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L'inverno è stato finora mite, eppure l'influenza di quest'anno è particolarmente virulenta: ha già messo a letto tre milioni di persone, 800mila soltanto nell'ultima settimana. E non è detto che il peggio sia passato. Anzi, il picco dell'epidemia potrebbe arrivare nei prossimi giorni. A delineare all'AGI questo scenario è Silvestro Scotti, il segretario nazionale della Federazione dei medici di famiglia (Fimmg), che ha lanciato un allarme: dal 2 al 4 gennaio in tutti gli ambulatori italiani sono state visitate quotidianamente circa 51 persone, contro una media abituale di 30-35. Dati confermati dall'analisi dell'Istituto Superiore di Sanità secondo cui quella in corso è una delle epidemia influenzali peggiori da 15 anni a questa parte. "Complessivamente quasi 7 milioni di pazienti – conferma Scotti – il 30% in più rispetto allo stesso periodo degli anni scorsi. E l'incremento in buona parte è dovuto all'influenza, che quest'anno si è presentata anticipata in termini di picco rispetto al passato. Nell'ambito del sistema nazionale di sorveglianza Influnet, dal 2004 ad oggi ha superato i picchi di tutti gli anni, tranne due. Il clou è in questi giorni, ma non sappiamo ancora se sia stato completato. Potrebbe crescere ancora, e se così fosse, diventerebbe l'influenza con il picco di incidenza più alto degli ultimi 15 anni".

Quale fascia d'età è la più colpita?

"Dall'inizio della sorveglianza 2017-2018 circa tre milioni di italiani sono stati colpiti dal virus, ma con una incidenza diversa nelle varie fasce di età della popolazione – spiega il segretario Fimmg – La maggiore incidenza si è registrata nella fascia compresa tra i 5 e i 14 anni. Nell'ultima settimana, invece, è diminuito il numero dei bambini malati ed è cresciuto sia il numero dei giovani adulti infettati (13.4 ogni 1.000) sia quello degli anziani infettati (8,1 ogni 1.000), quest'ultimo in misura minore perché, come è noto, gli over 65 sono protetti dai vaccini, che per loro sono gratuiti". Perché i bambini si stanno ammalando di meno? "Perché si sono già fatti gli anticorpi, avendo preso il virus prima delle vacanze di Natale – osserva Scotti – . Durante le festività hanno contaminato gli adulti che ora stanno crollando".

Del resto – prosegue il medico – questo è l'andamento tipico confermato da alcuni recenti studi condotti in Giappone. Si è visto che, vaccinando i ragazzi fino ai 14 anni, i tassi di morbosità e di mortalità tra la popolazione anziana diminuivano drasticamente per un'evidente protezione di 'gregge' tra il giovane e l'adulto. In Italia il vaccino non è a carico del Ssn per gli under 14, a meno che non soffrano di patologie croniche, malattie metaboliche o cardiovascolari – ricorda Scotti -. Tuttavia, ci sono genitori che vaccinano i loro figli, anche in assenza di queste patologie, perché la ritengono una scelta di protezione della famiglia, considerando che non sempre l'adulto si trova nelle condizioni di potersi assentare senza problemi dal lavoro per dare assistenza e cure al minore". Da metà ottobre a fine dicembre è il periodo più indicato per effettuare la vaccinazione antinfluenzale, per la situazione climatica del nostro Paese e per l'andamento temporale mostrato dalle epidemie influenzali, tuttavia secondo Scotti, "sarebbe opportuno mantenere aperta la campagna vaccinale fino a marzo" perché la percentuale dei vaccinati è ancora bassa.

I sintomi e la durata

Ma quali sono i sintomi dell'influenza? Come riconoscerla e quanto dura? "Quest'anno siamo davanti a una forma antipatica perché dura a lungo, anche 8-10 giorni, con sintomi febbrili che scompaiono ma poi possono ritornare. Le persone si allarmano e ciò sta creando un eccesso di richieste di assistenza alle strutture di pronto soccorso". I sintomi respiratori possono includere tosse, mal di gola, respiro affannoso. Per quanto riguarda i bambini si può considerare quanto indicato per gli adulti, tenendo conto che i bambini più piccoli non sono in grado di descrivere la sintomatologia sistemica che invece si può manifestare con irritabilità, pianto e inappetenza. Nel lattante l'influenza è spesso accompagnata da vomito e diarrea e solo eccezionalmente da febbre. Spesso nei bambini in età prescolare occhi arrossati e congiuntivite sono caratteristiche dell'influenza, in caso di febbre elevata. Nel bambino di 1-5 anni la sindrome influenzale si associa frequentemente a laringotracheite, bronchite e febbre elevata.

Antibiotici sì o no?

