Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Presentati i dati dell’ultimo rapporto “The European Union summary report on antimicrobial resistance in zoonotic and indicator bacteria from humans, animals and food in 2015” curato dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC).

“Le infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici provocano almeno 25 mila decessi all’anno nell'Unione Europea”. La conferma arriva dall'ultimo rapporto curato dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) che ha elaborato i dati provenienti dai 27 Stati membri per l’anno 2015, in merito alla resistenza agli antibiotici dei batteri di Escherichia Coli e Salmonella sia negli umani che negli animali come suini e ovini.

La resistenza agli antibiotici negli animali

E per la prima volta, nell’ambito del monitoraggio annuale a dimensione UE su animali e alimenti, è stata osservata anche la resistenza agli antibiotici carbapenemici, seppur a livelli molto bassi, nei batteri di E. coli rinvenuti in suini e carne di maiale. Un campanello d’allarme da non sottovalutare, però, in quanto i carbapenemi sono di solito l'ultima risorsa terapeutica per i pazienti infettati da batteri resistenti a più di un antibiotico disponibile.

"La resistenza agli antimicrobici è una minaccia allarmante che mette in pericolo la salute umana e animale – ha ribadito Vytenis Andriukaitis, Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare – per questo abbiamo messo in campo notevoli sforzi per arrestarne l'aumento, ma ciò non basta. Dobbiamo essere più veloci, più forti e agire su parecchi fronti”.

L'Italia tra i maggiori consumatori di antibiotici in Europa

Situazione che riguarda da vicino l’Italia, tra i maggiori consumatori di antibiotici ad uso umano e veterinario in Europa e nella quale, ad oggi, benché annunciato in più occasioni dal  ministro Lorenzin, manca ancora un Piano Nazionale per il contrasto all’antibiotico resistenza. Dall’infografica interattiva  elaborata da EFSA e ECDC, nel nostro paese sono già tre gli antibiotici ad uso umano che hanno effetto dimezzato nelle cure. Sono l’ampicillina, (54,9%), le tetracline (50,7%) e il sulfametossazolo (49,7%). Così come è molto elevata l’antibiotico resistenza ai ceppi di Salmonella, negli animali di allevamento a partire dai suini, fino al 44% per l’ampicillina. 

Sempre secondo l’elaborazione di EFSA e da ECDC, i cittadini italiani hanno sviluppato “fino al 10% la resistenza per gli antimicrobici usati per curare la Salmonella ed è salita al 60% la resistenza agli antimicrobici criticamente importanti (fluorochinoloni e macrolidi) usati per combattere il Campylobacter coli”.  Occorre ricordare che la campilobatteriosi è la malattia veicolata da alimenti più comunemente riferita nell'UE

Resistenza che, sempre in Italia, sale al 63,7 % per gli antimicrobici comunemente utilizzati nella medicina veterinaria per combattere Escherichia coli dovuta, come precisano ad AGI gli esperti di Efsa, “all’alta prevalenza di ESBL (Extended-spettro beta-lattamasi) ceppi di microbi dell’Escherichia Coli antibiotico resistenti, nei suini italiani: il 64% rispetto a 31,9% di media nei 27 Stati membri e nei vitelli, l’80% rispetto a 36,8% di media nei paesi principali produttori”.

L'Italia tra le resistenze agli antibiotici più alte d'Europa

Tutte informazioni che confermano quanto reso già noto a gennaio 2017 dal report “Antimicrobial resistance surveillance in Europe 2015” sempre a cura dell’European Centre for Disease Prevention and Control.  E ribadito già da novembre 2015dalla sorveglianza dell’antibiotico-resistenza dellIstituto superiore di sanità (Ar-Iss): “In Italia la resistenza agli antibiotici si mantiene purtroppo tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media europea”. E  il nostro paese resta, quello, tra gli Stati membri, con il più alto consumo di antibiotici ad uso umano, con 27,5 DDD (Dose Definita Giornaliera ogni 1000 abitanti) insieme a Belgio, Francia, Cipro, Romania e Grecia, quest’ultima maglia nera con 36,1 DDD, contro una media europea di 22,4 DDD. Quasi il triplo dell’Olanda che consuma invece poco più di 10,7  DDD/die, secondo i dati elaborati dall’European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network, (Esac-Net).

Un uso cauto degli antibiotici in medicina umana e veterinaria è estremamente importante per far fronte alla sfida che la resistenza agli antimicrobici pone – ha dichiarato Mike Catchpole, direttore scientifico dell’ECDC– tutti noi abbiamo la responsabilità di garantire che gli antibiotici continuino a essere efficaci". 

Ridurre l'uso degli antibiotici

Mentre l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA, che ha lanciato una nuova campagna di sensibilizzazione al tema, ricorda come sia necessario, anche negli animali da reddito ridurre l’uso di antimicrobici affermando che è necessario “sostituirli ove possibile e ripensare il sistema di produzione del bestiame, fondamentale per il futuro della salute animale e di quella pubblica”, qualcosa si muove nel nostro Paese. 

Al parlamento italiano, dal 20 dicembre ad oggi sono state presentate complessivamente 8 mozioni a risposta scritta bipartisan indirizzate al governo e al Ministro della Salute rispetto al problema dell’antibiotico – resistenza. Alle interpellanze ha risposto, per il governo, Dorina Bianchi, Sottosegretaria di Stato per i Beni e le attività culturali e il turismo, lo 23 gennaio scorso, riferendo che "un gruppo di lavoro è stato istituito presso il Ministero, per la stesura del Piano nazionale per il contrasto all'antibiotico-resistenza, che coprirà il periodo 2017-2020, che sarà volto anche a realizzare la piattaforma nazionale on line sulla resistenza agli antibiotici: nel sito del Ministero ci sarà un'ampia documentazione destinata sia al pubblico sia ai pazienti, ai consumatori, agli allevatori, agli agricoltori e con accessi riservati anche a medici, operatori sanitari, farmacisti e medici veterinari”. 

