Newsletter
Video News
Oops, something went wrong.
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

L’appuntamento annuale con il cambio dell’ora e con l’arrivo dell’inverno per molti è causa di malinconia. Ma c’è chi vive il passaggio in modo più serio e duraturo, al punto da ritrovarsi a fare i conti con una vera e propria “tristezza invernale” i cui sintomi toccano sia la sfera psicologica che quella fisica. In particolare, chi ne soffre lamenta mancanza di energia, problemi di sonno e mancanza di stimoli. Ma secondo il Guardian, per il 6% dei britannici e il 2-8% della popolazione dei Paesi più a nord, la “tristezza invernale” si fa sentire con sintomi talmente severi da rendere difficile a chi ne è affetto svolgere le normali funzioni o lavorare. Si tratta di una forma di depressione innescata dai cambi di stagione, chiamata appunto “disordine affettivo stagionale o Sad”.

Come riconoscerla

Oltre ad essere demotivati, le persone affette da questa particolare forma di Sad presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia. Non più lieve, né meno grave. Semplicemente diversa. “Le persone che ne soffrono sono malate proprio come i depressi cronici. Ed è importante ricordare che moltissime persone soffrono di quella che noi chiamiamo depressione subsindromica”.

Una persona su 10 ha il mal d’inverno

Secondo le stime, il 10-15% della popolazione soffre di ‘mal d’inverno’. Queste persone lottano per tutto l’autunno e l’inverno e lamentano gli stessi sin tomi dei depressi pur non essendo definiti ufficialmente tali. E nell’emisfero nord il tasso aumenta a uno su tre. Le più colpite sono le donne che rappresentano l’80% dei casi. La percentuale scende tra le più anziane.

Le cause risalgono all’era glaciale

Il dato ha portato i ricercatori a credere che una delle cause della depressione stagionale risieda nell’evoluzione. “Diecimila anni fa, durante l’era glaciale, gli ominidi avevano questa tendenza a rallentare con l’arrivo dell’inverno al fine di preservare l’energia. E questo era particolarmente utile per le donne in età riproduttiva perché la gravidanza era un evento molto impegnativo a livello fisico. Ma ora viviamo 24 ore al giorno e ci si aspetta il massimo rendimento da noi”, sostiene Robert Levitan, professore dell’Università di Toronto.

Ma anche la serotonina fa il suo

“Sappiamo già che la dopamina e la noradrenalina giocano un ruolo determinante nel modo in cui ci svegliamo al mattino e in cui il cervello si energizza”, spiega Levitan. In particolare è stato dimostrato che nelle persone affette da Sad “il livello di melatonina, che controlla il sonno, è rallentato al punto da inviare messaggi erronei al corpo sulle diverse fasi del giorno”. Fondamentale è anche “la serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’ansia, la felicità e l’umore”.  Quando la luce diminuisce in inverno, anche il complesso sistema di interdipendenza degli ormoni ne risente. Al punto che uno dei nuovi metodi messi a punto per contrastare alcuni tipi di depressione consiste in una terapia a base di luce. 

Quasi 200mila casi l'anno solo in Italia, di cui il 20% non sopravvive, e 50mila persone che devono convivere con gravi disabilità. Sono i numeri dell'ictus, la terza causa di morte, la prima causa di disabilità nell'adulto e la seconda causa di demenza a livello mondiale, di cui oggi si celebra la giornata mondiale. Malgrado in Italia, come negli altri paesi europei, il tasso di mortalità sia diminuito negli anni, il nostro Paese rimane tra i più a rischio per questa patologia, come spiega Simona Giampaoli, del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'Istituto Superiore di Sanità.

I rischi della dieta mediterranea

"L'Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus – spiega l'esperta – sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l'ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali". Nel mirino paradossalmente la dieta mediterranea, che da sempre la medicina indica come un regime alimentare sano ed equilibrato. Una dieta però, sottolinea Giampaoli, "caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi". Inoltre, alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell'ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l'ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l'infarto del miocardio).

Ma il 50% degli eventi può essere prevenuto

Tutti fattori che è fondamentale conoscere, perchè l'ictus non è una condanna inevitabile: "La ricerca epidemiologica – conferma l'esperta – ha dimostrato che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l'impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale, sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento".

Allora cosa fare? "Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l'aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale".

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane:

  • abolizione del fumo;
  • riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno);
  • diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati)
  • riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

Quanta attività fisica?

Ma anche chi non ha mai avuto problemi di questa natura deve attenersi a semplici indicazioni: "L'attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l'alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste".

Perchè ictus e stili di vita camminano a braccetto, specie con il boom di sovrappeso e obesità di questi ultimi decenni: "L'ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative – spiega Giampaoli – riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete. Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone".