"Per curare l'influenza l'antibiotico non serve perché deprime le difese immunitarie – ammonisce il segretario Fimmg – Quando ci ammaliamo dobbiamo tenere sotto controllo la temperatura con gli antipiretici ma facendo attenzione a non eccedere, in quanto un'azione febbrile sui 38 gradi protegge il corpo e uccide il virus. E' importante non coprirsi troppo durante la fase di risalita della febbre e tenere presente che il riscaldamento eccessivo degli ambienti fa salire la febbre più in fretta. E poi idratarsi il più possibile, anche attraverso un'alimentazione ricca di frutta e di verdura. Fidarsi dei consigli del proprio medico di famiglia, evitando la corsa al pronto soccorso". Scotti risponde anche a chi, in questi giorni, ha accusato la categoria di non fare abbastanza visite a domicilio. "Le polemiche sui medici che non fanno le domiciliari si ripropongono a ogni epidemia influenzale e sono infondate. Teniamo presente, tra l'altro, che nelle prime 12 ore di malattia non si può fare alcuna diagnosi certa di influenza, per cui anche se il medico si recasse a visitare a casa il paziente, questi non potrebbe ottenere una risposta sicura, né diagnostica né terapeutica". 

I figli di mamme che hanno assunto paracetamolo durante la gravidanza hanno più probabilità di sviluppare il linguaggio in ritardo. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio dell'Icahn School of Medicine di Mount Sinai, pubblicato sulla rivista European Psychiatry. Nello studio sono stati analizzati i dati riguardanti 754 donne dalla ottava alla 13esima settimana di gravidanza.

In particolare, sono state considerate il numero delle compresse di paracetamolo assunte e la concentrazione del farmaco nell'urina. I ricercatori hanno seguito i figli fino al 30esimo mese di vita. Il paracetamolo è stato utilizzato dal 59 per cento delle donne all'inizio della gravidanza. Il ritardo linguistico è stato riscontrato nel 10 per cento dei bambini dello studio.

Un ritardo di quasi sei volte superiore

Dal confronto dei dati è emerso che la maggior esposizione al paracetamolo in gravidanza ha aumentato le probabilità delle figlie di un ritardato sviluppo del linguaggio di quasi sei volte maggiore rispetto alle figlie di mamme che non hanno assunto il farmaco. Questi risultati sarebbero coerenti con altri studi, che segnalano una riduzione del quoziente intellettivo e maggiori problemi di comunicazione nei bambini nati con madri che hanno usato più paracetamolo in gravidanza.

"Data la prevalenza dell'uso pre-natale del paracetamolo e l'importanza dello sviluppo del linguaggio, i nostri risultati, se replicati, suggeriscono che le donne in gravidanza dovrebbero limitare l'uso di questo analgesico durante la gravidanza", ha detto Shanna Swan, autrice dello studio.

Chi non ne soffre non comprenderà mai la paura, il terrore che scatta in una persona affetta da fobia di fronte al suo peggiore incubo. Eppure le fobie sono comunissime e limitano non poco chi si ritrova suo malgrado a conviverci. E non riguardano solo serpenti, topi e animali, ma anche situazioni. Ma cosa sono le fobie? E quali sono le più bizzarre?
 

 Una paura irrazionale che fa scappare

La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre, si legge sul sito dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, è sopraffatto dal terrore all’idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte alla prospettiva di compiere un’azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone (ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere l’ascensore o la metropolitana).
 
Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità della propria paura, ma non possono controllarla.
 
L’ansia da fobia, o “fobica”, si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Con la paura si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire. Scappare, d’altra parte, è una strategia di emergenza.
 

I tipi di fobie

 
Quando si parla di fobie ci si riferisce in genere a: fobia dei cani, fobia dei gatti, fobia dei ragni, fobia degli spazi chiusi, fobia degli insetti, fobia dell’aereo, fobia del sangue, fobia delle iniezioni, ecc. Più precisamente, esistono le fobie generalizzate (agorafobia e fobia sociale), fortemente invalidanti, e le comuni fobie specifiche, generalmente ben gestite dai soggetti evitando gli stimoli temuti, che si classificano così:
 
  • Tipo animali. Fobia dei ragni (aracnofobia), fobia degli uccelli o fobia dei piccioni (ornitofobia), fobia degli insetti, fobia dei cani (cinofobia), fobia dei gatti (ailurofobia), fobia dei topi, ecc..
     
  • Tipo ambiente naturale. Fobia dei temporali (brontofobia), fobia delle altezze (acrofobia), fobia del buio (scotofobia), fobia dell’acqua (idrofobia), ecc..
     
  • Tipo sangue-iniezioni-ferite. Fobia del sangue (emofobia), fobia degli aghi, fobia delle siringhe, ecc.. In generale, se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive.
     
  • Tipo situazionale. Nei casi in cui la paura è provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare (aviofobia), guidare, oppure luoghi chiusi (claustrofobia o agorafobia).
     