Intanto, i dati diffusi dal rapporto «Review on Antimicrobial Resistance,  commissionato dal primo ministro inglese a Jim O'neill, ex presidente Goldman Sachs, già nel 2014, riportavano che, entro il 2050, le infezioni resistenti agli antibiotici potrebbero essere la prima causa di morte al mondo, con un tributo annuo di oltre 10 milioni di vite, più del numero dei decessi attuali per cancro.

 

L'olio di palma fa male o no? Il tema è dibattuto da anni ma, mentre si cerca di arrivare a una risposta unanime da parte della comunità scientifica, l'opinione pubblica è continuamente bombardata da messaggi dell'una o dell'altra scuola di pensiero. L'ultimo studio arriva dalla Germania, dall'associazione di consumatori Stiftung Warentest,  e sembra riabilitare il grasso vegetale definendo "infondato" il sospetto che sia "di per sè cancerogeno". Una pubblicazione che si aggiunge all'infinito dibattito.

    
I fronti della polemica

  • A maggio 2016 l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) pubblica uno studio sull'olio di palma affermando che "i contaminanti da processo a base di glicerolo presenti nell’olio di palma, ma anche in altri oli vegetali, nelle margarine e in alcuni prodotti alimentari trasformati, suscitano potenziali problemi di salute per il consumatore medio di tali alimenti". Il problema starebbe, quindi, nella raffinazione che avviene ad alte temperature (pari o superiori a 200 gradi). Ciò scatena la formazione di sostanze – come glicidil esteri degli acidi grassi (GE), 3-monocloropropandiolo (3-MCPD), e 2-monocloropropandiolo (2-MCPD) e relativi esteri degli acidi grassi – potenzialmente genotossiche e cancerogene. E qui si apre un altro fronte di polemiche: perché se in tutti gli oli vegetali lavorati ad alte temperature si formano le tre sostanze, il pericolo è indicato solo negli oli di palma? Secondo l'EFSA il motivo sta nella concentrazione della sostanza. Nell'olio di palma sarebbe quindi magiore rispetto ad altri oli vegetali e nelle margarine. Riassumendo allora, l'olio di palma è dannoso e quindi da evitare? In realtà l'EFSA nelle conclusioni non arriva a sconsigliarne il consumo;  nel suo studio scrive che "i livelli di GE negli oli e grassi di palma si sono dimezzati tra il 2010 e il 2015, grazie a misure adottate volontariamente dai produttori. Ciò ha determinato una diminuzione importante dell’esposizione dei consumatori a dette sostanze". 

 

  • Oltre alla salute, un altro aspetto che contribuisce ad alimentare il dibattito sull'olio di palma è la questione ambientale. Le grandi aziende sono state accusate di provocare un forte impatto sull'ambiente portando avanti politiche di deforestazione, che potrebbe all'estinzione di alcune specie animali come gli oranghi, e la promozione della monocoltura di palma, che causerebbe l'aumento delle emissioni di CO2 nell'ambiente. L’86% della produzione mondiale dell’olio di palma avviene in Indonesia e Malesia. La palma da olio cresce bene e si sviluppa nelle zone equatoriali. Il restante 14% viene prodotto principalmente in Thailandia, Nigeria e Colombia.

  • Non poteva mancare la questione economica ad alimentare le polemiche. L’olio di palma è il più utilizzato al mondo tra quelli vegetali. Sul mercato globale pesa per il 35%, seguito da quello di soia (27%), colza (14%), girasole (8%), arachide, cotone e cocco (6%). Il suo prezzo si aggira intorno agli 800 dollari a tonnellata, un prezzo inferiore rispetto a quello dell'olio di semi di girasole (845 dollari a tonnellata) e a quello di colza (920 dollari a tonnellata). 

 

  • Una riabilitazione dell'olio di palma arriva dalla Germania, dove l'associazione di consumatori Stiftung Warentest ha definito "infondato" il sospetto che sia "di per sè cancerogeno". L'associazione, solitamente poco tenera con l'industria, ha messo sotto la lente di ingrandimento 20 creme spalmabili, tra cui la Nutella, molto popolare anche in Germania. Dallo studio, condotto lo scorso anno, è emerso che il livello di 3-MCPD e glicidil esteri, un contaminante che si sviluppa durante la lavorazione, era molto basso nella Nutella mentre un'altra crema a base di olio di girasole e burro di cacao non ha superato il test. La conclusione di Warentest, specializzato nella comparazione indipendente di prodotti e servizi, è che il rilascio di contaminanti da molti oli e grassi vegetali non sia "ancora totalmente evitabile". Tuttavia, "è possibile minimizzarlo" da parte dei produttori. Se sono virtuosi, e quindi non raffinano l'olio a temperature troppo elevate e usano materie prime di qualità, riducono drasticamente il pericolo dei contaminanti. Se invece non hanno queste attenzioni i contaminanti si sviluppano a prescindere dall'olio o grasso che si usa. Insomma, viene sottolineato, "l'olio di palma non è cancerogeno di per sè" mentre, per esempio, l'olio di girasole raffinato in cattive condizioni "può essere contaminato in misura maggiore rispetto all'olio di palma". 

Nutella orgogliosa del suo olio di palma

Lo scorso 13 gennaio, la Ferrero ha rivendicato con orgoglio l'utilizzo nei propri prodotti dell'olio di palma. Lo ha fatto in uno spot realizzato con la partecipazione dei dipendenti che spiegano come vengono selezionate le materie prime, compresi i frutti della palma da olio, ingredienti fondamentali della Nutella. Un presa di posizione diametralmente opposta a quella di altre aziende che hanno iniziato a promuovere i loro prodotti puntando sullo stemmino "senza olio di palma".  

