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Può sembrare una di quelle Giornate Mondiali strane e bizzarre, ma non lo è affatto. Oggi nel mondo 2,4 miliardi di persone vivono senza un bagno domestico che smaltisce in sicurezza i rifiuti. Sì, avete letto bene, 2,4 miliardi di persone non hanno un bagno in casa come quello che conosciamo noi, qui in Occidente. Per questo il 19 novembre è anche la Giornata mondiale del gabinetto, istituita dall’Onu nel 2013 come obiettivo di sviluppo sostenibile: garantire che tutti abbiano accesso a un bagno domestico gestito in sicurezza entro il 2030. Ciò rende i servizi igienico-sanitari fondamentali per sradicare la povertà estrema. La World Toilet Day è coordinata da UN-Water in collaborazione con governi e partner.

Qualche numero per riflettere

Il quotidiano Metro ha messo in fila alcuni numeri fondamentali per sintetizzare un’emergenza planetaria, quella dei servizi igienici di base.

  • "Ogni dollaro investito in acqua e servizi igienici porta a 4 dollari per i rendimenti economici", Ban Ki Moon, VIII segretario generale delle Nazioni Unite.
  • La scarsa igiene è la causa principale della mortalità infantile. Quasi 1 miliardo di persone (15% della popolazione mondiale) defeca all’aperto. 
  • La diarrea è la seconda causa principale di morte tra i bambini sotto i 5 anni. Si può prevenire con una corretta igiene e l’accesso all'acqua pulita.  
  • Ognuno di noi in Occidente utilizza in media 15 kg di carta igienica all’anno.
  • Una persona media trascorre circa 3 anni di vita alla toilette.
  • Sono di più le persone che hanno un cellulare di quelle che hanno un gabinetto.

 

In india l'emergenza più grave

In India, nazione più popolosa al mondo dopo la Cina, ben 732 milioni di persone (355 milioni di donne) non hanno accesso ai servizi igienici. Lo ha stabilito il rapporto 'Out Of Order:The State of the World's Toilets 2017', nonostante una nuova politica lanciata dal premier Narendra Modi, salito al potere nel 2014, che in tre anni ha visto aumentare i servizi igienici dal 39% al 65%, con la costruzione di 52 milioni di toilette nelle case degli indiani. Negli ultimi 3 anni il numero di persone costrette a defecare all'aperto si è ridotto del 40% (circa 100 milioni). In 15 anni la percentuale di persone senza accesso ai servizi igienici è scesa dal 78,3% del 2000 al 56% del 201. Il rapporto conclude che ogni anno 60.700 bambini sotto i 5 anni muoiono per malattie diarroiche. La diarrea resta la seconda causa di morte in questa fascia d'età.

 

Il caso del Ghana

Nel continente africano in questi giorni i riflettori dell'Onu e dei media si sono accesi sul Ghana, dove ancora oggi una persona su 5 defeca all’aperto e solo un casa ogni sette ha un bagno al suo interno. Sono gli sconfortanti dati di una situazione quasi insostenibile forniti a inizio settimana da Rushnan Murtaza, rappresentante dell’Unicef nella capitale, in occasione del lancio della “Campagna di Igiene Nazionale”. Secondo Murtaza, a meno che il paese non provveda velocemente, ci vorranno almeno 90 anni per risolvere questo problema. La campagna è partita lunedì, sotto gli auspici del presidente Nana Addo Dankwa Akufo-Addo, con il tema “Manteniamo il Ghana pulito: fai la tua parte”. 

Il report, pubblicato ad aprile 2012 dal Programma Igiene e Acqua della Banca Mondiale, ha rilevato che la maggior parte, circa il 74% dei costi correlati alla spiacevole pratica, proviene dalla morte prematura di 19.000 ghanesi l’anno a causa di complicazioni legate alla diarrea, di cui 5.100 sono bambini sotto i 5 anni, e che quasi il 90% di queste morti è direttamente attribuibile a acqua infetta e mancanza di igiene. Questo, sempre secondo i dati della Banca Mondiale, rappresenta circa il 19% dei costi economici totali, legati alla sanità.