  • Altro tipo. Nel caso in cui la paura è scatenata da altri stimoli come: il timore di situazioni che potrebbero portare a soffocare o contrarre una malattia (vedi anche disturbo ossessivo-compulsivo e ipocondria).

Il pericolo dei buchi

 
Fino a poco tempo fa gli scienziati ritenevano che la paura dei buchi, o tripofobia, fosse una sorta di reazione istintiva e di autoproduzione legata ai pattern presenti sul corpo di alcuni animali come il serpente, oppure nelle celle degli alveari. In particolare, gli psicologi dell'Università del Kent hanno dimostrato che la tripofobia scaturisce da un'intensa avversione nei confronti di parassiti e malattie infettive.
 
L'emozione provata dalle persone sottoposte allo studio era principalmente il disgusto, non la paura (che invece può essere associata ad animali velenosi come ragni e topi), inoltre i tripofobici hanno descritto una fastidiosa sensazione sulla pelle, come quella di essere infestati da parassiti o da qualcosa che strisciava su di loro.

 Le paure più comuni (e quelle più bizzarre)

 Secondo uno studio dell’organizzazione YouGov UK, ci sono 13 paure che tengono sveglie le persone di notte:
 
  1. Al primo posto si piazza la paura delle altezze, o acrofobia.
     
  2. Al secondo posto c’è l’atavica paura dei serpenti, o ofidiofobia.
  3. Al terzo posto, la paura di parlare in pubblico, o glossofobia, che paralizza molte persone.
     
  4. Il quarto posto, se lo aggiudica la paura dei ragni, o aracnofobia, con la maggioranza di donne che ne soffrono – ma anche gli uomini non si tirano indietro.
     
  5. Il quinto posto è occupato dalla paura dei piccoli spazi, o claustrofobia.
     
  6. Al sesto si piazzano i topi (musofobia).
     
  7. E al settimo gli aghi (belonefobia).
     
  8. All’ottavo posto si trova la paura di volare, o pteromeranofobia quando la paura riguarda tutte le forme di volo.
     
  9. Al nono posto troviamo una fobia ben nota: quella degli spazi aperti, o agorafobia. Le persone che soffrono di questa fobia spesso temono di non potersi rifugiare immediatamente in un luogo ritenuto sicuro, e che gli spazi aperti non possono offrire. Allo stesso posto c’è la paura della folla, o enoclofobia, che mette a serio disagio le persone che si trovino in mezzo a tanta gente.
     
  10. Al decimo posto c’è la paura dei clown, o coulrofobia, che si riscontra spesso tra gli adolescenti e gli adulti.
     
  11. ‘Solo’ undicesima è la nictofobia: la paura del buio.
     
  12. Al dodicesimo posto si piazza la paura del sangue, o emofobia.
     
  13. Al tredicesimo posto si piazza la cinofobia, ovvero la paura dei cani.
 

Ma se queste sono le più comuni ecco le 10 fobie più strane:

 
  1. Anablefobia: È il timore di guardare in alto. Sì, di rivolgere gli occhi al cielo. Alle volte è collegata alla profonda consapevolezza della nostra piccolezza nell’universo e più in generale a un senso di paura per ciò che ci è sconosciuto.
     
  2.  Chaetofobia: Si tratta della paura dei capelli. Certe volte basta il solo pensiero, altre occorre il contatto con capelli umani o peluria di vario genere, anche animale. Altre ancora si rivolge verso i propri capelli o capigliature eccessivamente voluminose.
     
  3. Hippopotomonstrosesquipedaliofobia: E’ il timore delle parole lunghe. In particolare di pronunciare termini particolarmente lunghi. È anche nota come sesquipedaliofobia. 
     
  4. Alliumfobia: Ebbene sì, si tratta della paura dell’aglio. A quanto pare non spaventa solo Dracula.
     
  5. Peladofobia: E’ il timore della gente calva. Nota anche come falacrofobia, funziona nei due sensi: la paura è cioè quella di rimanere calvi o di stare vicino a persone senza capelli.
     
  6. Omfalofobia: Altra fobia abbastanza rara, è legata al fastidio e al timore di dover far toccare il proprio ombelico. Magari anche da sé. L’espressione? Un rifiuto totale di contatti in quella porzione di corpo.
     
  7. Papafobia: Esiste davvero sebbene sia sia tra le più rare in assoluto: è la paura del pontefice e di tutto ciò che ruota attorno alle simbologie cattolico-vaticane.
     
  8. Clinofobia: È il timore del sonno, di addormentarsi e staccarsi dalla realtà. Magari perché si associa il coricamento con la morte. Spesso, non a caso, questo timore sfocia nell’insonnia.
     