 

Sono oltre 150mila le persone che, in Toscana, soffrono di una o più malattie neurologiche croniche e degenerative. Il crescente incremento di queste patologie – le stime del 2015 parlano di 92.958 casi di demenze, 36.770 di epilessia, 17.134 di Parkinson e 8.100 di sclerosi multipla – richiede sempre più una maggiore appropriatezza delle prestazioni e la definizione di percorsi clinico-assistenziali personalizzati, attraverso l'integrazione fra specialisti e professionisti sanitari.

Per alcune patologie si stima un significativo incremento nell'arco di 8 anni, 12mila casi per le demenze e 1.500 per il Parkinson. Ogni anno, inoltre, sono circa 10mila i nuovi casi di ictus registrati in Toscana, di cui l'80% di natura ischemica e il 20% per una causa emorragica. I costi diretti sono stimati in circa 280 milioni di euro per anno. L'ictus, in particolare, rappresenta nella popolazione la più frequente causa di disabilita' permanente e la terza causa di morte.

I dati Agenas sulla mortalità per ictus a 30 giorni, relativi al 2015, indicano che in Toscana i setting dove sono presenti equipes neurologiche che prendono in carico i ricoveri ospedalieri e dotate di personale esperto e dedicato ottengono i migliori risultati, collocandosi ai vertici delle performances nazionali "I dati Agenas – ha commentato Pasquale Palumbo, neurologo e coordinatore del Comitato Scientifico del Meeting regionale di neuroscienze che si svolgerà a Grosseto dal 6 all'8 aprile – collocano le neurologie toscane ai vertici nazionali con una mortalita' molto bassa nei 30 giorni successivi all'insorgenza di un ictus.

Questo risultato delle neurologie ospedaliere della Toscana indica alle istituzioni regionali che bisogna investire sulle maggiori competenze e qualità che il mondo delle neuroscienze offre". Al meeting, dal titolo "Dalla epidemiologia ai percorsi interdisciplinari", si confronteranno i massimi esperti neurologi, neuroradiologi e neurochirurghi della Toscana: una 'full immersion' di tre giorni dedicata ai temi di maggiore attualità nelle neuroscienze, dal dolore neuropatico alle novità in interventistica, dalla rete clinica in area vasta (ictus cerebrale, malattie neurodegenerative e infiammatorie) alle terapie innovative in neurologia, dalla neuroncologia alle sindromi neurologiche acute e malattie neurologiche immunomediate.

Il mondo delle neuroscienze intende così proporre interventi organizzativi per garantire l'uso ottimale delle risorse e la qualita' dei servizi, con la finalità di valorizzare l'innovazione e la ricerca, senza trascurare l'appropriatezza, l'equità e la sostenibilità: uno dei temi di confronto tra rappresentanti della Società Italiana di Neurologia e della Società Scientifica Scienze Neurologiche Ospedaliere saranno dunque i percorsi assistenziali adeguati, di fronte all'incremento di tali patologie, e gli interventi organizzativi per rispondere ai bisogni di salute.

Si stima che i professionisti partecipanti all'evento scientifico saranno circa 300. "La ricchezza degli argomenti del prossimo Meeting di Neuroscienze a Grosseto – ha sottolineato Roberto Marconi, presidente del Congresso – unitamente al favore incontrato dalle altre societa' scientifiche e professionali aderenti all'iniziativa, testimoniano la vitalita' di professionisti che, nel solco di una comune tradizione culturale, da sempre al servizio pubblico, è pronta e matura per partecipare alla ricerca di soluzioni innovative per il nostro sistema sanitario". 

Alcune delle più grandi scoperte scientifiche sono avvenute quasi per caso. Come quella di una equipe di scienziati israeliani che potrebbe essere l'ultima frontiera della lotta ai virus più devastanti, come l'Hiv. Il team del Weizmann Institute of Science, istituto di ricerca israeliano, guidato da Rotem Sorek ha scoperto come combattere i virus 'ascoltando' le loro conversazioni. Nello studio pubblicato su Nature viene spiegato che quando i virus devono decidere se uccidere o 'semplicemente' colpire il loro ospite (con un attacco 'soft') si scambiano dei messaggi chimici. L'intercettazione di tali messaggi – o meglio l'identificazione della proteina utilizzata dai virus per comunicare – potrebbe essere la chiave per nuovi farmaci anti-virali.

 

Una scoperta avvenuta per caso

Lo studio è stato condotto sui virus batteriofagi, o fagi, ovvero quelli che attaccano i batteri. In particolare i ricercatori israeliani stavano studiando una specie batterica chiamata 'Bacillus subtilis' per provare che i vari batteri si allertano tra di loro attraverso dei messaggi chimici sulla presenza dei fagi. Ma i ricercatori hanno scoperto che anche un invasore virale del batterio in questione – un fagio chiamato phi3T – emette questo genere di messaggi che influenzano il comportamento degli altri virus.

 

I fagi e il genoma dormiente

I ricercatori hanno quindi iniettato Phi3T in un contenitore con i batteri e il fagio ha cercato di eliminarli. Quindi hanno eliminato virus e batteri dal contenitore, lasciandovi solo piccole proteine e vi hanno iniettato una nuova coltura di batteri e virus. Allora i fagi hanno cambiato 'atteggiamento' e invece di provare a uccidere i batteri, hanno lasciato un pezzo di genoma al loro interno. Gli scienziati hanno così potuto constatare che l'attacco avviene in due modalità: i virus prendono il sopravvento sui batteri e si moltiplicano fino a quando la cellula esplode e muore; oppure possono semplicemente iniettare il loro genoma nei batteri in attesa di un contesto ambientale più favorevole per risvegliare e moltiplicarsi in seguito. C'era un enigma da risolvere. 