La mancanza di un bagno a scuola

Ogni anno il tema del World toilet cambia, e quest’anno il focus è sullo spreco di acqua, ricorda Il Corriere della Sera: "Si parla spesso di questioni di acqua e di igiene, ma mai di toilette", denunciava nel 2014 Rachid Lahlou, presidente del Secours Islamique France, aggiungendo: "Gli Stati considerano che si tratti di una questione legata alla sfera privata e non attuano piani nazionali". Defecare all’aperto per le bambine e le donne in alcune regioni significa rischiare di essere rapite o abusate sessualmente nella ricerca di un luogo appartato. Non solo: molte ragazzine nel mondo iniziano a saltare giorni di scuola quando entrano nella pubertà proprio per la mancanza di servizi igienici nelle scuole.

Un esempio? In Malawi nell’arco di un anno scolastico le assenze di una bambina dovute alle mestruazioni corrispondono mediamente a 0,8 giorni di scuola, in Etiopia il 51 per cento delle bambine perde da uno a quattro giorni di scuola al mese proprio per lo stesso motivo, in Uganda la percentuale arriva al 61%. Iniziative in tutto il mondo.Nella foto, una donna indiana pettina i capelli di una ragazza a Safeda Basti. L’attività di WaterAid rappresenta qui un esempio di come vadano cambiate le abitudini. Fornendo assistenza ad alcune famiglie per l’istallazione delle latrine e l’allacciamento alla rete fognaria della città, WaterAid è riuscita a sensibilizzare altre persone sull’importanza di avere migliori condizioni igienico-sanitarie (leggi qui il servizio completo del Corriere).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie alla stampante 3D è possibile ricreare delle piastre di titanio che permettono di ricostruire la mandibola anche nei casi dove questa, per effetto di gravi forme di tumore, è maggiormente deformata.

La nuova tecnica, messa a punto grazie a una collaborazione tra la Scuola di Specializzazione in chirurgia orale e maxillo-facciale, Policlinico S. Orsola di Bologna, diretta da Claudio Marchetti, ed Eos, il più importante fornitore di tecnologie a livello mondiale nel campo della stampa 3D che sono riuscite a mettere a punto una tecnologia innovativa che permette di ottenere importanti risultati, sia in termini di salute che di risparmio dei costi degli interventi.

"Questa tecnologia – ha spiegato Salvatore Battaglia, il chirurgo del Sant'Orsola che ha condotto gran parte degli interventi di sostituzione della mandibola – permette di ottenere dei grandi vantaggi sia per i pazienti che per le strutture ospedaliere". Questo delle tecnologie a stampa 3D per la ricostruzione della mandibola è, sotto il profilo chirurgico "un importante passo in avanti che abbiamo cominciato a sperimentare nel 2011 e che ormai è stato adottato in almeno una cinquantina di casi con risultati davvero importanti, soprattutto in termini di riscontro sulla salute dei pazienti" ha spiegato all'Agi Battaglia.

Uno degli aspetti maggiori di questa tecnica consiste nel fatto che la tecnologia ricostruttiva messa in campo permette una rimodellazione della mandibola del paziente quasi perfetta rispetto allo stato originale.

Si tratta di un punto davvero molto importante dal momento che la mandibola determina i lineamenti del paziente. "Il nostro approccio – spiega Battaglia – ci permette di ricostruire in maniera molto dettagliata il profilo del paziente, attraverso un processo che prevede prima una analisi con una TAC della mandibola da sostituire che poi viene rimodellata, non solo sulla base dei dati morfologici del paziente, ma anche con un database sul quale riusciamo a trovare le informazioni che ci permettono di arrivare al risultato finale".