  9.  Cromatofobia: Si tratta della paura dei colori. Spesso perché a una certa tinta si associa un momento o un trauma. Si possono dunque temere tutte le tinte o una soltanto, al punto da dare vita a sottocategorie come la cianofobia (paura dell’azzurro), crisofobia (paura dell’arancione) e così via.
     
  10. Arachibuytrofobia: Rarissimo in Italia, è il timore che il burro d’arachidi si appiccichi al palato. Ma in fondo, a pensarci bene, è la paura che molti replicano per cibi e sostanze viscose o appiccicose.

“È come avere la vista di Superman”. “Ci si sente come chi è approdato per la prima volta sulla Luna”. Queste due metafore sono state usate dai neurochirurghi che hanno avuto la possibilità di assistere a un’operazione sperimentale condotta al Lenox Hill Hospital di Manhattan. Un’operazione che ha avuto come protagonista uno strumento, l’Orbeye, che come scrive il New York Times “trasforma la neurochirurgia in una spedizione coinvolgente e vertiginosa all’interno del cervello umano”.

L’ospedale di New York è stato il primo, in America, ad aver acquistato questo videomicroscopio di ultima generazione e a dotare un’equipe di una tecnologia all’avanguardia dove “le forbici e il bisturi sembravano grandi come bastoni da hockey” e dove tutti indossano sofisticati occhiali 3D.

Cosa fa l’Orbeye

Il videomicroscopio, prodotto da Somed, una joint venture tra Olympus e Sony, è in grado di produrre immagini digitali tridimensionali, ingrandite e ad alta risoluzione, su un monitor da 55 pollici. Consente a chiunque sia presente nella stanza di vedere esattamente quello che sta vedendo il chirurgo. Rispetto alle apparecchiature standard è più piccolo e manovrabile e fornisce una illuminazione di migliore qualità. Evita cioè che i chirurghi ruotino e sollevino il collo per vedere quelle parti del cervello più difficili da inquadrare limitando quelle sofferenze fisiche che colpiscono chi è costretto a operazioni lunghe e faticose. Inoltre è talmente facile da indossare che “si infila come un preservativo”. Almeno a quanto dice David J. Langer, responsabile del reparto di neurochirurgia, e autore dell’operazione raccontata dal Times.

Il primo paziente dell’Orbeye: un peperone rosso

Charles L. Branch, primario di neurochirurgia al Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem, altro centro coinvolto in questi test, ha raccontato come il suo primo paziente fosse un peperone rosso a cui si è cercato di asportare tutti i semi attraverso un piccolo buco creato sulla superficie esterna. Successivamente ha testato il videomicroscopio su oltre 20 pazienti che necessitavano di un intervento alla colonna vertebrale. “Era come avere una lattina di Coca-Cola su un bastone alle mie spalle. Facile da spostare e da usare con alcune inclinazioni impossibili per un semplice microscopio”. 

Una rivoluzione per l’insegnamento

Oltre a migliorare le condizioni di lavoro, l’Orbeye è uno strumento importante anche per insegnare quello che è, a tutti gli effetti, uno dei mestieri più difficili al mondo. “Ai miei studenti ho detto che farà comprendere loro il motivo vero per cui hanno scelto di entrare in neurochirurgia. Ho provato questo la prima volta che l’ho usato”. Mostrare ciò che viene fatto, passo dopo passo, in uno schermo ad alta risoluzione e senza disturbare il chirurgo al lavoro, è un’opportunità incredibile per chi sta affinando tecniche e acquisendo esperienza.

Quanto costa?

Il costo, secondo la Olympus, sarà simile a quella di un microscopio chirurgico standard: tra i 200mila e il milione di dollari. Il prodotto acquistato dall’ospedale newyorchese, ad esempio, è venuto a costare circa 400mila dollari. Ma non si tratta di una tecnologia esclusiva. Secondo il giornale americano altre compagnie sono pronte a lanciare varianti simili nel mercato nei prossimi anni. Quel che è certo, però, è che siamo di fronte a una tecnologia, quella del 3D, che ha trovato una delle sue applicazioni più importanti: la possibilità concreta di salvare, o migliorare, la vita di moltissime persone.

Poche case farmaceutiche avevano investito come Pfizer​ nel tentativo di trovare una cura alla sindrome di Alzheimer e al morbo di Parkinson. Dopo Merck, anche il colosso Usa ha annunciato, sabato scorso, di aver abbandonato la ricerca di nuovi farmaci per le due malattie neurodegenerative, dopo sforzi ai quali non sono seguiti risultati degni di note. Di conseguenza 300 ricercatori nel settore delle neuroscienze verranno licenziati e i fondi dirottati verso altri programmi di ricerca. Pfizer – che insieme a GlaxoSmithKline e Eli Lilly fa parte del Dementia Discovery Fund, un fondo di venture capital dedicato alla ricerca contro l'Alzheimer – ha comunque fatto sapere che non intende abbandonare la ricerca nel campo delle neuroscienze e dovrebbe annunciare la creazione di un nuovo fondo a questo scopo. Nondimeno, alcuni azionisti hanno reagito con delusione.