Solo il 5-10% delle persone hanno uno stile di vita sano

Purtroppo le persone che adottano stili di vita sani "costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata". Il fenomeno non è da sottovalutare: se è vero, come riporta il Global Burden of Disease, che i decessi causati da ictus si sono ridotti negli ultimi 20 anni in tutti i paesi dell'Unione Europea, uno studio inglese realizzato dal King's College di Londra prevede un aumento del 34 per cento dell'incidenza della patologia nei prossimi 20 anni (dai 613.148 nuovi casi all'anno nel 2015 agli 819.771 nel 2035), a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. I costi collettivi dell'ictus sono valutati nello studio in 3,7 miliardi di euro, il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale.

Le sei regioni italiane che hanno un programma di riabilitazione

Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. Gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono poi gli oneri che cadono sulle spalle delle famiglie. "È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus", è l'appello lanciato da Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus. "La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali", sottolinea. Peccato che solo 6 regioni in Italia presentano percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d'Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Per le altre la strada è ancora lunga.

Addio incubi. O benvenuti, se vogliamo vivere un film dell’orrore sapendo di essere al sicuro. Diventare registi dei propri sogni (letteralmente) non solo è possibile ma c’è un metodo scientifico grazie al quale, una volta compresa la tecnica, tutti possono decidere la trama e l’esito della loro avventura notturna. Il metodo, tutt’altro che facile, è oggetto di studio di alcuni ricercatori dell’Università di Adelaide. 

Cos’è l’onironautica

Il nome scientifico è "onironautica" , meglio conosciuta come “sogno lucido”. Ed è il fenomeno di prendere coscienza durante il sogno del fatto di stare dormendo, e la conseguente capacità di muoversi coscientemente all'interno di un sogno. Il "sognatore lucido", detto anche onironauta, può, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno. L’obiettivo, insomma, è quello di riuscire a produrre un racconto in cui, appunto, è possibile determinare i fatti a comando partendo dalla consapevolezza di essere in un sogno. 

Uno studio, tre tecniche

I ricercatori hanno chiesto a 170 volontari di sperimentare una tra tre diverse tecniche per favorire questa esperienza,  riporta la rivista Focus. A labbra serrate: La prima tecnica consisteva nell'introdurre piccoli test di controllo della realtà in fase di veglia, nella speranza di innescare un'abitudine da riprendere durante il sonno. Ai volontari è stato chiesto, per esempio, di abituarsi, da svegli, a serrare le labbra e inspirare: se nell'arco della notte avessero percepito la stessa posizione dei muscoli facciali, avrebbero potuto pensare per alcuni istanti di essere svegli.

Il post-it: La seconda tecnica prevedeva di svegliarsi per alcuni minuti dopo cinque ore di sonno e poi tornare a dormire. La frase chiave: La terza consisteva nel fare la stessa cosa, ma dopo essersi ripetuti più volte: "La prossima volta che starò sognando, mi ricorderò che sto sognando". Il metodo chiamato MILD (mnemonic induction of lucid dreams), sfrutta la memoria prospettica, cioè la capacità di appuntarsi mentalmente delle cose da fare in futuro.

Tre, il numero perfetto

Prima dell'esperimento, i partecipanti hanno tenuto per una settimana un diario sui propri sogni, e solo l'8% di quelli riportati è stato di tipo lucido. Quindi i volontari sono stati divisi in tre gruppi, che nella seconda settimana hanno rispettivamente sperimentato solo la prima tecnica, solo la prima e la seconda o tutte e tre insieme. 

L'unione dei tre metodi ha dato i migliori risultati: chi era finito nell'ultimo gruppo – quello in cui si utilizzavano tutti e tre i metodi –  ha riferito un sogno lucido nel 17% dei casi.

Restare svegli per 5 minuti non vi dispiacerà

In particolare l'aggiunta della tecnica MILD a quella del rimanere svegli 5 minuti e poi tornare a dormire ha portato a un incremento del 46% di sogni lucidi rispetto al solo "svegliarsi e riaddormentarsi". I test di controllo di realtà, da soli, non hanno invece portato a risultati significativi. "Un'ultima nota: l'esperienza del sogno lucido non è sembrata influire sulla qualità del sonno dei soggetti.

Perché è importante questa tecnica

Raffinare questa tecnica – osserva Focus – potrebbe un giorno servire a sfruttare i sogni lucidi nel trattamento del disturbo post traumatico da stress o dei sonni funestati da incubi. Nel frattempo, la si utilizzerà per aumentare la quantità di queste esperienze "a comando", da studiare a fini di ricerca. "Questi risultati ci portano un passo avanti verso lo sviluppo di tecniche di induzioni lucide altamente efficaci che ci permetteranno di studiare i numerosi vantaggi potenziali del sogno lucido, come il trattamento per gli incubi e il miglioramento delle abilità fisiche e delle abilità attraverso la prova nell’ambiente del sogno lucido”, ha dichiarato Denholm Aspy, della School of Psychology dell'Università di Adelaide in Australia. 