Il modello viene così ricostruito prima graficamente e poi concretamente attraverso le stampanti 3D che producono le placche di titanio destinate ad essere impiantate chirurgicamente. Il margine di errore è di circa 0,2 millimetri. A provvedere alla parte della acquisizione dei dati necessari alla Stampa 3D è la tecnologia Eos.

"Sotto il profilo clinico – spiega Battaglia – il risultato è davvero incoraggiante". Intanto si riducono i tempi dell'intervento ricostruttivo, appena 30 minuti contro i 60 necessari per la terapia tradizionale, "e poi si riducono anche i tempi di follow-up ospedaliero del paziente (meno di 14 giorni contro i 17 degli interventi tradizionali e si riduce, anzi scompare anche il numero delle complicanze post-operatorie. Se prima su un campione di 20 pazienti avevamo due casi di complicazione, oggi su un campione analogo non abbiamo avuto nessun tipo di complicanze". La minor ospedalizzazione compensa i costi per la produzione delle protesi in titanio e consente un risparmio, si legge in una relazione elaborata da Battaglia pari a circa 2.500 euro per ciascun intervento. 

Il gioco in scatola in aiuto della neuroriabilitazione. Programmare le mosse, discriminare i colori, equilibrare le risposte, coordinare i movimenti: quello che per molti puà essere un semplice divertissement, per chi ha subito un ictus può rappresentare un’integrazione lavoro della Medicina riabilitativa.

All’IRCCS Pavia-Boezio della Maugeri, specializzato in riabilitazione neuromotoria, hanno lanciato una singolare alleanza con l’associazionismo ludico per proporre ai pazienti questo supplemento terapeutico, che consente anche una maggiore socializzazione.

A favorire l’iniziativa il primario dell’Unità operativa di neuroriabilitazione, Alberto Zaliani, appassionato di giochi in scatola, e un giovane psicologo, Federico Marra, che aveva svolto proprio nell’Istituto pavese un tirocinio post-laurea, affiancando la psicologa Cinzia Sguazzin nel lavoro con pazienti con patologie neurologiche, acquisite o degenerative. 

“È stato in quel periodo che ho intuito infatti le potenzialità terapeutiche del gioco, di cui sono appassionato da sempre”, spiega Marra, 27 anni, leccese, che proprio nel suo periodo “pavese” ha conosciuto i volontari di Aerel, associazione cittadina che promuove il gioco in scatola e di ruolo.

“Nell’esperienza ludica”, spiega Marra all’AGI, “si stimolano cognitivamente i pazienti, nella ricerca visiva, nel sostegno all’attenzione, nella pianificazione delle mosse, nell’inibizione delle risposte dei pazienti frontali”. Si tratta di disturbi che spesso caratterizzano le cerebrolesioni acquisite e per le quali la Medicina riabilitativa neuromotoria fa un lavoro decisivo. 

Con i volontari di Aerel, Marra ha portato in via Boezio dei giochi pensati proprio per chi soffre di alcuni specifici deficit cognitivi. Come Dobble “dove l’abilità sta nell'associare uno stimolo visivo presente sulla propria tessera con uno dei simboli presenti nella tessera posta al centro del tavolo”. 

Con Chromino, una sorta di domino colorato e con più colori sulla stessa tessera, “entra in gioco la risposta visiva: si tratta di riconoscere, denominare il colore, in un dedalo di pezzi”. Giocando a Quoridor, invece, le persone ricoverate in Neuroriabilitazione si impegnano “in una specie di partita a dama ma con una sola pedina, con la quale arrivare dall’altra parte della plancia di gioco, evitando le barriere che l’avversario potrà metter in campo”.

Con Bellz a essere sollecitata è l’abilità delle braccia: si tratta infatti di ‘pescare’ con una calamita alcune campanelle al centro del tavolo da gioco e poi, con il proprio bersaglio, sollevare le altre: “La bravura”, osserva Marra, “sta appunto nel tirar su per prima la campanella assegnata e non le altre:  un contesto ideale per chi abbia sofferto di lesioni che hanno interessato una parte del corpo e ne stia cercando di riacquistare l’uso”.