 

Le conclusioni

Dopo due anni di ricerche il team di Sorek ha scoperto 'l'identità' della proteina che i virus utilizzano per comunicare e l'ha ribattezzata con il termine latino "arbitrium". Arbitro. Secondo Sorek, quando i livelli di arbitrium sono elevati, dopo che un gran numero di cellule è morto i fagi smettono di uccidere i batteri e passano alla seconda strategia iniziando a rilasciare il loro genoma dormiente. "Questo comportamento ha senso – spiega Peter Fineran, dell'Università di Otago in Dunedin, Nuova Zelanda – se i fagi sono a corto di ospiti: devono quindi limitare la loro distruzione e aspettare che i batteri ristabiliscano il loro numero".

Roma – Il più diffuso tumore al cervello dei bambini si può curare con una nuova terapia messa a punto, dopo 10 anni di studio, da un gruppo di ricercatori dell'Istituto di biologia cellulare e  neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma.

Le cure oggi

Il tumore cerebrale dell'infanzia è oggi curato con trattamenti ad alta tossicità, come la radioterapia, che lasciano nei pazienti danni gravi, tra cui disturbi cognitivi permanenti e neoplasie secondarie. La terapia si basa, in pratica, sul blocco della proliferazione delle cellule giovani che poi diventano neuroni con delle sostanze tossiche.  

Come funziona la nuova terapia

A far scomparire il tumore al cervello (medulloblastoma), anche se ha già iniziato a svilupparsi, è Il trattamento con la proteina Cxcl3 (chemokina). lo hanno dimostrato una serie di studi sullo sviluppo dei neuroni nel cervello e nel cervelletto (neurogenesi).

Se questa proteina manca c'è un aumento notevole della frequenza del medulloblastoma. Cosa succede?

I precursori cerebellari, cioè le cellule giovani che poi diventano neuroni, non riescono più a migrare al di fuori della zona proliferativa alla superficie del cervelletto e tendono a diventare cellule tumorali.Quando le cellule giovani rimangono troppo a lungo nella zona proliferativa diventano più suscettibili alle mutazioni che determinano una proliferazione incontrollata. La chemokina forza la migrazione fuori la zona proliferativa del cervelletto verso la parte interna, sfruttando la plasticità residua delle cellule tumorali. Si blocca quindi il rpogramma di sviluppo del tumore. 

Il trattamento per un mese con la proteina Cxcl3, che sembra essere priva di tossicità, per via intracerebellare, a due mesi da quando il tumore ha iniziato a svilupparsi, fa scomparire completamente il medulloblastoma.  

Lo studio è pubblicato su Frontiers in Pharmacology.

Passi futuri

  • Si sta ora studiando l'applicabilità nell'uomo di questo trattamento.
  • Resta da chiarire se la plasticità delle cellule giovani tumorali, ossia la capacità di differenziare dopo la migrazione, rimane negli stadi più avanzati del tumore.
  • La nuova terapia potrebbe essere aplicat alla sindrome di Gorlin, dove il tumore al cervello è trasmesso geneticamente, e quindi la sua insorgenza è più prevedibile e monitorabile sin dalle fasi iniziali di sviluppo.

Nuovi vaccini gratuiti e senza pagamento del ticket, in quanto "prevenzione sanitaria di massa", la fecondazione eterologa gratuita, le terapie per nuove patologie rare e croniche. Sono solo alcune delle novità dei nuovi Lea, i livelli essenziali di assistenza che elencano le prestazioni che la sanità pubblica offrirà gratuitamente in tutte le Regioni, varati il 12 gennaio dopo un lungo iter preparatorio, fortemente voluti dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin e attesi da 15 anni. Stanziati 800 milioni di euro. Ecco tutte le novità. 
 

Aggiornamento Lea

è la prima novità sostanziale: non bisognerà attendere altri 15 anni. è stata costituita la Commissione nazionale per l'aggiornamento dei LEA, con il compito di monitorarne costantemente il contenuto, escludendo prestazioni, servizi o attività che divengano obsoleti e valutando di erogare a carico del SSN trattamenti che, nel tempo, si dimostrino innovativi o e efficaci per la cura dei pazienti. 

Vaccini

Sono state incluse tra i LEA vaccinazioni già previste dal Calendario nazionale 2012-2014 (contro pneumococco e meningococco C nei nuovi nati; HPV nelle undicenni), e sono state introdotte tra i LEA nuove vaccinazioni, previste dal nuovo Piano Nazionale della Prevenzione Vaccinale 2017-2019:

 

  • meningococco B, rotavirus e varicella nei nuovi nati;
  • HPV nei maschi undicenni;
  • meningococco tetravalente ACWY135 e richiamo anti-polio con IPV negli adolescenti;
  • pneumococco e Zoster nei sessantacinquennile vaccinazioni per i soggetti a rischio di tutte le età, come indicato nel PNPV e in altre normative nazionali sull'argomento.

Per tutte queste vaccinazioni è prevista l'offerta gratuita da parte dei servizi deputati alle attività vaccinali dislocati sul territorio nazionale. Trattandosi di prevenzione sanitaria di massa, e non prestazioni sanitarie di cura, i vaccini saranno completamente gratuiti, senza pagamento di alcun ticket.

Di conseguenza i nuovi nati avranno diritto a cicli di base ed eventuali successivi richiami di vaccino per la prevenzione di

  • difterite,
  • tetano,
  • pertosse,
  • epatite B,
  • polio,
  • haemophilus influenza tipo b,
  • pneumococco,
  • meningococco B,
  • rotavirus,
  • morbillo,
  • parotite,
  • rosolia,
  • varicella,
  • meningococco. 