Una mela al giorno toglie il medico di torno. A patto che sia ben lavata. Ci sono mele in commercio talmente belle, di un invitante rosso lucido, che viene subito voglia di addentarle. Ma a meno che non siano biologiche, non fatelo. I pesticidi utilizzati in agricoltura per tenere lontano i nemici della crescita sono tutti depositati sulla buccia. E non basta strofinarle con un fazzoletto di carta per eliminarli. Cosa fare? Ecco 5 modi naturali (+1 chimico) per mangiare una mela in tutta sicurezza senza rinunciare al piacere di addentarla (e alle fibre contenute nella buccia).

Le 3 soluzioni di Lili He

Lili He, ricercatrice e chimica dell’Università del Massachussettes, Amherst, ha adottato tre soluzioni. Prima di procedere agli esperimenti, spiega Quartz,  i ricercatori della He hanno spruzzato un funghicida al tiabendazolo e un insetticida al fosmet e li hanno lasciati agire per 24 ore. Poi, sono passati al lavaggio, in tre modi diversi:

  1. Hanno sciacquato ogni mela con acqua semplice
  2. Hanno utilizzato l’amuchina
  3. Hanno lavato il frutto con una soluzione di acqua e 1% di bicarbonato di sodio

I ricercatori hanno avuto conferma del fatto che dopo 2 minuti il bicarbonato di sodio aveva rimosso più pesticidi rispetto agli altri due metodi. Dopo 15 minuti sia il funghicida che l’insetticida erano spariti dalla buccia. E se anche una minima parte penetrasse fino alla polpa, non costituirebbe un pericolo per la salute. Per limitare al massimo l’esposizione, Lili He suggerisce di utilizzare un cucchiaio di bicarbonato ogni due tazze di acqua.

E 3 metodi green

Alle tre soluzioni di Lili He, se ne aggiungono altre tre suggerite dal sito “Green Me”. Rigorosamente, verdi.

Acqua e sale

Lavare le mele (ma in generale tutta la frutta e le verdure) con acqua leggermente salata rimuoverà gran parte dei residui di pesticidi normalmente presenti sulle superfici degli alimenti. Il semplice lavaggio con acqua fredda rimuove il 75-80% dei residui di pesticidi presenti sulle bucce. Il Center For Science And Environment (Cseindia), poi, suggerisce di lavare due o tre volte uva, mele, prugne, pesche, pere e pomodori. Lavate bene l'insalata, procedendo foglia per foglia. Anche l'immersione in acqua bollente e l'esposizione al vapore aiuterebbero ad eliminare i residui di pesticidi dagli alimenti.

Soluzione di acqua e aceto 

Come fare? Versate in una ciotola 1 parte d'aceto e 2 parti d'acqua (ad esempio, 1 bicchiere d'aceto e 2 bicchieri d'acqua). Immergete la frutta e la verdura in questa soluzione per 15-30 minuti. Strofinate bene con una spazzolina per rimuovere eventuali residui di sporcizia. Quindi risciacquate sotto l'acqua fredda per 15-30 secondi.

Spray al bicarbonato e limone

In sostituzione dei detergenti “lavafrutta” è possibile preparare uno spray fai-da-te per la pulizia di frutta e verdure. Basta mescolare 1 cucchiaio di succo di limone, 2 cucchiai di bicarbonato di sodio e una tazza d'acqua (250 ml circa). Unite in una ciotola tutti gli ingredienti indicati e mescolate fino a quando il bicarbonato non si sarà disciolto. Quindi versate la soluzione ottenuta in un flacone con spruzzino. Vaporizzate il preparato sulla frutta e sulla verdura. Lasciate agire per 5-10 minuti e poi risciacquate ed eventualmente spazzolate per eliminare i residui di povere e sporcizia.

 

 

Passeggiare nei boschi, ammirare il foliage, raccogliere frutti e piante spontanee e poi tornare a casa e usarli per cucinare dei deliziosi piatti. Sono molti gli italiani che in questo periodo dell’anno scelgono di trascorrere una giornata a contatto con la natura. E diversi quelli che si improvvisano raccoglitori di erbe e piante, pagando il prezzo della disinformazione con un’intossicazione, nel migliore dei casi.

A settembre una coppia di Cona, in provincia di Venezia, è morta a causa di un'intossicazione da colchicina, polvere gialla molto simile allo zafferano che si estrae dal colchio d'autunno. Giuseppe Agodi, 70 anni, e la moglie Lorenza Frigatti, 69 anni, avevano raccolto i fiori di questa pianta scambiandola per zafferano e, una volta a casa, l’hanno utilizzata per preparare il risotto.