“L’Istituto è sempre attento ai bisogni dei pazienti”, spiega il primario Zaliani, “e siamo lieti di poterci aprire a iniziative come questa, che coinvolgendo un professionista che abbiamo conosciuto da vicino, coniugando risvolti sociali e di ricerca”. 

 

 Riabilitazione neuromotoria 

A seguito della globalizzazione e della crescente passione per i cibi provenienti dai Paesi lontani in Italia si stanno diffondendo moltissimi alimenti prima sconosciuti. Alcuni sono delle trovate commerciali, ben studiate per fare guadagnare chi le produce e/o commercializza, ma altri sono degli alimenti molto preziosi per la salute umana oltre che buoni. Non lasciatevi ingannare dal colore insolito: la farina blu è una preziosa alleata perla salute. Al punto che sta prendendo piede sempre di più, e non solo in Italia. Ma cos’è? E cosa la differenzia dalla 00?

La vera farina blu, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, quella ricca di proprietà salutistiche, si ottiene dal Mais blu (antica varietà originaria del Centro America in passato molto diffusa tra le popolazioni Inca, Maya e Azteca). Attenzione a non confonderla con le farine blu raffinate, quelle 00, sempre più utilizzate nelle pizzerie per ottenere una pasta soffice che non si disgrega perché ricche di glutine e che lievita in tempi brevi.

Una preziosa alleata del cuore

La farina blu è ricca di fibre, di antiossidanti (polifenoli, ma soprattutto di antocianine) in brado di abbassare il colesterolo, di sali minerali (ferro, fosforo ed altri), vitamine (A, B1, PP, ecc.) e non è OGM (cioè non è un Organismo Geneticamente Modificato).

Grazie a questo mix di sostanze questa farina agisce positivamente sulla salute e in modo specifico sull’apparato cardio-circolatorio. Ma non solo: essendo integrale – spiega il sito Starbene, non crea picchi di glicemia è quindi consigliata a chi soffre di diabete e rappresenta inoltre un’ottima alternativa per i celiaci.

Solo business?

Birre, biscotti, pani, prodotti da forno: è un momento d’oro per i grani antichi. L’Italia – si legge su Bi Mag – vanta circa 500 varietà, divise tra tenero e duro, molte fino a qualche anno fa erano dimenticate. Oggi però, complice l’esplosione dell’ipersensibilità al glutine, tornano alla ribalta: Timilia, Russello, Perciasacchi, Senatore Cappelli. Ma è solo una moda? Franco Berrino, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, li benedice. “Alcuni lavori scientifici suggeriscono che la sostituzione dei prodotti a base di grani moderni con quelli antichi potrebbe esercitare azioni benefiche sulla colesterolemia, sullo stato infiammatorio, sul danno ossidativo. Questi effetti dipendono in gran parte dalla ricchezza di polifenoli in queste varietà di semi di cereali”.

 

 

Se siete tra quei genitori che ogni sera sono pronti a lanciarsi in lunga lotta pur di togliere il tablet dalle mani dei vostri figli, sappiate che la scienza è dalla vostra parte. Lo schermo di smartphone e tablet disturbano il sonno e riducono le ore di riposo. La notizia non è nuova, ma il nuovo studio condotto dall’università del Colorado-Boulder pubblicata sulla rivista Pediatrics va oltre e fissa alcune regole utili. In particolare, di 454 adolescenti presi in esame il 60% va a letto con il cellulare e il 45% lo usa come sveglia. Supera invece il 90% la percentuale di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni, oggetto di studio che vanno a letto più tardi e che dormono poco e male”.