"Gli sforzi di trovare un antidoto alla demenza che colpisce decine di milioni di persone nel mondo sono stati costosi ma futili, ha spiegato la società, che ha quindi deciso di abbandonare la strada intrapresa", sottolinea La Stampa, "lo stesso destino toccherà anche alla ricerca contro il Parkinson, per il quale non è stato ancora trovato un trattamento risolutivo". Al momento contro l'Alzheimer sono disponibili solo trattamenti che affrontano la sintomatologia o rallentano il decorso ma una vera cura non esiste.

Quali aziende restano in campo

"Nell’ultimo decennio, i farmaci sperimentali contro l’Alzheimer hanno ripetutamente fallito nel rallentare la malattia che distrugge la memoria. Alla fine dello scorso anno, un farmaco anticorpo infuso nei corpi dei pazienti, prodotto da Eli Lilly, non ha avuto un effetto significativo sulla malattia. In precedenza, nel 2012, anche un farmaco messo a punto dalla stessa Pfizer, in joint venture con Johnson & Johnson ed Elan Pharmaceuticals, simile al farmaco Lilly, aveva fallito il suo scopo", sottolinea ancora il quotidiano torinese, "la speranza è ora appesa a due studi su una pillola simile studiata da Eli Lilly e da AstraZeneca, i cui risultati dovrebbero essere resi noti ad agosto. Gli studi di un altro farmaco di Eisai e Biogen seguiranno l’anno successivo, mentre gli esiti della ricerca su un farmaco sperimentale di Johnson & Johnson e Shionogi sono previsti nel 2023. Si tratta in tutti i casi di farmaci che bloccano l’enzima di conversione beta-amiloide. La ricerca indica infatti che la malattia è strettamente associata a placche amiloidi e ammassi neurofibrillari riscontrati nel cervello, ma non è nota la causa prima di tale degenerazione".

 

Da secoli scienziati e dottori mettono alla sbarra la caffeina per le sue proprietà dannose, ma oggi la scienza fa dietro front e scagiona la bevanda più consumata al mondo. Mentre cresce il livello di allerta sugli energy drink, consumati sempre più spesso da adolescenti e bambini, nuovi studi riabilitano il caffè, assicurando non solo che 4-5 tazze al giorno (si parla di caffè americano, non di espresso) sono del tutto innocue. Ma addirittura, nella maggior parte delle persone aiutano a regolare i ritmi circadiani, quelli responsabili del nostro ciclo sonno-veglia, e aiutano a contrastare malattie degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson.

Si può morire di caffeina?

E’ vero che in alcuni casi la caffeina può uccidere, e che questo ne fa una delle sostanze più comuni in caso di suicidio, ma bisogna assumere all’incirca 10 grammi di caffeina. Una tazza di caffè ne contiene 100 milligrammi, ovvero 0,1 grammi. In altre parole è necessario bere 100 caffè in rapida successione per morirne. Sulla pericolosità della caffeina (o meglio del tè) si interrogava già nel 18esimo secolo anche re Gustavo III di Svezia che condusse degli esperimenti dai quali emerse come la morte per caffeina fosse un evento eccezionalmente raro per persone sane che bevono dosi normali di  bevande contenenti caffeina.

Il re, che era contrario al consumo di tè e caffè, voleva dimostrare la pericolosità della sostanza e lo fece proponendo a due gemelli la libertà in cambio della loro partecipazione allo studio. Uno dei fratelli avrebbe dovuto bere tre tazze di tè al giorno, l’altro 3 dosi di caffè. Gustavo III morì assassinato nel 1792, mentre i due assidui consumatori di tè  e caffè vissero fino a oltre gli 80 anni. E negli anni ’20 del 1800 la Svezia eliminò il bando del caffè.

Più di recente, nel 2016, uno studio ha esaminato pazienti considerati ad alto rischio di aritmia cardiaca. Dopo aver somministrato loro 500 milligrammi di caffeina nel giro di 5 ore, i ricercatori hanno rilevato che nessuno dei pazienti aveva mostrato un aumentato rischio di battiti irregolari.

Qual è il limite?

Per alcuni 5 tazze di caffè sono l’ideale per restare concentrati e attivi per tutti il giorno, per altri ne bastano tre per trascorrere la notte in bianco. Qual è allora la giusta dose? E’ iscritto nel genoma di ognuno di noi. Negli ultimi anni i ricercatori hanno individuato delle variazioni specifiche nel genoma umano che permettono alle persone di metabolizzare la caffè più velocemente. Ciò vuol dire che ognuno di noi ha un diverso modo per assorbire la caffeina e che “per coloro che non riescono a metabolizzarla in fretta, una o due tazze al giorno equivalgono a 8”, ha dichiarato a Quartz Marilyn Cornelis, professoressa della Northwestern University. Secondo uno studio del 2016, coloro che assumono grandi quantità di caffè ogni giorno, sono persone che riescono a metabolizzare bene la caffeina al punto da sentire il bisogno di berne di più per godere degli effetti benefici.