A fine settembre, invece, un’intera famiglia è finita in ospedale per intossicazione dopo aver mangiato una confezione di spinaci, che secondo le analisi conteneva mandragora: una pianta allucinogena nell’aspetto molto simile agli spinaci.

5 casi in cui uno scambio potrebbe costare la vita

La mandragora scambiata per borragine: La mandragora (Atropa mandragora o Mandragora officinarum) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, la radice ha una forma caratteristica che somiglia ad una figura umana e tradizionalmente nota per le sue proprietà anestetiche, sedative ed analgesiche.

Nel passato se ne attribuivano proprietà magiche ed è ancora conosciuta nella tradizione popolare come erba del diavolo o delle streghe proprio per la sua azione allucinogena. Si tratta di una pianta spontanea molto simile alla Borago officinalis (commestibile) di cui si differenzia tra l'altro per le foglie più piccole.

Tra più potenti veleni sono di origine vegetale, la scopolamina è ottenuta proprio da piante appartenenti alla famiglia delle solanaceae. Può avere diversi effetti sull'organismo a seconda delle dosi ingerite e delle condizioni del soggetto; l’alcaloide causa agitazione, confusione, allucinazioni e nei casi più gravi persino il coma.

ll colchico autunnale confuso con lo zafferano: Il colchico (Crocus sativus) contiene l’alcaloide colchicina il quale in dosi farmacologiche ha proprietà antiinfiammatorie, mentre in caso di ingestioni accidentali l'intossicazione può portare anche alla morte nel giro di pochi giorni se non riconosciuta in tempo.

Tra i sintomi causati da questo alcaloide, bruciore alla bocca, nausea, vomito, diarrea sanguinolenta, aumento della frequenza cardiaca e dolori toracici. I primi compaiono precocemente, da 2 a 5 ore dopo l’ingestione di parti della pianta. I sintomi tardivi (oltre le 24 ore), invece, consistono in febbre e insufficienza epatica e renale. La febbre può persistere per alcune settimane.

Il veratro scambiato per genziana: È una pianta tossica sia per l'uomo che per gli animali. Numerosi sono gli avvelenamenti per aver bevuto liquori casalinghi preparati, anziché con le radici aromatiche e amare della genziana, con quelle del veratro (Veratrum album) velenoso mortale.

La somiglianza tra le due piante è in effetti notevole e sono ancor più facilmente confondibili perché crescono nello stesso habitat, prati e pascoli dai 1000 ai 2000 metri. Ma qualcosa le differenzia: il veratro ha fiori verdi o biancastri e foglie ellittiche, prive di picciolo erette e rigide, disposte in modo alternato sul fusto.

La genziana ha invece fiori gialli punteggiati di bruno e foglie leggermente concave opposte a due a due lungo il fusto. Il rischio di confonderla con la genziana aumenta in autunno, momento adatto per la raccolta della radice, quando le piante sono ormai appassite. Basta osservare le radici, a ciuffo corte e sottili nel veratro, a forma invece di lungo rizoma cilindrico giallo chiaro nella genziana.

L’aconito al posto del radicchio selvatico: L’Aconito è una pianta perenne che s'incontra nei pascoli alpini. Si riconosce facilmente per le foglie fortemente incise e per il tipico pennacchio di fiori blu-violetti o gialli. Un occhio poco esperto lo potrebbe confondere con il radicchio selvatico (o cicoria comune).

Ma l’aconico è velenoso: tutte le parti della pianta contengono alcaloidi particolarmente tossici, che agiscono sul sistema nervoso, prima stimolando poi paralizzando. La loro ingestione è mortale. Non solo: gli alcaloidi possono anche essere assorbiti attraverso la cute, quindi anche la raccolta dei fiori d'Aconito può risultare pericolosa, provocando torpori, vomito.

Belladonna scambiata per mirtillo: È la più conosciuta fra le “erbe delle streghe” ed è stata associata ai riti satanici. L'intossicazione infatti è caratterizzata da allucinazioni e disordini psicomotori che provocano in chi l’ha ingerita risa, urla, sensazione di levitazione. Si è ipotizzato che il sabba delle streghe fosse il risultato dell'uso rituale di belladonna.

Il nome del genere, Atropa, allude alla Parca che tagliava il filo della vita. A una prima fase eccitatoria e allucinatoria seguono i classici sintomi dell'avvelenamento muscarinico: dilatazione delle pupille, secchezza delle fauci, rossore cutaneo, disturbi cardiocircolatori e infine paralisi respiratoria. Prima dell'avvento degli anestetici di sintesi era usata come anestetico chirurgico. Gli effetti sono dovuti ad alcaloidi (atropina, scopolamina, iosciamina) che vengono sintetizzati nelle radici e poi traslocati nel resto della pianta, soprattutto in frutti e semi, come avviene in molte Solanaceae.