Ma perché? Tre sono le principali cause secondo i ricercatori

  1. I contenuti sono troppo stimolanti, soprattutto se si tratta di videogiochi
  2. La luce e la lunghezza d’onda emanata dai dispositivi incide sui ritmi circadiani e sulla fisiologia del sonno, abbassando drasticamente il livello di melatonina del corpo (quello che ci dice quando andare a dormire, per dirla con parole povere).
  3. Il rimpicciolimento dello schermo dalla tv al cellulare) permette a bambini e ragazzi di vedere di nascosto una puntata della propria serie preferita quando dovrebbero dormire

I più piccoli sono ovviamente più a rischio “perché i loro occhi non sono completamente sviluppati e perché sono molto più sensibili agli stimoli esterni”. Su soggetti così giovani entrano in gioco fattori biologici, neuronali e ambientali. “La luce è il nostro orologio naturale”, spiega Monique LeBourgeois, professore associato del dipartimento di Fisiologia al CU Boulder e autrice dello studio.  “Quando la luce colpisce la nostra retina durante le ore serali, invia una cascata di segnali al sistema circadiano al fine di tenere a bada la melatonina e a ritardare il sonno”. “Sappiamo, inoltre, che i più giovani hanno pupille più grandi e quindi sono più vulnerabili”. Gli studiosi sottolineano che esposti alla stessa intensità di luce, adulti e bambini producono una risposta diversa, con i secondi che vedono crollo doppio di melatonina rispetto ai primi.

Per evitare problemi, gli autori dello studio di rimuovere rutti i dispositivi elettronici dalla stanza dei bambini, inclusa la tv, e di stabilire delle regole. In più sottolineano di educare i bambini all’importanza del sonno di qualità. Ecco di seguito le 3 regole auree per il buon sonno dei più piccoli.

  1. Limitare l’uso dei media prima di andare a letto
  2. Spegnere tutti i dispositivi elettronici e spostarli fuori dalla stanza da letto
  3. Sii un modello da seguire

Il caso della bambina milanese morta a Bergamo riporta sotto i riflettori la meningite: una malattia che non ha mai smesso di uccidere e di fare paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

L’appuntamento annuale con il cambio dell’ora e con l’arrivo dell’inverno per molti è causa di malinconia. Ma c’è chi vive il passaggio in modo più serio e duraturo, al punto da ritrovarsi a fare i conti con una vera e propria “tristezza invernale” i cui sintomi toccano sia la sfera psicologica che quella fisica. In particolare, chi ne soffre lamenta mancanza di energia, problemi di sonno e mancanza di stimoli. Ma secondo il Guardian, per il 6% dei britannici e il 2-8% della popolazione dei Paesi più a nord, la “tristezza invernale” si fa sentire con sintomi talmente severi da rendere difficile a chi ne è affetto svolgere le normali funzioni o lavorare. Si tratta di una forma di depressione innescata dai cambi di stagione, chiamata appunto “disordine affettivo stagionale o Sad”.

Come riconoscerla

Oltre ad essere demotivati, le persone affette da questa particolare forma di Sad presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia. Non più lieve, né meno grave. Semplicemente diversa. “Le persone che ne soffrono sono malate proprio come i depressi cronici. Ed è importante ricordare che moltissime persone soffrono di quella che noi chiamiamo depressione subsindromica”.

Una persona su 10 ha il mal d’inverno

Secondo le stime, il 10-15% della popolazione soffre di ‘mal d’inverno’. Queste persone lottano per tutto l’autunno e l’inverno e lamentano gli stessi sin tomi dei depressi pur non essendo definiti ufficialmente tali. E nell’emisfero nord il tasso aumenta a uno su tre. Le più colpite sono le donne che rappresentano l’80% dei casi. La percentuale scende tra le più anziane.