Un pericolo per i più piccoli

Ma se il caffè sembra innocuo per gli adulti, non è lo stesso per i bambini, per due motivi: il loro cervello è ancora in fase di sviluppo e, in genere i bimbi tendono a consumare diverse bibite contenenti caffeina. Studi condotti sugli animali hanno dimostrato che i danni che potrebbero verificarsi non riguardano solo il ritmo sonno-veglia. I cuccioli di ratti cui è stata somministrata una massiccia dose di caffeina hanno sviluppato sintomi legati ad ansia e un innalzamento dell’ormone dello stress tipico delle persone che vivono una sindrome post-traumatica. In più, queste cavie hanno mostrato una maggiore sensibilità alla cocaina, suggerendo che la caffeina potrebbe fare da apripista per lo sviluppo di una dipendenza futura. Tutto ciò, hanno coperto gli scienziati, non avviene nelle cavie adulte.

È in arrivo il picco influenzale previsto dagli specialisti, è atteso per metà gennaio. Negli ultimi giorni di dicembre ne sono state registrate in Italia oltre 673 mila persone registrate, per un totale di 2 milioni 168 mila persone interessate dall'inizio dell'epidemia. Lo sottolineano gli specialisti della società italiana di Malattie infettive e tropicali (Simit). Sono soprattutto i bambini i più colpiti, tra i 5 e i 14 anni. Le regioni con più casi sono Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Calabria.

"Il picco quest'anno evidenziato dalla metà di gennaio è in linea con le previsioni – rileva il prof. Massimo Galli – presidente Simit – lo scorso anno il picco fu registrato nel mese di dicembre, proprio sotto le festività natalizie. Il fatto che vengano colpiti i bambini suggerisce che i ceppi implicati quest'anno trovino nella popolazione infantile un particolare contesto di suscettibilità. Tuttavia – conclude Galli – sulla base dei risultati virologici, sarà possibile evidenziare se vi dovesse essere una ripresa dei casi dovuti a H1N1 come all'inizio dell'epidemia del 2009".

Nell'ultima settimana dell'anno c'è stato un brusco aumento del numero di casi in tutte le classi di età. In base a quanto riporta il costante monitoraggio dell'Istituto superiore di sanità, il livello di incidenza in Italia è pari a 11,11 casi per mille assistiti. La fascia di età maggiormente colpita è quella dei bambini al di sotto dei cinque anni in cui si osserva un'incidenza pari a circa 29,2 casi per mille assistiti e quella tra 5 e 14 anni pari a 19,0. Un brusco aumento anche negli anziani in cui l'incidenza è pari a 6,3 casi per mille assistiti. In tutte le regioni italiane il livello di incidenza è pari o superiore a dieci casi per mille assistiti, tranne in Friuli V.G., Veneto, P.A. di Bolzano e Val d'Aosta in cui si mantiene a circa quattro casi per mille assistiti.

Come curarla

"È essenziale rimanere a riposo e al caldo, bere bevande calde, usare antiinfiammatori e antipiretici – dichiara il prof. Claudio Mastroianni, segretario Simit e direttore della U.O.C. Policlinico Umberto I – Malattie infettive, Università La Sapienza Roma – Come abbiamo potuto sottolineare anche nella campagna di sensibilizzazione promossa dalla Simit con il patrocinio del ministero della Salute sulle reti tv e radio, social e web della Rai grazie al Segretariato sociale sino a poco prima di Natale, è da auspicare un uso consapevole degli antibiotici, solo nei casi di complicanze batteriche.

In genere vanno evitati gli antibiotici, poichè si tratta di una forma virale che può essere curata con terapia sintomatica. Prevediamo nelle prossime settimane, intorno a metà gennaio, un ulteriore aumento di casi, ma la rete infettivologica è pronta assieme a ISS, Simit e specialisti su tutto il territorio. è ancora consigliato l'uso del vaccino antinfluenzale, la principale arma a nostra disposizione contro l'influenza. "E ricordiamolo – conclude Mastroianni – non si tratta di una malattia banale, soprattutto quando colpisce persone a rischio, come anziani, soggetti immunodepressi, bambini e donne in gravidanza".

Ma l'influenza non si esaurirà prima di fine febbraio. A marzo e aprile, invece, potrebbero giungere da noi altre forme virali respiratorie che possono causare sindromi simil-influenzali. A rischio saranno ancora gli anziani, con comorbidità (o comorbilità, coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo, ndr) che possono andare incontro a complicanze polmonari e cardiache. Di qui l'indicazione che questi pazienti vengano costantemente monitorati dal medico di base. Non è consigliato il ricovero se non in presenza di complicanze particolari. 