Il frutto è una bacca con un colore simile a quello del mirtillo: la maggior parte degli avvelenamenti da belladonna riguardano bambini, che non conoscendo la pianta ne assaggiano i frutti attratti dal colore. Ad aggravare la probabilità di ingestione, vi è anche il fatto che, sorprendentemente per un frutto contente alcaloidi, non ha sapore spiccatamente amaro.

Se il sashimi di tonno è pericoloso, quello di pollo è anche peggio. Al punto da portare alla morte. Chi lo mangia? A quanto pare molti. Troppi. È scoppiata la moda del sashimi di pollo che dagli yakitori bar del Giappone, si sta estendendo a macchia d’olio negli Usa e in Gran Bretagna. E il rischio è che sbarchi presto anche in Italia. Mentre il pesce crudo necessita di essere abbattuto per diventare quasi del tutto innocuo, la carne cruda di pollo è una bomba batteriologica che è possibile disinnescare solo con la cottura. Il rischio (altissimo) è quello di contrarre Salmonella, Escherichia Coli e il Campylobacter. Ciò significa, spiega Luciano Oscar Atzori, biologo ed esperto di sicurezza alimentare che nel migliore dei casi, “mangiando sashimi di pollo crudo, potrebbero determinarsi gastroenteriti, dolori addominali, diarrea, vomito e febbre. Ma per gli immunodepressi il rischio è di sviluppare patologie importanti”.

I numeri del contagio

“La pericolosità di questo batterio è sottovalutata – fa notare Atzori – in Europa si calcolano circa duecentomila casi di persone infettate all’anno. Numeri sottostimati. Pare siano quasi circa otto-nove milioni. E solo negli Usa, secondo il Center for Desease Control and Prevention, ci siano 800-900 mila casi all’anno di campylobatteriosi”. I sintomi sono la diarrea, dolori addominali, mal di testa, nausea, mal di testa, febbre. “Spesso sono confusi con altre patologie, anche perché quasi mai immediati al consumo di carne bianca (il tempo di incubazione varia da due a sette giorni). In genere i malanni durano qualche giorno e passano da soli. Ma, in caso di bambini, anziani o immunodepressi, si possono sviluppare patologie importanti. Sono state dimostrate connessioni con malattie molto gravi come l’artrite reattiva, alcune infiammazioni dei reni e del fegato e la sindrome di Guillain-Barré. Questa può portare a paralisi progressiva degli arti. In casi estremi, la Campylobatteriosi può portare anche a una meningite e al decesso”. Per eliminarlo basta semplicemente cuocere il pollo a 75 gradi per tre minuti e il Campylobacter”.

L’allarme dei governi

Intanto i governi cercano di frenare questa pericolosissima moda. In Gran Bretagna è intervenuta la Food Standard Agency, che ha messo in guardia i consumatori sui rischi del consumo di pollo crudo.. Mentre a la giugno dello scorso anno il ministero della Salute giapponese ha pubblicato un avviso per spingere i ristoratori a cuocere il pollo a 75 gradi prima di servirlo. Tuttavia, sono in molti a limitarsi tutt’oggi a bollirlo per una decina di secondi. Un tempo insufficiente per distruggere la carica batterica. Il proprietario di uno yakitori bar di Tokyo ha raccontato all’Asahi Shimbun che il sashimi di pollo e il tataki – petto e fegato scottati – sono i piatti forte del suo locale da oltre 50 anni. “Sono molto attento al Campylobacter”, afferma l’uomo che spiega di acquistare solo carne di polli macellati la mattina stessa e di bollirli finché la superficie non diventa bianca. In realtà, la sua tecnica non basta a dichiarare il sashimi fuori pericolo.

Il problema nasce negli allevamenti intensivi

Secondo Atzori, il problema “nasce prevalentemente dagli allevamenti intensivi. In base a una direttiva Ue del 2007 – precisa – gli allevamenti aviari possono avere una densità massima di 33 kg di peso vivo per metro quadro. Significa, per un pollo di peso medio di circa 2 kg, 15-16 polli per metro quadro. Si può anche, in deroga, arrivare a 42 kg per metro quadro ovvero a circa 20-22 polli per metro quadro. Il sovraffollamento provoca stress nell’animale. C’è poi la tecnica dello “sfoltimento”: circa sette giorni prima di avviare al macello tutti i polli allevati nel capannone si prelevano un terzo o un quarto dei polli presenti e si portano al mattatoio. Questo per dare spazio a quelli rimanenti, in modo tale da farli aumentare di peso e quindi massimizzare la produttività (rispettando la normativa europea). La pratica crea uno stress aggiuntivo sia ai polli prelevati sia a quelli che rimangono nel capannone. Come effetto di ciò i polli producono un neurotrasmettitore, la noradrenalina, che facilita la migrazione del Campylobacter dall’intestino ad altri organi e alle carni. Ecco perché il pollo, soprattutto se allevato in modo intensivo, è portatore di Campylobacter”.