Le cause risalgono all’era glaciale

Il dato ha portato i ricercatori a credere che una delle cause della depressione stagionale risieda nell’evoluzione. “Diecimila anni fa, durante l’era glaciale, gli ominidi avevano questa tendenza a rallentare con l’arrivo dell’inverno al fine di preservare l’energia. E questo era particolarmente utile per le donne in età riproduttiva perché la gravidanza era un evento molto impegnativo a livello fisico. Ma ora viviamo 24 ore al giorno e ci si aspetta il massimo rendimento da noi”, sostiene Robert Levitan, professore dell’Università di Toronto.

Ma anche la serotonina fa il suo

“Sappiamo già che la dopamina e la noradrenalina giocano un ruolo determinante nel modo in cui ci svegliamo al mattino e in cui il cervello si energizza”, spiega Levitan. In particolare è stato dimostrato che nelle persone affette da Sad “il livello di melatonina, che controlla il sonno, è rallentato al punto da inviare messaggi erronei al corpo sulle diverse fasi del giorno”. Fondamentale è anche “la serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’ansia, la felicità e l’umore”.  Quando la luce diminuisce in inverno, anche il complesso sistema di interdipendenza degli ormoni ne risente. Al punto che uno dei nuovi metodi messi a punto per contrastare alcuni tipi di depressione consiste in una terapia a base di luce. 

Quasi 200mila casi l'anno solo in Italia, di cui il 20% non sopravvive, e 50mila persone che devono convivere con gravi disabilità. Sono i numeri dell'ictus, la terza causa di morte, la prima causa di disabilità nell'adulto e la seconda causa di demenza a livello mondiale, di cui oggi si celebra la giornata mondiale. Malgrado in Italia, come negli altri paesi europei, il tasso di mortalità sia diminuito negli anni, il nostro Paese rimane tra i più a rischio per questa patologia, come spiega Simona Giampaoli, del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'Istituto Superiore di Sanità.

I rischi della dieta mediterranea

"L'Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus – spiega l'esperta – sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l'ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali". Nel mirino paradossalmente la dieta mediterranea, che da sempre la medicina indica come un regime alimentare sano ed equilibrato. Una dieta però, sottolinea Giampaoli, "caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi". Inoltre, alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell'ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l'ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l'infarto del miocardio).

Ma il 50% degli eventi può essere prevenuto

Tutti fattori che è fondamentale conoscere, perchè l'ictus non è una condanna inevitabile: "La ricerca epidemiologica – conferma l'esperta – ha dimostrato che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l'impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale, sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento".

Allora cosa fare? "Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l'aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale".

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane:

  • abolizione del fumo;
  • riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno);
  • diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati)
  • riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

Quanta attività fisica?

Ma anche chi non ha mai avuto problemi di questa natura deve attenersi a semplici indicazioni: "L'attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l'alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste".

Perchè ictus e stili di vita camminano a braccetto, specie con il boom di sovrappeso e obesità di questi ultimi decenni: "L'ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative – spiega Giampaoli – riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete. Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone".

Solo il 5-10% delle persone hanno uno stile di vita sano

Purtroppo le persone che adottano stili di vita sani "costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata". Il fenomeno non è da sottovalutare: se è vero, come riporta il Global Burden of Disease, che i decessi causati da ictus si sono ridotti negli ultimi 20 anni in tutti i paesi dell'Unione Europea, uno studio inglese realizzato dal King's College di Londra prevede un aumento del 34 per cento dell'incidenza della patologia nei prossimi 20 anni (dai 613.148 nuovi casi all'anno nel 2015 agli 819.771 nel 2035), a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. I costi collettivi dell'ictus sono valutati nello studio in 3,7 miliardi di euro, il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale.

Le sei regioni italiane che hanno un programma di riabilitazione

Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. Gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono poi gli oneri che cadono sulle spalle delle famiglie. "È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus", è l'appello lanciato da Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus. "La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali", sottolinea. Peccato che solo 6 regioni in Italia presentano percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d'Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Per le altre la strada è ancora lunga.

