo che gli spostamenti globali delle diverse specie di zanzara vengono monitorati da una rete capillare di medici e ricercatori che fanno riferimento agli European Centers of Disease Control (ECDC) o alla rete Promed. A essere tenuti sotto stretta sorveglianza sono proprio gli aeroporti internazionali. "Sono ormai diversi i casi che vengono riportati nella letteratura ufficiale della cosiddetta 'malaria d'aeroporto' – spiega all'AGI, Alessandra della Torre, parassitologa del Dipartimento di Sanità Pubblica e malattie infettive de La Sapienza di Roma – legata all'arrivo nelle aree limitrofe ai grandi scali di zanzare infette che sbarcano direttamente dagli aerei, dalle valige e dai container".

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Nascita di un fenomeno: la malaria d'aeroporto

Sono diverse le specie di zanzare che hanno usato i mezzi di trasporto creati dall'uomo per trovare nuove nicchie ecologiche nelle quali inserirsi e prolificare anche molto al di fuori dei loro aree di distribuzione tradizionali. Non solo quelle che appartengono al gruppo delle Anopheles, che sono quelle che sono in grado di trasmettere i plasmodi della malaria. Un caso su tutti è quello della zanzara tigre asiatica, Aedes albopictus, che dai suoi territori di origine nel Sud Est asiatico di è diffusa ormai in tutto il mondo, Italia compresa. "Si tratta – ha spiegato della Torre – di una delle specie animali che hanno dimostrato tra le maggiori capacità di adattamento e questo le ha permesso di colonizzare territori anche molto diversi da quelli originari" come per esempio l'area del bacino del Mediterraneo (Italia, Francia meridionale e Spagna) o gli Stati Uniti. 

La zanzara tigre e la sua diffusione in Italia

La zanzara tigre asiatica ha fatto capolino in Italia all'inizio degli anni '90. Il suo principale veicolo di trasporto è stato l'acqua contenuta all'interno dei copertoni usati che venivano spediti in ogni parte del mondo. ''Il segreto del successo di questa specie spiega della Torre – è legato alla capacità di regolare la schiusura delle uova in maniera tale da superare la rigidità del clima invernale". In pratica questi insetti in autunno producono uova che sopravvivono alle basse temperature e si schiudono solo quando le condizioni climatiche migliorano la primavera successiva, riuscendo così a proteggere dal freddo i nuovi nati.

Una rete di medici e ricercatori monitorano gli spostamenti delle zanzare

Con le zanzare si spostano anche i virus. E' per questo che gli spostamenti globali delle diverse specie di zanzara vengono monitorare da una rete capillare di medici e ricercatori che fanno riferimento agli European Centers of Disease Control (ECDC) o alla rete Promed. "Questo tipo di zanzare ha la capacità di trasmettere diverse tipologie di virus alle quali sono associate diverse malattie", ha sottolineato la della Torre. La zika, ma anche la dengue, e la chikungunja, una forma di febbre che nel 2007 a Ravenna ha registrato una vera e propria epidemia. "In quel caso – ricorda della Torre – zanzare autoctone punsero un individuo malato arrivato dall'India e trasmisero la malattia a 250 persone a Castiglione di Ravenna, su una popolazione di circa 2000 abitanti". 

 

 
 
 

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