L'ecstasy, la droga più amata dalla cultura rave, si sta affermando come trattamento rivelazione nella cura della sindrome da disordine post-traumatico. Ciò significa che, se il trial condotto dal dottor Stephen Ross, dell'NYU Longone Medical Center, otterrà i risultati sperati, l'ecstasy diventerà ufficialmente una medicina. O meglio, tornerà ad esserlo.

Sul lettino del dott. Ross

Il centro della rivoluzione per il trattamento di una patologia così diffusa – ne soffre l'8% degli americani, soprattutto veterani di guerra – è uno studio medico dall'aspetto accogliente all'interno del centro medico Langone, dove il dottor Ross somministra MDMA (l'ecstasy). Dopo aver ingerito una capsula da 125 milligrammi, il paziente viene fatto sdraiare su una poltrona reclinabile marrone e lì resterà per 8 ore mentre Ross e un co-terapista condurranno una sessione di colloquio-terapia.

Durante la fase II del trattamento, terminata a Novembre 2016, più dei due-terzi dei pazienti hanno ottenuto una "sostanziale remissione" dei disturbi dopo solo 3 sessioni da 8 ore. Sulla base di questi risultati, l'FDA ha approvato la Fase III che verrà eseguita da 80 terapisti in tutta la nazione. Lo scorso agosto, l’Agenzia per il farmaco ha fatto un passo in avanti conferendo all’MDMA la designazione di “Terapia di svolta”, che ha collocato il trattamento su un binario veloce per l’approvazione. E’ l’ultima fase, che sancirà la seconda vita dell’ecstasy come farmaco.

Ma non si comprerà in farmacia

Se ciò avverrà, osserva il Wall Street Journal, l’MDMA diventerà il medicinale più controllato in assoluto. Al contrario della marijuana terapeutica, l’ecstasy non sarà disponibile in farmacia. In altre parole, nessuno uscirà dal negozio con una bottiglietta di pillole, in modo da rendere impossibile la rivendita e di ridurre il più possibile l’abuso. La droga, inoltre, sarà prescritta solo ed esclusivamente a pazienti inseriti nel programma di cura della Sindrome da Stress Post-Traumatico. “Nel giro di cinque anni sia l’MDMA che la psilocibina saranno disponibili”, afferma il dottor Ross.

I funghi allucinogeni contro la depressione

La psilocibina, un allucinogeno contenuto in alcuni tipi di funghi, si è rivelato in grado di resettare l'attività dei circuiti neuronali del cervello coinvolti in prima linea nei soggetti che soffrono di depressione. Studiando le immagini del cervello, i ricercatori si sono accorti che la psilocibina colpisce proprio quelle aree che sono particolarmente attive in soggetti depressi. La somministrazione di questo allucinogeno ha fornito risultati incoraggianti. Secondo gli esperti, due somministrazioni di psilocibina, unita al consulto psicologico, ha portato a una riduzione dei sintomi. 

L'MDMA ha oltre un secolo di storia

L'MDMA fu sintetizzata nel 1912 dal colosso farmaceutico Merck nel tentativo di sviluppare un anticoagulante simile a quello della Bayer. Non centrò l'obiettivo. Nel 1976, Alexander Shulgin, un chimico americano di Berkeley, California, risintetizzò il composto scoprendo che aveva la capacità di sopprimere l'amigdala, il centro della paura, e di attivare la corteccia frontale, sede della capacità d'azione. In pratica, la droga era in grado di smorzare la paura. Negli anni '80 iniziò a essere impiegata in numerosi trattamenti e terapie psicologiche, tra cui quelle contro la depressione. Tuttavia, l'energia, l'euforia e le emozioni prodotte dalla sua assunzione la resero popolare nelle discoteche. Così, nel 1986, la Dea – l'agenzia federale per il controllo degli stupefacenti – la mise fuorilegge.

 

 

 

Sarà una lunga notte quella tra sabato 28 e domenica 29 ottobre, quando spostando indietro le lancette dell’orologio dormiremo un’ora in più. Torna così l’ora solare che ci porteremo dietro per i prossimi 4 mesi, fino al 25 marzo 2018. Termina così dopo 7 mesi l'ora legale, la variazione convenzionale dell'orario astronomico che:

  • da un lato consente risparmi energetici
  • dall'altro fa godere ai cittadini di un maggior numero di ore di luce solare.

Tutti gli effetti negativi del cambio ora

Insonnia e inappetenza. Ma anche pessimismo, sensi di colpa e apatia. Sono questi alcuni dei disturbi che alcuni italiani potrebbero riportare a causa del cambio dell’ora. Stando a uno studio di ‘In a Bottle', l'accorciamento delle giornate provoca malumore a ben un italiano su 2 e ansia.