Addio incubi. O benvenuti, se vogliamo vivere un film dell’orrore sapendo di essere al sicuro. Diventare registi dei propri sogni (letteralmente) non solo è possibile ma c’è un metodo scientifico grazie al quale, una volta compresa la tecnica, tutti possono decidere la trama e l’esito della loro avventura notturna. Il metodo, tutt’altro che facile, è oggetto di studio di alcuni ricercatori dell’Università di Adelaide. 

Cos’è l’onironautica

Il nome scientifico è "onironautica" , meglio conosciuta come “sogno lucido”. Ed è il fenomeno di prendere coscienza durante il sogno del fatto di stare dormendo, e la conseguente capacità di muoversi coscientemente all'interno di un sogno. Il "sognatore lucido", detto anche onironauta, può, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno. L’obiettivo, insomma, è quello di riuscire a produrre un racconto in cui, appunto, è possibile determinare i fatti a comando partendo dalla consapevolezza di essere in un sogno. 

Uno studio, tre tecniche

I ricercatori hanno chiesto a 170 volontari di sperimentare una tra tre diverse tecniche per favorire questa esperienza,  riporta la rivista Focus. A labbra serrate: La prima tecnica consisteva nell'introdurre piccoli test di controllo della realtà in fase di veglia, nella speranza di innescare un'abitudine da riprendere durante il sonno. Ai volontari è stato chiesto, per esempio, di abituarsi, da svegli, a serrare le labbra e inspirare: se nell'arco della notte avessero percepito la stessa posizione dei muscoli facciali, avrebbero potuto pensare per alcuni istanti di essere svegli.

Il post-it: La seconda tecnica prevedeva di svegliarsi per alcuni minuti dopo cinque ore di sonno e poi tornare a dormire. La frase chiave: La terza consisteva nel fare la stessa cosa, ma dopo essersi ripetuti più volte: "La prossima volta che starò sognando, mi ricorderò che sto sognando". Il metodo chiamato MILD (mnemonic induction of lucid dreams), sfrutta la memoria prospettica, cioè la capacità di appuntarsi mentalmente delle cose da fare in futuro.

Tre, il numero perfetto

Prima dell'esperimento, i partecipanti hanno tenuto per una settimana un diario sui propri sogni, e solo l'8% di quelli riportati è stato di tipo lucido. Quindi i volontari sono stati divisi in tre gruppi, che nella seconda settimana hanno rispettivamente sperimentato solo la prima tecnica, solo la prima e la seconda o tutte e tre insieme. 

L'unione dei tre metodi ha dato i migliori risultati: chi era finito nell'ultimo gruppo – quello in cui si utilizzavano tutti e tre i metodi –  ha riferito un sogno lucido nel 17% dei casi.

Restare svegli per 5 minuti non vi dispiacerà

In particolare l'aggiunta della tecnica MILD a quella del rimanere svegli 5 minuti e poi tornare a dormire ha portato a un incremento del 46% di sogni lucidi rispetto al solo "svegliarsi e riaddormentarsi". I test di controllo di realtà, da soli, non hanno invece portato a risultati significativi. "Un'ultima nota: l'esperienza del sogno lucido non è sembrata influire sulla qualità del sonno dei soggetti.

Perché è importante questa tecnica

Raffinare questa tecnica – osserva Focus – potrebbe un giorno servire a sfruttare i sogni lucidi nel trattamento del disturbo post traumatico da stress o dei sonni funestati da incubi. Nel frattempo, la si utilizzerà per aumentare la quantità di queste esperienze "a comando", da studiare a fini di ricerca. "Questi risultati ci portano un passo avanti verso lo sviluppo di tecniche di induzioni lucide altamente efficaci che ci permetteranno di studiare i numerosi vantaggi potenziali del sogno lucido, come il trattamento per gli incubi e il miglioramento delle abilità fisiche e delle abilità attraverso la prova nell’ambiente del sogno lucido”, ha dichiarato Denholm Aspy, della School of Psychology dell'Università di Adelaide in Australia. 