Promettono di stimolare corpo e mente. E lo fanno davvero. Per questo motivo, gli energy drink – Redbull, Monster e compagni, per intenderci – sono amati dai giovani, al punto che il 68% dei ragazzi tra i 10 e i 18 anni li beve con regolarità. Non solo: sono presenti anche tra le bevande che il 18% dei bambini tra i 3 e i 9 anni assume più di frequente. Ma i medici mettono in guardia: vanno consumati con moderazione perché sono un concentrato di zuccheri, caffeina e sostanze stimolanti. I più piccoli, poi, farebbero bene a starne alla larga.

I numeri

Secondo i dati pubblicati dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare), nel gruppo 10-18 anni il consumo è molto elevato, con una media di 7 litri al mese. Ma anche gli adulti non scherzano: nella fascia 18-65 anni, infatti, oltre il 30% delle persone acquista spesso queste bevande.

La ricetta esplosiva

“Il loro ingrediente principale è l’acqua, alla quale vengono addizionati carboidrati (zuccheri), elettroliti (cioè minerali come il magnesio, il sodio e il potassio), vitamine, specie quelle del gruppo B, oltre a eccitanti ed energetici quali caffeina, guaranà, ginseng, taurina, carnitina e altri derivati di origine vegetale”, sostiene la dottoressa Elga Baviera, biologa esperta in sicurezza alimentare dello studio ABR di Roma – Alimenti e sicurezza.it. “Spesso contengono coloranti, conservanti e aromi di sintesi che ne fanno un prodotto ben poco naturale. Queste bevande, in prevalenza analcoliche, sono famose per i loro effetti stimolanti, energizzanti e di amplificazione delle prestazioni sportive e mentali (reali o, a volte, solo per via dell’effetto placebo). Ma attenti: non hanno niente a che vedere con gli sport drink, che hanno una formulazione diversa e servono a reintegrare le perdite idrosaline”.

L’altolà del Parlamento europeo

Per arginarne il consumo eccessivo, il Parlamento europeo ha proibito di inserire sugli energy drink contenenti zucchero e caffeina l’indicazione che siano in grado di aumentare la performance atletica o la concentrazione. “Questi prodotti, oltre a dosi massicce di zuccheri, dei quali la nostra alimentazione è fin troppo ricca, apportano quantità elevate di sostanze eccitanti come la caffeina, una cui smodata assunzione provoca sintomi come cefalea, insonnia e iperagitazione. Per di più, in combinazione con gli alcolici, abitudine sempre più diffusi tra i giovani, possono indurre depressione, alterazioni del ritmo cardiaco e della funzionalità renale", conclude la dottoressa Baviera.

A questo proposito un team di ricercatori canadese della University of Victoria ha condotto una ricerca pubblicata sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs e ha provato che mischiare alcolici con bevande energetiche a base di caffeina può anche aumentare il rischio di andare incontro a incidenti stradali o di assumere comportamenti più a rischio, ritrovandosi magari nel bel mezzo di una rissa.

I rischi per la salute

Tra i principali rischi effetti collaterali del consumo eccessivo c’è l'aritmia: un'anomalia nel battito cardiaco che può impedire al cuore di pompare abbastanza sangue al corpo, con conseguenze per il cervello, il cuore stesso e altri organi. E’ questo che è accaduto a Davis Cripe, studente americano di 16 anni, morto il 26 aprile durante una lezione in un liceo della Carolina del Sud.

Dall'autopsia, riporta Repubblica, non erano emersi problemi cardiaci precedenti e non era risultato che il ragazzo soffrisse di particolari patologie. "Questa non è un'overdose, abbiamo perso Davis per una sostanza del tutto legale – aveva spiegato il medico Watts – . Il nostro obiettivo è di far sapere alla gente, soprattutto ai nostri ragazzi che vanno a scuola, che queste bevande possono essere pericolose, e di stare molto attenti a quante ne assumono nell'arco della giornata".

Dipendenza, diabete e sovrappese

Secondo gli esperti, inoltre, un uso eccessivo potrebbe aumentare il rischio di patologie croniche e degenerative, e creare dipendenza psicologica. L'errore di fondo sta nel fatto che questi drink vengono pubblicizzati associati a un'immagine vincente, sia a livello di prestanza fisica che mentale.

In realtà gli esperti hanno sottolineato più volte che queste bevande hanno un alto contenuto di zucchero. Gli ultimi studi internazionali sugli energy drink hanno messo in correlazione il consumo di queste bevande con un più alto rischio di diabete di tipo 2, che colpisce prevalentemente adulti con problemi di peso. Ed espone i ragazzi alla carie con conseguente danneggiamento dei denti.