"Queste conseguenze trovano una spiegazione nella cronobiologia di alcuni nostri processi fisici e mentali", ha spiegato Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Sant Agostino di Milano. “Le attività ormonali e cerebrali che regolano il sonno e le malattie dell'umore – ha continuato – hanno una ritmicità giornaliera, mensile e annuale. Molte teorie derivate da evidenze scientifiche suggeriscono che la depressione sia proprio la malattia dei ritmi biologici.

Una loro alterazione precipiterebbe i meccanismi che generano la sindrome depressiva, fatta non solo di mal di vivere, pessimismo, sensi di colpa e apatia, ma anche di sintomi più 'fisici' e più intuitivamente riconducibili ai ritmi circadiani: insonnia, inappetenza, un'oscillazione della gravità della sintomatologia nel corso della giornata”.

Questi effetti sono in buona parte modulati dalla quantità di luce che riusciamo a raccogliere nella giornata. "Nell'esperienza di chi soffre di ansia e depressione, è possibile riscontrare un peggioramento dei sintomi proprio in questo periodo dell'anno, momenti in cui è sempre poco indicato fare cambi di terapia, rimandando tali cambiamenti ai periodi di maggiore stabilizzazione stagionale”.

A soffrire di più sono le ‘allodole’

Per fortuna con qualche piccolo accorgimento è possibile affrontare il cambio ora con il minor disagio possibile. "Innanzitutto, bisogna verificare il proprio profilo personale che può essere quello del gufo o dell'allodola", ha detto ancora Cucchi. "L'ora solare ad esempio, crea più problemi alla seconda categoria", ha aggiunto, spiegando che le allodole sono le persone che tendono ad andare a letto presto e a essere mattinieri. “Gli effetti ormonali di questi cambiamenti – ha continuato  – vengono attenuati dall'attività fisica, in modo particolare quella aerobica. Ma bisogna prendere delle precauzioni a riguardo: infatti è consigliabile solo a chi non soffre di disturbi cardiovascolari”.

Molti disturbi si combattono a tavola

“Mantenere un buono stato di vita e un'alimentazione corretta potranno servire per prevenire o contrastare i disagi legati al cambio d’orario”, spiega la nutrizionista Carmen Campana. A soffrire di disturbi connessi alla reintroduzione dell'ora solare non sono soltanto gli adulti, ma anche i bambini: “uno spuntino pre nanna con un bicchiere di latte caldo agirà contro l’insonnia".

I sette consigli dell’esperta:

  1. E' bene non esagerare con le porzioni e mantenersi leggeri per evitare di appesantire ulteriormente il fisico. Privilegiare, quindi, metodi di cottura semplici: al vapore, alla griglia, al forno e al cartoccio.
  2. A colazione è consigliabile bere una tisana con un cucchiaino di miele (al posto dello zucchero) che combatte la stanchezza e restituisce il buon umore. Si possono consumare spuntini di frutta fresca associati al consumo di frutta secca, come una manciata di noci o mandorle.
  3. Nelle ore serali evitare di assumere alimenti che richiedono tempi di digestione molto lunghi come cibi ricchi di grassi oppure cibi in scatola o superalcolici e tutti gli alimenti eccitanti.
  4. Pane, pasta, orzo, riso: contengono l'amminoacido triptofano, che favorisce la produzione di serotonina garantendo il benessere cerebrale. In particolare il riso indicato per combattere stanchezza e problemi digestivi, anch'essi tra le conseguenze negative del cambio dell'ora.
  5. Tra la verdura fresca (condita con olio di riso e di girasole), via libera agli spinaci che contengono magnesio, calcio, vitamina B6 e acido folico, sostanze che favoriscono il rilassamento muscolare.
  6. Per contrastare la stanchezza assumere la vitamina b1 (tiamina). Questa presiede alla trasformazione dei carboidrati in energia ed è fondamentale per la salute delle cellule nervose. E' contenuta nei cereali integrali, semi, legumi.
  7. Vietata l'assunzione degli ‘acidi grassi trans’, associata a maggior aggressività ed irritabilità. Motivo in più per limitare il consumo di margarine e cibi pronti in questo periodo dell'anno.

 

 

“Perdi i tuoi sogni e perderai la tua mente”, non è solo una frase di una canzone dei Rolling Stones, ma esattamente ciò che ci potrebbe succedere se smettessimo di sognare. I fattori che contribuisco a bloccare i nostri sogni sono molti, spiega Rubin Naiman, psicologo dell’Università dell’Arizona, nel suo studio ‘Dreamless: the silent epidemic of REM sleep loss’.  Ad incidere sono lo stile di vita, l’insonnia, l’uso di alcune sostanze come alcool e droga, ma anche il fatto che non si è ben consapevoli di quanto i sogni siano importanti per la nostra salute fisica e psicologica.