 Gli adolescenti:

  • vaccino anti-meningococco tetravalente ACWY135
  • vaccino anti-HPV.

I soggetti di età pari o superiore a 65 anni:

  • vaccino anti-influenzale stagionale;

I soggetti di età pari a 65 anni:

  • vaccino anti-pneumococco e vaccino anti-zoster-

​ I soggetti a rischio di tutte le età:

  • le vaccinazioni previste dal PNPV e da altre normative nazionali sull'argomento.

Il nuovo nomenclatore della specialistica ambulatoriale (dopo 20 anni) 

 

Include prestazioni tecnologicamente avanzate ed eliminando quelle ormai obsolete e:

  1.  individua chiaramente tutte le prestazioni di procreazione medicalmente assistita (PMA) che saranno erogate a carico del Servizio sanitario nazionale (fino ad oggi erogate solo in regime di ricovero);
  2. rivede profondamente l'elenco delle prestazioni di genetica e, per ogni singola prestazione, fa riferimento ad un elenco puntuale di patologie per le quali è necessaria l'indagine su un determinato numero di geni;
  3. introduce prestazioni di elevatissimo contenuto tecnologico (adroterapia) o di tecnologia recente (enteroscopia con microcamera ingeribile, radioterapia stereotassica).

Il nuovo nomenclatore dell'assistenza protesica (dopo 17 anni)

Il nuovo nomenclatore consentirà, tra l'altro, di prescrivere:

  1.  ausili informatici e di comunicazione (inclusi i comunicatori oculari e le tastiere adattate per persone con gravissime disabilità);
  2.  apparecchi acustici a tecnologia digitale;
  3. attrezzature domotiche e sensori di comando e controllo per ambienti (allarme e telesoccorso);
  4.  posaterie e suppellettili adattati per le disabilità motorie, barella adattata per la doccia, scooter a quattro ruote, carrozzine con sistema di verticalizzazione, carrozzine per grandi e complesse disabilità, sollevatori fissi e per vasca da bagno, sistemi di sostegno nell'ambiente bagno (maniglioni e braccioli), carrelli servoscala per interni;
  5.  arti artificiali a tecnologia avanzata e sistemi di riconoscimento vocale e di puntamento con lo sguardo.
     

Malattie rare

Il provvedimento prevede un consistente ampliamento dell'elenco delle malattie rare (erogate in regime di esenzione), realizzato mediante l'inserimento di più di 110 nuove entità tra singole malattie rare e gruppi di malattie. Alcune tra le nuove malattie rare:

  1.  sarcoidosi;
  2.  la sclerosi sistemica progressiva;
  3.  la miastenia grave;
  4.  sindromi da neoplasie endocrine multiple;
  5.  iperinsulinismi congeniti;
  6.  malattie perossisomiali;
  7.  sindromi da deficit congenito di creatina;
  8.  piastrinopatie autoimmuni primarie croniche;
  9.  miosite eosinofila idiopatica.
     

 Malattie croniche

Sono introdotte sei nuove patologie esenti:

  1.  sindrome da talidomide
  2.  osteomielite cronica,
  3. patologie renali croniche,
  4. rene policistico autosomico dominante,
  5. endometriosi negli stadi clinici "moderato" e "grave",
  6. broncopneumopatia cronico ostruttiva negli stadi clinici "moderato", "grave" e "molto grave".

Vengono spostate tra le malattie croniche alcune patologie già esenti come malattie rare, quali:

  1. malattia celiaca,
  2. sindrome di Down,
  3. s. Klinefelter,
  4. connettiviti indifferenziate.
     

 Screening neonatale

Introduzione dello screening neonatale per

  1. la sordità congenita e la cataratta congenita;
  2. estensione a tutti i nuovi nati dello screening neonatale esteso per le malattie metaboliche ereditarie
     

Endometriosi

Viene previsto l'inserimento dell'endometriosi nell'elenco delle patologie croniche ed invalidanti, negli stadi clinici "moderato" e "grave". Di conseguenza, si riconosce alle pazienti il diritto ad usufruire in esenzione di alcune prestazioni specialistiche di controllo. Si stimano circa 300.000 esenzioni.-

Celiachia

Diviene, da malattia rara, una malattia cronica. Ciò in quanto il percorso diagnostico di tale patologia non risulta, ad oggi, tortuoso, lungo e oneroso come avviene per i malati rari. 

Sono mantenute in esenzione tutte le prestazioni di specialistica ambulatoriale comprese nei LEA, utili al monitoraggio della patologia e alla prevenzione delle complicanze e degli eventuali aggravamenti. Come per tutte le malattie croniche è sufficiente una certificazione di malattia redatta da uno specialista del Servizio sanitario nazionale per ottenere il nuovo attestato di esenzione.- Viene mantenuta la disciplina della concessione degli alimenti ai celiaci.

Autismo

Il nuovo schema di decreto recepisce la legge n. 134 del 2015, che prevede l'aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza per la diagnosi precoce, la cura e il trattamento individualizzato dei disturbi dello spettro autistico. Le novità sono:

  1.  qualità dell'assistenza: è previsto nel percorso di diagnosi, cura e trattamento l'impiego di metodi e strumenti basati sulle più avanzate evidenze scientifiche disponibili;
  2. integrazione nella vita sociale: viene promosso il reinserimento e l'integrazione del minore nella vita sociale mediante il raccordo dell'assistenza sanitaria con le istituzioni scolastiche e attraverso interventi sulla rete sociale formale ed informale
  3. coinvolgimento della famiglia: viene prestata attenzione alla partecipazione attiva della famiglia, con interventi di sostegno, formazione ed orientamento ad essa dedicati e coinvolgimento attivo nel percorso terapeutico.