Una mela al giorno toglie il medico di torno. A patto che sia ben lavata. Ci sono mele in commercio talmente belle, di un invitante rosso lucido, che viene subito voglia di addentarle. Ma a meno che non siano biologiche, non fatelo. I pesticidi utilizzati in agricoltura per tenere lontano i nemici della crescita sono tutti depositati sulla buccia. E non basta strofinarle con un fazzoletto di carta per eliminarli. Cosa fare? Ecco 5 modi naturali (+1 chimico) per mangiare una mela in tutta sicurezza senza rinunciare al piacere di addentarla (e alle fibre contenute nella buccia).

Le 3 soluzioni di Lili He

Lili He, ricercatrice e chimica dell’Università del Massachussettes, Amherst, ha adottato tre soluzioni. Prima di procedere agli esperimenti, spiega Quartz,  i ricercatori della He hanno spruzzato un funghicida al tiabendazolo e un insetticida al fosmet e li hanno lasciati agire per 24 ore. Poi, sono passati al lavaggio, in tre modi diversi:

  1. Hanno sciacquato ogni mela con acqua semplice
  2. Hanno utilizzato l’amuchina
  3. Hanno lavato il frutto con una soluzione di acqua e 1% di bicarbonato di sodio

I ricercatori hanno avuto conferma del fatto che dopo 2 minuti il bicarbonato di sodio aveva rimosso più pesticidi rispetto agli altri due metodi. Dopo 15 minuti sia il funghicida che l’insetticida erano spariti dalla buccia. E se anche una minima parte penetrasse fino alla polpa, non costituirebbe un pericolo per la salute. Per limitare al massimo l’esposizione, Lili He suggerisce di utilizzare un cucchiaio di bicarbonato ogni due tazze di acqua.

E 3 metodi green

Alle tre soluzioni di Lili He, se ne aggiungono altre tre suggerite dal sito “Green Me”. Rigorosamente, verdi.

Acqua e sale

Lavare le mele (ma in generale tutta la frutta e le verdure) con acqua leggermente salata rimuoverà gran parte dei residui di pesticidi normalmente presenti sulle superfici degli alimenti. Il semplice lavaggio con acqua fredda rimuove il 75-80% dei residui di pesticidi presenti sulle bucce. Il Center For Science And Environment (Cseindia), poi, suggerisce di lavare due o tre volte uva, mele, prugne, pesche, pere e pomodori. Lavate bene l'insalata, procedendo foglia per foglia. Anche l'immersione in acqua bollente e l'esposizione al vapore aiuterebbero ad eliminare i residui di pesticidi dagli alimenti.

Soluzione di acqua e aceto 

Come fare? Versate in una ciotola 1 parte d'aceto e 2 parti d'acqua (ad esempio, 1 bicchiere d'aceto e 2 bicchieri d'acqua). Immergete la frutta e la verdura in questa soluzione per 15-30 minuti. Strofinate bene con una spazzolina per rimuovere eventuali residui di sporcizia. Quindi risciacquate sotto l'acqua fredda per 15-30 secondi.

Spray al bicarbonato e limone

In sostituzione dei detergenti “lavafrutta” è possibile preparare uno spray fai-da-te per la pulizia di frutta e verdure. Basta mescolare 1 cucchiaio di succo di limone, 2 cucchiai di bicarbonato di sodio e una tazza d'acqua (250 ml circa). Unite in una ciotola tutti gli ingredienti indicati e mescolate fino a quando il bicarbonato non si sarà disciolto. Quindi versate la soluzione ottenuta in un flacone con spruzzino. Vaporizzate il preparato sulla frutta e sulla verdura. Lasciate agire per 5-10 minuti e poi risciacquate ed eventualmente spazzolate per eliminare i residui di povere e sporcizia.

 

 

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