“Pensiamo troppo poco ai sogni che facciamo”

Siamo troppo spesso portati a pensare poco ai sogni che facciamo, “in pochi – spiega Naiman – si sforzano di ricordare i propri sogni da svegli e ancora di meno sono le persone che pensano che i sogni possano avere una qualche importanza nella vita reale”.

“I sogni sono un mix di magia, scienza e mistero”

Per Neiman, inoltre, i sogni sono un insieme di magia, scienza e mistero e la loro mancanza determina una maggiore inclinazione ad essere irritabili, depressi, ad aumentare di peso e ad avere allucinazioni. Senza i sogni – sempre secondo lo studio di Naiman – potremmo perdere la razionalità, la nostra memoria tende a diminuire e potrebbero alterarsi alcune funzioni del nostro sistema immunitario. Questi sono effetti conosciuti fin dagli anni ’60: quando alcuni ricercatori fecero degli esperimenti, privando alcuni soggetti della parte di sonno Rem, e scoprirono una serie di effetti collaterali negativi.

Sveglie, alcool e droga: i nemici dei sogni

Le sveglie sono nemiche dei sogni, osserva Naiman, perché il loro trillo è come se li “scacciasse”: "Immagina – dice lo psicologo – di essere improvvisamente portato fuori da un cinema quando il film si si avvicina alla sua conclusione". Stesso discorso vale per alcool e cannabis, non sono escluse dalla ‘lista nera’ di ‘Naiman nemmeno le pillole per dormire che aumentano il sonno leggero a scapito di quello più profondo e di qualità. Non sono degli alleati nemmeno le luci artificiali degli schermi dei computer, tablet e smartphone, così come le luci della città.

“Nessuno ci spinge a capire l’importanza dei sogni”

Ciò che Naiman non dice, ma che si rileva comunque dal suo studio, è che è difficile salvaguardare quella parte di sonno che ci permette di sognare, “per i sogni non esistono incentivi sociali o finanziari”.  Per la maggior parte di noi, il sonno non fa parte della lista delle priorità. E riuscire a dormire ogni notte dalle sette alle nove ore non rientra tra le attività alla moda da raccomandare per il nostro benessere. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che il sonno non è una forma di benessere ‘monetizzabile’, su di esso non guadagna nessuna azienda. Quindi sempre di più capita che siamo attenti a tante attività che ci sembrano utili per il nostro benessere e non ci concentriamo sul sonno. “In realtà – sottolinea ancora una volta Naiman – dobbiamo capire che mettere i nostri corpi nelle condizioni di sognare è un grande regalo che facciamo al nostro corpo e alla nostra mente”.

 

 

 

 

 

 

Trasformare le cellule del sistema immunitario del paziente, i linfociti, in spietati killer del cancro: è questo il principio alla base di una nuova terapia genetica per la cura del linfoma non-Hodgkin che è stata autorizzata negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration. La terapia, chiamata 'Yescarta' e prodotta dalla Kite Pharma, è stata autorizzata per gli adulti affetti da linfoma non-Hodgkin, neoplasie maligne del tessuto linfatico, che siano stati già sottoposti ad almeno due trattamenti chemioterapici senza alcun beneficio.

Secondo i ricercatori il trattamento genetico trasforma le cellule del paziente in "un farmaco vivente" che attacca le cellule cancerogene. Si tratta di un nuovo sviluppo della promettente ricerca nel settore dell'immunoterapia che usa farmaci o modifiche genetiche per "inserire il turbo nel sistema immunitario".

Secondo il New York Times solo negli Usa almeno 3.500 pazienti potrebbero esser trattati con la nuova terapia genica che ha un costo di 373.000 dollari. Terapia che va studiata e calibrata per ogni singolo paziente, avendo tutti un sistema immunitario diverso. La cura era stata inizialmente studiata dal National Cancer Institute che ha poi fatto un accordo con la Kite Pharma nel 2012 che ha fornito i fondi per trasformare la teoria in realtà ed ottenerne poi i diritti di sfruttamento.

Proprio grazie alle indiscrezioni sulla nuova terapia – in attesa del via libera oggi della Fda – la Kite è stata acquistata dal colosso farmaceutico Gilead per 11,9 miliardi di dollari, a conferma che investire nella ricerca alla fine paga. Lo Yescarta è il secondo trattamento genico autorizzato dalla Fda. Il primo, il Kymriah della Novartis, è stato approvato ad agosto e riguarda i bambini o i giovani con forme aggressive di leucemia. Un ciclo di Kymriah costa 475.000 dollari ma Novartis ha promesso che sarà gratis per quei pazienti che non mostreranno miglioramenti entro un mese. 

Flag Counter
Video Games
Oops, something went wrong.