Procreazione medicalmente assistita 

Viene previsto l'inserimento nel nomenclatore della specialistica ambulatoriale di tutte le prestazioni necessarie nelle diverse fasi concernenti la procreazione medicalmente assistita, omologa ed eterologa (sino ad oggi erogate solo in regime di ricovero).

L'influenza ha raggiunto il picco e sta iniziando il suo declino in tutte le fasce d'età. Il numero di nuovi casi stimati nella prima settimana del 2017 è stato pari a 552.300, negli ultimi 7 giorni del 2016 ne erano stati registrati 603.400. L'analisi è di Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (Simg), secondo cui il virus, che finora ha colpito in totale 2 milioni e 486mila persone, costringerà a letto nelle prossime settimane poco più di un milione e mezzo di italiani.

 

"Il sistema e i medici di famiglia stanno reggendo l'impatto dell'epidemia con un considerevole aumento del carico di lavoro, ancora più marcato a seguito della concentrazione dei casi nel tempo e nel periodo delle festività natalizie. E' una stima – sottolinea Cricelli – che potrà essere modificata in relazione a eventuali recrudescenze dell'epidemia. Possiamo stilare un primo bilancio di metà stagione. La situazione è sotto controllo, quest'anno il virus è di media intensità: stiamo valutando le complicanze causate dalla malattia e le sindromi virali non influenzali sono, come sempre, più numerose di quelle determinate dall'influenza. Le cosiddette sindromi respiratorie acute, cioe' le patologie delle prime vie aeree, includono il raffreddore comune e forme simili e possono quindi colpire anche le persone vaccinate contro l'influenza".

Nella settimana dal 2 all'8 gennaio:

  • il livello di incidenza del virus è stato pari a 9,11 casi per mille assistiti
  • la fascia di età maggiormente colpita è stata quella dei bambini al di sotto dei 5 anni, con incidenza pari a circa 17,47 casi per mille assistiti, e quella tra 5 e 14 anni (pari a 9,27).
  • tutte le Regioni hanno affrontato il periodo epidemico
  • in Piemonte, Val d'Aosta, Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania e Basilicata si e' osservata un'incidenza pari o superiore a 10 casi per mille assistiti

 

 

Anziani e bambini i più a rischio
Secondo Caterina Rizzo, medico epidemiologo dell'Iss, il virus quest'anno colpisce in maniera severa soprattutto la popolazione anziana. Bisogna fare molta attenzione agli anziani, evitare di contagiarli, perché sono particolarmente a rischio". 
 

I sintomi: tosse, mal di gola e febbre alta
I sintomi sono più o meno i soliti: infezioni alla vie respiratorie, con tosse e mal di gola, febbre anche alta, mal di testa e dolori alla articolazioni. Tutte cose che la passata stagione hanno fatto passare in media sei giorni a letto a chi è stato colpito all'influenza. Ma che ogni anno, secondo stime dell'Iss, provocano la morte di ottomila persone, soprattutto anziani, per le complicazioni, come polmonite e broncopolmonite, insorte dopo aver contratto il virus. Ma non c'é solo il virus influenzale: il fatto di essere vaccinati non esclude che nei mesi freddi si possa incorrere in infezioni respiratorie anche gravi in quanto altri agenti patogeni respiratori (virali e batterici) sono i responsabili di oltre il 30% degli eventi, soprattutto tra i bambini. Per la terapia dei pazienti e ai fini epidemiologici, auspicano i microbiologi, è importante che si arrivi alla precisione diagnostica che viene condotta nei laboratori di Microbiologia clinica. Da alcuni lavori di ricerca condotti nei dipartimenti di Microbiologia degli ospedali di Torino, Napoli, Milano e Roma, che sono stati presentati a Rimini al XLV Congresso nazionale Amcli, emergono dati interessanti:
 

  • si conferma una notevole presenza di virus respiratori sinciziali nei bambini sotto i 5 anni 
  • sono in crescita le infezioni causate da Metapneumovirus
  • frequenti le 'confezioni' con due virus diversi o con un virus e un batterio
  • spesso a un agente virale si associa Bordetella pertussis sia negli adulti che nei bambini 
  •  "L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha bisogno di un cambiamento e io sono pronta a raccogliere questa sfida". E' difficile non fare il tifo per Flavia Bustreo, candidata dal Governo italiano alla guida dell’Oms. Nata nel 1961 a Camposampiero, in provincia di Padova, la sua famiglia aveva ben altre aspettative per lei, la prima figlia femmina. "Le loro aspettative erano decisamente più tradizionali", dice Bustreo. "Ma io sognavo ben altro ed è per questo che sono andata all'università: ho fatto i 6 anni di medicina, lavorando tuttii weekend come cameriera in una pizzeria. Questo ha formato molto il mio carattere e mi ha resa forte", racconta.

    E oggi il suo curriculum è invidiabile: con quasi 30 anni di esperienza nell’ambito della salute globale, moltissime esperienze sul campo, in paesi poveri e dilaniati dalla guerra, dal 2010 Bustreo ricopre l’incarico di vicedirettrice generale dell’Oms per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini. Ha lavorato in molte parti del mondo tra cui Argentina, Sarajevo, Baghdad durante la guerra del Golfo e nel 1997 è stata l'unico medico italiano in Sudan. Ed è la prima persona in assoluto che l'Italia presenta come candidato alla direzione generale dell'Oms.

    Deve essere davvero molto orgogliosa di se stessa. Pensa che come candidata italiana possa farcela a essere eletta alla guida dell'Oms?