Gli zuccheri, tuttavia, non sono le uniche sostanze a finire sotto accusa. Fra i diversi studi anche un'analisi dell'Istituto superiore di sanità che parla di "pericolosità legata ai potenziali effetti negativi della caffeina sull’organismo" collegata a "una sindrome clinica riconosciuta dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”.

Ma qual è la dose da non superare?

Secondo la dottoressa Baviera, “la soglia di sicurezza giornaliera per un adulto è di 400 mg nel caso di una lattina da 250 ml di energy drink che contiene quasi 30 g di zucchero e 80-110 mg di caffeina, mentre per bambini e adolescenti è bene non superare la soglia di 3 mg/kg di peso corporeo. Una lattina di energy drink contiene quindi quasi tutta la dose giornaliera di caffeina per un ragazzo. Lo stesso vale per un adulto che ne consuma due o tre al giorno, oltre ai caffè abituali”, avverte l’esperta.

 

 

 

C'è un nuovo e promettente approccio che sembra in grado di ridurre significativamente il numero e la gravità degli attacchi di emicrania. Due studi clinici, condotti dai ricercatori britannici del King's College Hospital, hanno dimostrato che la terapia a base di anticorpi potrebbe aiutare a prevenire l'emicrania. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che una sostanza chimica nel cervello, chiamata peptide correlato al gene della calcitonina (Cgrp), è coinvolta sia nel dolore che nella sensibilità al suono e alla luce nell'emicrania.

Ben quattro case farmaceutiche stanno lavorando allo sviluppo di anticorpi capaci di neutralizzare Cgrp. Alcuni funzionano attaccando direttamente Cgrp, mentre altri bloccano la parte di una cellula cerebrale con cui interagisce. Ora due studi clinici su due anticorpi sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Un anticorpo, l'erenumab prodotto da Novartis, è stato sperimentato su 955 pazienti con emicrania episodica, ovvero su coloro che soffrono di mal di testa per meno di 15 giorni al mese.

All'inizio dello studio i pazienti presentavano emicranie in media otto giorni al mese. Lo studio ha rilevato che il 50 per cento dei pazienti trattati con iniezioni di anticorpi ha beneficiato di un dimezzamento del numero di giorni al mese in cui soffrono di emicrania. Circa il 27 per cento ha beneficiato di un effetto simile senza trattamento, il che riflette il naturale andamento variabile della malattia.

Un altro anticorpo, il fremanezumab prodotto da Teva, è stato sperimentato su 1.130 pazienti con emicrania cronica, ovvero su coloro che soffrono di mal di testa per più di 15 giorni al mese. Circa il 41 per cento dei pazienti ha beneficiato di un dimezzamento del numero di giorni con emicrania rispetto al 18 per cento dei pazienti senza trattamento. Per i ricercatori questo nuovo approccio contro l'emicrania potrebbe avere un impatto enorme, considerato il numero elevato di persone costrette a convivere con il problema. Si stima che una persona su 7 in tutto il mondo sia costretto a convivere con attacchi regolari di emicrania. Il disturbo è fino a tre volte più comune nelle donne rispetto agli uomini. Ulteriori studi dovranno valutare gli effetti a lungo termine dell'approccio a base di anticorpi.

Gli uomini che diventano calvi o iniziano ad avere i capelli bianchi tra i 20 e i 30 anni d'età potrebbero essere più a rischio infarto. Almeno questo è quanto emerso da uno studio condotto dall'UN Mehta Institute of Cardiology and Research Centre a Gujarat, in India. I risultati, presentati in occasione della 69esima conferenza annuale della Società di cardiologia dell'India a Calcutta, dimostrano che perdere i capelli o il loro diventare grigi prima del 40esimo compleanno è associato a una probabilità di cinque volte maggiore di soffrire di problemi cardiaci.

Il destino della chioma pare addirittura rappresentare un fattore di rischio superiore all'obesità, che aumenta il rischio malattie cardiache precoci di "sole" 4 volte. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno confrontato i dati di 790 uomini con cardiopatia prima dei 40 anni d'età con i dati di 1.270 uomini sani della stessa età. Ai partecipanti sono stati dati dei punteggi in base all'aumento dei livelli di calvizia e di ingrigimento dei capelli.

Ebbene, i giovani con malattia cardiaca avevano molte più probabilità di soffrire di calvizie precocemente e di vedersi "ingrigire" altrettanto precocemente i capelli. Gli scienziati sospettano che la calvizie prematura o i capelli bianchi siano segnali che il corpo sta invecchiando troppo velocemente. Gli studiosi ritengono che l'eta' biologica di alcune persone aumenti più velocemente rispetto all'età reale. E questo accade quando il Dna inizia a deteriorarsi, danneggiando le cellule del corpo. Questo processo danneggia il cuore, così come i follicoli piliferi provocando calvizie o i capelli bianchi.

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