    Sì, sono molto soddisfatta. Tutti i miei sacrifici sono stati ampiamente ripagati e la mia competenza è stata riconosciuta a livello internazionale. E sì, credo di avere buone chance di farcela, soprattutto anche grazie alla reputazione dell'Italia. La nostra nazionalità è molto apprezzata e veniamo visti in modo positivo. Non abbiamo una reputazione e una storia di ingerenza. L'Italia è vista come un paese accogliente, capace di garantire assistenza e cure a tutti. La nostra sensibilità verso gli immigrati è molto apprezzata. Anche se tra molte polemiche, il nostro Governo si spende molto per gli altri e riesce a mantenere un dialogo anche con paesi molto difficili, come la Libia e la Turchia.

    La sua candidatura all'Oms arriva in un momento cruciale e difficile per l'organizzazione. Come intende affrontare questa sfida?

    E' vero, negli ultimi anni l'Oms non si è dimostrata sempre all'altezza dei compiti che avrebbe dovuto svolgere. Molti errori sono stati fatti nella gestione delle emergenze sanitarie, come nel caso dell'Ebola. Molti ritardi, scarsa capacità di sorveglianza e un cattivo coordinamento, hanno fatto perdere del tempo prezioso che avrebbe invece potuto fare la differenza per contenere l'emergenza Ebola. Ecco perché uno dei punti principali del mio programma prevede una sostanziale riforma nella gestione delle emergenze sanitarie.

    In cosa consiste questa sua riforma?

    Sostanzialmente nel rinforzare i meccanismi di risposta alle epidemie, che dovranno essere più tempestivi ed efficienti. La prima cosa è rinforzare la sorveglianza: non devono passare mesi prima che vengano segnalati i casi di una malattia infettiva, come è successo per Ebola. Sappiamo che un infezione in Congo può essere facilmente trasferibile in altri paesi, come il nostro. Bisogna quindi agire tempestivamente, prima che un'infezione diventi un'emergenza globale. Un altro punto cruciale riguarda i finanziamenti, fondamentali per garantire risposte rapide. E infine c'e' il coordinamento: per dare risposte efficienti è necessario riuscire a coordinare e collaborare con i diversi attori coinvolti.

    Guidare l'Oms non significa solo affrontare epidemie. Cos'altro c'è nel suo programma?

    Credo che per l'Oms sia fondamentale concentrarsi sulla copertura sanitaria universale, che garantisca e tuteli il diritto alla salute di ogni persona su questo pianeta. Si tratta di un concetto ben radicato in Italia, dove la salute è considerata un diritto per tutti a prescindere dalle origini, religione, opinioni politiche, status economico e sociale. Non è un caso che il nostro paese vanta uno dei tassi di mortalità materna fra i più bassi del mondo ed è secondo solo al Giappone per la longevità. Un'altra prioritè è la salute delle donne e dei bambini.

    Nel suo lavoro si è spesa molto per la promozione della salute delle donne e dei bambini, specialmente in molti di quei paesi in cui la donna è considerata come un essere umano si serie B. Cosa potrebbe fare l'Oms?

    Promuovere, ad esempio, specifici programmi focalizzati proprio sulle donne e i bambini. Sappiamo che loro sono in grado di svolgere un ruolo determinante nella società, ma solo se in buona salute. E l'Oms ha il dovere di garantirla a tutti loro.

    Sono tutti obiettivi ambiziosi, crede che siano anche realistici?

    Certamente. Fin da giovane ho capito che se si vuole davvero una cosa e ci si impegna molto alla fine i risultati arrivano. Ho un carattere abbastanza forte e non mi arrendo facilmente e questo mi ha portato dove sono oggi.

    E' questo il messaggio che vuole lanciare ai giovani, specialmente alle giovani donne?

    Si'. Almeno per me è stato cosi': dopo tanti sacrifici, le gratificazioni arrivano e le competenze alla fine vengono riconosciute. Se è stato così per me, perché non potrebbe esserlo per agli altri?

    Roma – Una bimba di 4 anni di Barletta è morta all'Ospedale Pediatrico 'Giovanni XXIII' di Bari per sospetta sepsi, probabilmente causata da meningococco o pneumococco. La piccola, trasportata a Bari già in condizioni molto gravi, è deceduta poco dopo il ricovero. Accertamenti di laboratorio per stabilire le cause della morte sono in corso sui campioni prelevati in ospedale, presso l'Unità operativa di Igiene del Policlinico di Bari.

    Brutta avventura ma a lieto fine, invece, per un 58enne di Portogruaro, in Veneto, operato d'urgenza e salvato all'ospedale San Tommaso dei Battuti dopo che una meningite batterica, partita dall'orecchio, aveva eroso il cranio ed era entrata nelle meningi.

    Meningite, il vademecum dell'Istituto Superiore della Sanità

    Intanto, la paura del meningococco continua a creare malumori e tensioni alle Asl, dove si registrano file lunghissime e caos prenotazioni per vaccinarsi.

     

    //

    Agenzia Vista/Alexander Jakhnagiev – Agi

    Torino – Caso sospetto di meningite fulminante a Torino. Un ragazzo di 25 anni è morto domenica sera all'ospedale Molinette dopo essere arrivato in condizioni disperate con l'elisoccorso da Valperga, piccolo centro del Canavese. Negli ultimi giorni il giovane aveva accusato febbre molto alta, quindi la decisione di trasportarlo al nosocomio torinese, dove è morto poco dopo l'arrivo. Per precauzione i familiari e il personale sanitario che ha soccorso il ragazzo sono stati sottoposti a profilassi antibiotica. 

    Intanto a Trani è stato accertato un caso di meningite: si tratta di una bambina di 8 anni, arrivata in mattinata di domenica al pronto soccorso di Bisceglie. Dopo accertamenti infettivologici e pediatrici, è stata trasferita all'ospedale pediatrico Giovanni XIII di Bari dove sono state avviate le indagini per accertare la tipologia della meningite. La bambina era ospite con la madre di una comunità religiosa di Trani. I medici che sono entrati in contatto con la bambina sono stati già sottoposti a profilassi. Sono in corso accertamenti epidemiologici per capire gli spostamenti della bambina e della madre. 

    Un documento dell'Istituto Superiore di Sanità ha raccolto tutte le domande più frequenti sulla meningite. Lo ha fatto per venire incontro a dubbi, paure e curiosità dei cittadini dopo l'epidemia che sta spaventando soprattutto la Toscana. Il documento ha la supervisione scientifica di Gianni Rezza e Paola Stefanelli, del dipartimento malattie infettive dell'Iss. 

    1. Quali sono i batteri causano la meningite?

    Tra gli agenti batterici che causano la meningite il più temuto è Neisseria meningitidis (meningocco), oltre a Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Haemophilus influenzae. Del meningococco esistono diversi sierogruppi: A, B, C, Y, W135, X. 

    2. Quali sono i più aggressivi e quali i più frequenti? 

    Il più aggressivo è il meningococco di sierogruppo C, che insieme al B è il più frequente in Italia e in Europa. Secondo l'ISS, nel 2015 si sono verificati in Italia quasi 200 casi di malattia invasiva da meningococco, la maggior parte dei quali causati dai sierogrupppi B e C.

    3. Quali sono le fasce più a rischio di contrarre l'infezione causata dai diversi tipi di meningococco?

    I bambini piccoli e gli adolescenti, ma anche i giovani adulti, sono a rischio più elevato di contrarre infezione e malattia. Per quanto riguarda il sierogruppo B, la maggior parte dei casi si concentra fra i bambini piu' piccoli, al di sotto dell'anno di età.

    4. Quali sono i vaccini a disposizione contro la meningite e, esattamente, contro quali ceppi? 

    Esistono tre tipi di vaccino anti-meningococco:

    • il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC): è il più frequentemente utilizzato, e protegge solo dal sierotipo C;
    • il vaccino coniugato tetravalente, che protegge dai sierogruppi A, C, W e Y;
    • il vaccino contro il meningococco di tipo B: protegge esclusivamente contro questo sierogruppo. 

    5. I vaccini sono obbligatori o raccomandati?

    Alcuni vaccini sono già raccomandati ed offerti gratuitamente, altri invece lo saranno appena entrerà in vigore il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale. La scheda vaccinale attualmente in vigore prevede la vaccinazione anti meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età, mentre è consigliato un richiamo con vaccino tetravalente per gli adolescenti.

    Leggi anche: I vaccini sono sufficienti a proteggerci dalla meningite? 

    Il vaccino tetravalente coniugato anti-meningococco A,C,Y,W, è consigliato anche per gli adolescenti che non sono stati vaccinati da piccoli, e dovrebbe comunque essere somministrato a chi si reca in Paesi ove sono presenti i sierogruppi di meningococco contenuti nel vaccino. Al di fuori delle due fasce di età sopracitate, il vaccino è fortemente raccomandato in persone a rischio o perchè affetti da alcune patologie (talassemia, diabete, malattie epatiche croniche gravi, immunodeficienze congenite o acquisite etc.) o per la presenza di particolari condizioni (lattanti che frequentano gli asili nido, ragazzi che vivono in collegi, frequentano discoteche e/o dormono in dormitori, reclute militari, e, come sopra accennato, per chiunque debba recarsi in regioni del mondo dove la malattia meningococcica è comune, come ad esempio alcune zone dell'Africa).

    Il vaccino contro il meningococco B, attualmente offerto in alcune regioni nel primo anno di età, sarà presto raccomandato per i bambini più piccoli anche a livello nazionale.

    6. Quali sono gratuiti e quali a carico del cittadino

    La vaccinazione contro il meningococco C è gratuita e prevede una sola dose a 13 mesi. Per il resto l'offerta vaccinale varia da Regione a Regione. La vaccinazione contro il meningococco B prevede diversi dosaggi a seconda dell'età in cui si inizia a vaccinare, anche se il vaccino è indicato soprattutto al di sotto di un anno di età. Al momento, questo vaccino e' gratuito solo in alcune Regioni, ma presto dovrebbero esserlo a livello nazionale.

    Per quanto riguarda i vaccini contro gli altri agenti batterici della meningite, la vaccinazione contro Haemophilus Influenzae B (emofilo tipo B) è solitamente effettuata, gratuitamente, insieme a quella antitetanica, antidifterica, antipertosse, antipolio e anti epatite B, al 3', 5' e 11' mese di vita del bambino, come da calendario vaccinale italiano. Non sono necessari ulteriori richiami. La vaccinazione contro Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e' offerta gratuitamente e va somministrata in 3 dosi, al 3', 5' e 11' mese di vita del bambino.

    7. Negli adolescenti va fatta la vaccinazione? E se e' stata fatta a un anno di eta' va fatto un richiamo?

    La vaccinazione contro il meningococco C, o meglio il vaccino tetravalente, è certamente consigliabile per gli adolescenti. Per chi è stato vaccinato da bambino al momento non è previsto alcun richiamo, anche se e' comunque consigliabile effettuarlo. In Regioni come la Toscana tale vaccino è attivamente offerto.

    8. Per gli adulti che nell'infanzia non sono stati vaccinati contro il meningococco è consigliata la vaccinazione?

    La vaccinazione negli adulti non è raccomandata a meno che non siano presenti i fattori di rischio o le condizioni sopra riportate. Chi vuole può comunque ricorrere alla vaccinazione, anche se non gratuitamente (a parte Toscana o contesti particolari), rivolgendosi alla ASL o facendosi prescrivere il vaccino dal proprio medico di base.

    Flag Counter
    Video Games